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A chi ha seguito la causa di Urban Suite, il mio programma radiofonico preferito, non saranno passate inosservate le ballad un giovane cantante del midwest americano, al secolo Charles Hammond, da Chicago. Che dire di questo bel giovane mago? Fin dall'infanzia, ha sempre saputo che la musica avrebbe avuto un ruolo fondamentale nella sua vita. A causa di questa consapevolezza unitamente ad un duro lavoro di studio e pratica musicale condita da una buona perseveranza e soprattutto dalla Fede, gli sono state offerte diverse opportunità professionali; una lista che continua evidentemente a crescere: il suo cv parla da solo. Ha lavorato come vocalist in diversi progetti musicali con artisti di fama di genere hip pop e jazz ma anche "battuto" molti locali del midwest.

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Ed io che pensavo di essere stata originale! Qualcuno più importante di me ha scritto esattamente quello che da un pezzo questa rubrica si ingegna di fare. Ed è la ragione del mio ammunitamento dalla rubrica, senza contare che un po' di congedo serviva comunque per una pausa di riflessione. Il fatto che mi stiate leggendo è segno di questa riconciliazione con il web e non me ne vogliano i colleghi di questo splendido sito per la mia assenza. Siamo in cammino, come ama dire il mio due di coppia.

Lo scrittore giapponese e il suo amore per il jazz - “La musica di Chet Baker aveva un inconfondibile profumo di giovinezza” - “Miles conficca senza pietà il suo cuneo magico nelle incrinature dell’animo” - “Mi è venuta una voglia terribile di ascoltare La Mer suonata da Django Reinhardt…”

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Mentre ascoltavo Joe Simon e Cheryl Lynn (Got to be real) mi si accesa la lampadina sul tema di giro rinunciando, per il momento, alla "terza parte" della serie iniziata con Sam Cooke e Otis Redding, prossimamente su queste pagine e resistendo alle forzature dell'uomo di casa a scrivere dell'ultimo fantastico libro di Murakami sui suoi dischi e i suoi interpreti più cari e la cui idea, manco farlo apposta, somiglia moltissimo a questa rubrica. Più avanti, prometto, dirò di quanto ho amato il suo libro e di come, ce lo siamo quasi strappato di mano per chi dovesse leggerlo prima.

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Nessuno sa e conosce il terribile potere della musica. E del vagare, senza nome, allo sbando, alla ricerca di Penelope. Nessuno ha un nome che sembra quello di un romanziere, o di un attore, o magari di un graffitaro. E, infatti, Willis Earl Beal è tutte queste cose insieme. Oltre che - segnatevi questo nome - un provetto musicista, che promette ancor più di quanto già non stia mantenendo.Nessuno nel giro di due album ha smesso di essere un nessuno, la sua storia, breve ancora, acerba, sta in poche righe di vita e di Wikipedia, termometro di notorietà fatalmente destinato a salire, ad allungarsi.

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Chissà perché capita, ad ognuno di noi, sentire quella tipica stretta al cuore ogni volta che ci mettiamo all'ascolto delle prime note di I've Been Loving You Too Long. Come sarebbe senza? Del resto, Otis Redding è stato il cantante soul più influente degli anni 60, forse il più grande, il più importante. Mio padre lo ascoltava, mia madre lo ascoltava, e tutta quella generazione che ha messo al mondo la mia, l'ascoltavano. La sua voce dall'anima profonda, gli arrangiamenti della sua musica, il professionista che ha fatto "aggiornare" l'R&B nell'anima moderna che ora ascoltiamo.

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Oggi è fin troppo facile apprezzare il pop, in specie quello di alcune straordinarie interpreti, mi riferisco a Beyonce, Alicia Keys, la stessa Anita Baker, tanto per fare tre esempi facili facili. Mi sono interrogata spesso sulle origini del blues e ripromessa di auto-guidarmi alla scoperta di qualche autore con l'aiuto di qualche libro e della mia enciclopedia su due gambe: il mio due di coppia, che è venuto in soccorso con un paio di dischi dalla "sua collezione privata" di: Otis Redding, Wilson Pickett, e ultimo, Sam Cooke (chiama così la raccolta di dischi che tiene separatamente da altri: una sorta di Sancta Santorum della collezione jazz di casa!).

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David Byrne è un grandissimo artista che non riesco a definire "solo" rock; nella sua musica c'è qualcosa che la rende davvero molto, molto speciale.
L'articolo di giro è anche l'annuncio di un grande concerto che il nostro beniamino terrà a Roma il prossimo anno. Il mio due di coppia è stato ed è un fan dei Talking Heads; l'appuntamento con David Byrne è dunque imperdibile; qui è con il gruppo di St.Vincent, al secolo Annie Clark con la quale, credo, faccia pure coppia.

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Lunedì, 26 Agosto 2013 17:18

Podcast. Al Green: let's stay together

Ancora oggi il grande nero (o negro?, non vorrei offendere nessuno, mi si creda. fs) del blues continua a girare e fare concerti. Al Green ha 67 anni e non li dimostra: i suoi concerti sono sempre sold out. Come molti della sua generazione si augura di finire il suo giro il più lontano possibile, sul palco. Se c'è un Dio del blues, sono convinta, lo accontenterà. La rivista Rolling Stone lo ha collocato al posto n. 65° dei più grandi di tutti i tempi; è un pò come quando le squadre di calcio ritirano la maglietta di un calciatore che è stato grande. Quel posto non glielo toglie nessuno.

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Il suo ultimo album è del 2008, ha per titolo Rollour e, tra questo e il primo Sleigh Belles, Jingle Belles, and Bluebelles (con le Bluebelles) non c'è stata alcuna interruzione: ha praticamente cantato  ininterrottamente dal 1962 e pubblicato quasi un album all'anno di 46 anni di una fantastica carriera. Patti LaBelle è un mito per il mio due di coppia; alla fine degli inizi anni 70, so' da sempre, era conduttore di (Flashback) un programma di una radio FM locale. Era quasi adulto e, mentre tutti si interessavano di hardrock, lui, oltre a prendersi a botte con i suoi avversari politici - ma in quegli anni era normalissimo - imparava ad ascoltare il r&b e soul.

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Se a qualcuno venisse l'idea di aprire la home del suo sito, si accorgerebbe subito del saluto ai papà e alle mamme (all around the world) in occasione delle loro feste. Bene, e se a questo uniste la bella faccia pulita che ha, vi convicereste del fatto che questo bravo artista R&B è pure un gran bravo ragazzo. Infine, a scavare un pò, si scoprono alcune qualità che rendono l'artista Anthony Hamilton, anche un apprezzabile personaggio pubblico: ha un gran da fare con le attività sociali una, in particolare, si occupa di sostenere (anche economicamente) l'affidamento famigliare di bambini, in particolare gli afro-americani. Lui stesso ne ha adottato uno pur essendo già padre già di altri quattro (due di loro sono gemelli).

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