“Espropriazioni” di Barbara Buoso: il meraviglioso viaggio di vivere e scrivere

luigi ghirri, formigine, 1985, eredi di ghirri
   Tempo di lettura: 9 minuti

Si esce dal buio […] Si deve uscire dal nero pesto
che è poi l’attimo della creazione, o della morte
per come ce la siamo figurati.

           

            “Dove sono?” mi chiedo.

            Sto leggendo i racconti che compongono la raccolta Espropriazioni, di Barbara Buoso. Intorno a me vedo il Polesine, ma provo uno strano senso di spaesamento, come se qualcuno avesse spostato un pochino gli oggetti.

            La raccolta inizia con una fine: nel primo racconto – intitolato L’ultimo mare – un carro funebre riporta un uomo alla terra. L’uomo ha fatto della sua casa il mare e il Polesine a cui ritorna è un ventre oscuro, una terra che lo ha espulso a causa della pelle troppo delicata, bianca e trasparente come carta velina. Ad accompagnare il funerale c’è però un cielo così azzurro che pare il mare della Liguria, dove l’uomo ha vissuto, e non so in quale direzione percorro il viaggio di una vita che è volo d’amore.

            Segue Come falene d’estate, un racconto che ha i colori della giovinezza e delle albe estive della pianura, quando la luce inizia a scrivere sulla pelle e la scotta, facendola maturare come un frutto. Qui ci sono due amici del cuore, due lavoranti che rubano cocomeri e attimi d’eternità al lavoro nei campi. L’uno stretto alla vita dell’altro, i due amici attraversano la stagione come comete a bordo di un Ciao: è un’estate così calda che, nel cimitero di paese, si scoperchiano le tombe.

            “Dove sono?” continuo a chiedermi… e nel successivo Distanti dalla notte mi sento mancare gli appigli come se fossi ormai al largo, sempre più vicina al centro di uno spazio universale, che sta assumendo i riflessi di una parabola del Vangelo. Eppure, tutto è così privato: c’è un bambino che combatte con la madre per separarsi da un altro ventre oscuro, ricercando la propria alterità. Una famiglia si apre al lusso e si chiude al cuore: diastole, sistole. Le strade si separano, il bambino si fa prima uomo e poi amante, mentre la madre sceglie per sé una nuova nascita. È un racconto a tinte forti: l’uno di qua e l’altro di là del proprio buio, i personaggi mi raccontano l’espropriazione – nascita o morte? – che è decidere di avere un’identità e decidere di amare.

            Finché, sento una voce parlare una lingua sconosciuta e conosciuta assieme. Il ronzio delle vespe è il titolo del racconto e qui c’è ancora un bambino – Dario – che è oggetto di bullismo per il suo uso bizzarro delle lettere dell’alfabeto. Dario compie errori di scrittura, ma sa inventare parole che sono come porte verso nuove percezioni. La parola di Dario illumina una dimensione altra del mondo, invisibile e pulsante – il ronzio delle vespe, il suono gutturale dei ruscelli – e va da sé che questa parola spaventi i compagni, poiché troppo lontana dall’Alfabeto dei Giusti (che sanno sempre chi “è bene” mettere in croce). Troppo permeabile al mondo, Dario viene espropriato della parola ma, al contempo, non può difendersi dalle parole degli altri e quindi queste entrano nel suo corpo-anima permeabile e lì nidificano, come nuove vespe cattive. Per non cedere alla morte asettica dei Giusti, Dario sceglie di dialogare col buio, costruendo porte immaginarie…

            Mi commuovo. Il racconto seguente si intitola La terra di Emanuele e porta una citazione di Luigi Ghirri in apertura: Il cancello diventa il punto focale di una prospettiva mentale, non geometrica. C’è un uomo che ha coltivato la terra del padrone e ne viene espropriato, ma incontra la furia della natura e questa gli permette di vedere qualcosa che in tutta la sua vita non aveva veduto mai: il mare al posto della terra. Guardo la copertina di Espropriazioni, che ha al centro una foto dello stesso Ghirri: l’inquadratura è divisa in cielo e terra, e la terra è divisa a sua volta da un rigagnolo che si congiunge perpendicolare all’orizzonte, come una strada d’acqua in cui si specchi il cielo. La materia violenta e oscura della terra cela una speranza irriducibile nel cielo: l’umanità – la terra – come unica religione?

            Ghirri è il fotografo dei cancelli di pianura, delle soglie che rendonovisibile l’attimo della percezione e quindi la scelta del nostro punto di vista sulla vita. Diceva di lui l’amico e narratore Gianni Celati che Ghirri ci suggeriva di aprire lo sguardo senza essere soggetti all’idea che qualcosa fosse bello o brutto, buio o luce. Per Celati, il punto da cui la voce si propaga somigliava tanto alla soglia: è l’attimo in cui nasce la storia che ci raccontiamo del mondo, quasi che anche noi fossimo un po’ Dio e allora è bene ricordarci che non lo siamo. “La porta è dunque l’istante dell’espropriazione?” mi chiedo. “La nascita della narrazione della vita è l’oscuramento di ciò che resta fuori? Come posso sapere quale lato è in luce e quale in ombra?”

            Pensando al punto di vista, mi viene da pensare all’amicizia tra gli esseri umani: quella tra il fotografo Ghirri e il narratore Celati fu anche incontro di forme d’arte, così come in Espropriazioni vedo incontrarsi voci amorose che provengono da letteratura, fotografia, teatro e cinema (la raccolta porta la prefazione di Mario Martone). Mi accorgo di immaginare i personaggi trafelati, sullo sfondo di un teatro naturale in cui sta per andare in scena una recita dell’umanità. Tutti gli attori sono normali, solo… un po’ più vividi, come in teatro. C’è una signora che viene messa in casa di riposo e si riappropria di sé sotto le mani di una parrucchiera, poi un’allieva che si incendia di passione per la docente di un corso antincendio e poi due fratelli, che litigano di fronte alla malattia della madre, ma si riappacificano nel canto di una bambina. Tutti sono espropriati di qualcosa – chi della vita, chi della terra, chi dell’appartenenza, chi della casa, chi dell’infanzia – ma c’è sempre qualcuno (un figlio di Dio che è uomo, donna, bambino) che è posto tra invisibili colonne, come ritratto nell’essenza benedetta e maledetta di passare una soglia per andare… verso il buio o verso la luce?

            Nell’ultimo, straordinario racconto – ci sentivamo dio – ci troviamo proprio in un teatro, nel momento in cui cala la scure invisibile che separa il buio dalla luce. Va in scena un’opera per due voci femminili e un narratore. Il narratore ci racconta che ci racconterà la storia e le due voci ci raccontano la storia… come a dirci che forse non è proprio la storia, ma una storia. Eppure, c’è una pioggia che cade solenne, e una piena, e l’acqua sale: quando la pioggia cessa, si vedono nel buio solo le fiammelle delle passioni umane e sono lettere, volti, voci, madri, immagini, figli, uomini e forse interi racconti e intere vite, architetture di luce che illuminano una comunità che – patapunfete! – siamo tutti, in una terra oscura da cui bisogna scappare e forse si può, o forse no, ma intanto… il mare si è scambiato di posto con la terra e tutto è bianco come carta velina.

            “Dove sono?” mi chiedo, chiudendo Espropriazioni. È ancora il Polesine, ma vedo solo le colonne di un cancello. Sto camminando sull’acqua, che riflette il cielo. Il mondo pare un’ala di colomba o forse è il disegno di bambina, che può contenere tutto e tutti.                  

           

  per Bookavenue, Silvia Belcastro


Il libro:

Espropriazioni
di Barbara Buoso
,
Edizioni VAN (Vita Activa Nuova),
ISBN: 9791280771186,
Pubblicazione: ottobre 2023, pp.184


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