Digitale: toccasana o veleno?

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Digitalis purpurea L. Pianta erbacea della famiglia delle Scrophulariaceae. Le foglie di questa pianta contengono alcuni glicosidi farmacologicamente attivi che hanno potenti effetti sul cuore. Sono principalmente indicati nella terapia dell’insufficienza cardiaca; tuttavia le stesse sostanze,
se assunte in dosi eccessive, possono causare blocchi cardiaci, talora letali.

In «La Lettura» (supplemento domenicale del «Corriere della sera») del 12 febbraio 2012, Francesco Piccolo – con il pretesto di recensire il film The Artist, nel quale un divo del muto urla contro il sonoro che avanza – se la prende con il «ceto medio riflessivo di sinistra» che reagisce emotivamente facendo resistenza al nuovo. Conclusione: «Il ceto medio riflessivo, sul quale abbiamo fatto affidamento per la ricostruzione di un paese civile e innovato, pensa che la soluzione sia semplice: opporsi alle tecnologie, non concedere al nemico (il progresso) nemmeno un centimetro del territorio (la conservazione del passato)».

Lo scenario della conservazione negli archivi e nelle biblioteche è apparentemente diverso (anche se sempre di conservazione del passato si tratta). È noto che nell’ultimo periodo questi ambiti sono stati investiti dal ciclone della digitalizzazione, naturale (si fa per dire) evoluzione di quello  nformatico, avviato negli anni ’80 del secolo scorso. A quest’ultimo è strettamente legato lo sviluppo della catalogazione informatica in seguito alla quale si è assistito all’eliminazione pressoché totale dei cataloghi cartacei. Il merito di ciò si deve attribuire alle bibliotecarie di allora le quali, pur certamente ascrivibili al ceto medio riflessivo di sinistra, si comportarono all’opposto di quanto sostiene Piccolo.  Una delle poche voci fuori del coro fu quella di Tullio Gregory il quale avanzò qualche dubbio sull’opportunità di gettare al macero i cataloghi cartacei: di lì a poco venne nominato presidente della Biblioteca digitale italiana e tacque definitivamente. (Va da sé che, nel frattempo, della Biblioteca digitale italiana e degli investimenti – si fa per dire – ad essa correlati si è persa ogni traccia).
Man mano che cresceva la febbre della modernizzazione negli archivi e, soprattutto, nelle biblioteche, scemava l’interesse per la conservazione vera e propria. Non a caso un paio di anni fa si sparse la voce che nella prestigiosa Library of Congress americana si digitalizzassero periodici, i quali subito dopo venivano riciclati negli appositi cassonetti. Ovviamente tale indiscrezione venne rapidamente smentita: i periodici sarebbero stati “conservati” in repositories remoti, ma il dubbio che la voce non fosse del tutto priva di fondamento rimane.

Tuttavia l’esistenza (o meglio la conservazione) di libri e documenti si giustifica in funzione della lettura del testo ad essi consustanziale (non a caso un fascicolo di carte privo di testo non si definisce libro, ma quaderno) e la digitalizzazione,  oltre ad evitare l’usura degli originali, consente la consultazione da casa propria senza perdere tempo e denaro recandosi personalmente negli archivi o nelle biblioteche e senza sottostare agli orari e ai problemi determinati dalle note carenze di personale. Non solo. Lo spazio occupato da un dvd è di gran lunga inferiore a quello della carta scritta o stampata e lo spazio è un altro dei crucci che affliggono i nostri istituti. Il cloud computing, poi, risolve completamente il problema visto che non occupa alcuno spazio fisico, almeno all’interno delle istituzioni. Da ultimo l’informazione digitale è virtualmente incorruttibile: se trasformo un’immagine (ad esempio, una pagina scritta) in una serie di cifre (digits, appunto), tali cifre non saranno soggette al decadimento fisico che ineluttabilmente colpisce tutti i materiali, in particolare quelli di natura organica come la carta. Basta poi trasformare nuovamente le cifre in immagini utilizzando un algoritmo inverso a quello precedente e il gioco è fatto. Solo un «ceto medio riflessivo » simile a quello cui appartiene il protagonista di The Artist può schierarsi «dalla parte del reazionario un po’ stupido che non ha alcuna intenzione di accogliere il progresso», un progresso che, come abbiamo visto nel caso della digitalizzazione di libri e documenti, è – o appare – univocamente positivo.

D’altra parte le teorie della conservazione – e del correlato restauro – sembra abbiano ormai fatto il loro tempo. Cesare Brandi, eminente storico dell’arte e insuperato teorico del restauro, sosteneva ad esempio che «si restaura solo la materia dell’opera d’arte», assioma trasformato dai suoi epigoni in «si conserva solo la materia dei beni culturali». Da ciò non può non discendere che la conservazione dei contenuti del cloud computing, in quanto concretamente immateriali (chiedo venia per l’ossimoro), sia impossibile. D’altra parte si è appena ipotizzato che i digits, proprio in quanto incorruttibili, possano rappresentare l’ideale per il conservatore. Poiché siamo finiti in un cul-de-sac nel quale per giunta abbondano le contraddizioni,
proviamo a uscirne analizzando più dappresso i materiali – si fa per dire – digitali a partire dalla loro genesi. Una piccola aliquota, quella di produzione più recente, nasce già in questa forma e potrebbe non attraversare mai lo stadio materico, vale a dire non essere mai impressa su carta. Dunque, date le premesse di cui sopra, la sua conservazione non dovrebbe costituire un problema. La parte più cospicua, almeno ai nostri giorni, origina invece da antigrafi (diciamo così) materiali dai quali trae origine la copia digitale realizzata con procedimenti assimilabili alla fotografia. In questo caso, che resterà il più diffuso per diversi anni ancora, solo una parte dell’informazione contenuta nell’antigrafo emigrerà nell’apografo digitale, più o meno la stessa che lo scriba medievale trasferiva nella copia che stava esemplando: il testo, inteso nel senso più ampio, comprendendo in esso anFdL
che le immagini. In realtà le cose non stanno esattamente così giacché la copia digitale potrebbe restituire qualche particolarità del supporto, tra le quali il contrasto tra esso e il testo; non essendo tuttavia escluse manipolazioni informatiche per migliorare la leggibilità del prodotto finale, anche questo aspetto diviene secondario. Il trasferimento dell’informazione riguarderà in buona sostanza il solo testo, vale a dire la parte immateriale dell’oggetto-libro/documento.
Ne consegue che l’informazione materiale non può essere riprodotta nella copia digitale. In realtà nessuna copia, nessun fac-simile, neppure quello che viene spacciato come identico all’originale, consente di trasferire l’informazione materiale, in quanto essa è, per sua natura, irriproducibile; si trova nell’originale e solo in esso. È appena il caso di sottolineare che due esemplari della medesima edizione, stampati e assemblati nello stesso giorno, contengono un’informazione materiale diversa: il testo (immateriale) è certamente identico ma, poiché non esistono due fogli di carta
identici, i due esemplari non possono essere materialmente la stessa cosa.
Numerose sono le imprese di digitalizzazione di manoscritti e libri a stampa attualmente in corso che comportano, accanto alle perplessità teoriche, anche una serie di problemi di ordine pratico. Poiché la ripresa digitale è in tutto simile a quella fotografica e poiché i tempi di lavorazione ne definiscono il costo finale, la tendenza sarà quella di abbassare tali tempi nella misura del possibile velocizzando al massimo le riprese. Ciò potrebbe determinare qualche rischio, soprattutto nel caso di libri rilegati e in cattivo stato di conservazione (eventualità tutt’altro che remota nel caso del materiale antico).

Si è già detto che, per buona parte dei documenti digitalizzati, la consultazione avverrà in maniera pressoché esclusiva utilizzando le copie digitali. Questo aspetto fa sì che la digitalizzazione venga considerata come un importante ausilio per la tutela degli originali sottratti all’usura della quotidiana consultazione. Non bisogna dimenticare però che, fatte salve rare eccezioni, la quasi totalità del materiale antico viene consultata molto sporadicamente. Non basta. La cronica e inarrestabile riduzione del personale negli archivi e nelle biblioteche fa sì che le revisioni delle raccolte siano sempre più ridotte, mentre una delle principali attività correlate alla corretta manutenzione archivistica e bibliotecaria si basa proprio sulla revisione periodica. I controlli su un fondo del quale esista la riproduzione digitale tenderanno inevitabilmente a rarefarsi, oltre che per problemi organizzativi anche per una sorta di riflesso psicologico: esiste la copia quindi l’informazione è al sicuro. A ciò si aggiunga che sovente il personale avvertiva
l’insorgere di infestazioni o di incidenti negli impianti dei depositi proprio al momento del prelevamento di libri e documenti; con la scarsa movimentazione derivante dalla ridotta domanda e con la sostanziale sospensione della distribuzione, il rischio di definitivo abbandono non sarà così peregrino.
Un’altra questione spinosa riguarda i costi della conservazione delle raccolte digitali. In apparenza un insieme, pur enorme, di digits non necessita di alcuna manutenzione; tuttavia l’ambiente informatico si caratterizza da sempre per la rapida obsolescenza. Anzi è proprio questo dato che rende l’informatica un business assai redditizio e tutto lascia pensare che questo rimarrà il suo perenne e fondamentale connotato. L’obsolescenza riguarda sia la componente hardware che quella software, in sostanza non solo le macchine, ma anche gli algoritmi di creazione e di ripristino delle serie numeriche che rappresentano la base della digitalizzazione. Se è vero che si stanno facendo strada iniziative open source, è
altrettanto indiscutibile che, allo stato, la stragrande maggioranza dell’informatica è ancora saldamente in mano alle software houses multinazionali la cui potenza economica (e conseguentemente politica) è in grado di influenzare persino le elezioni presidenziali americane: nulla lascia pensare che a breve esse molleranno la presa. Da questa situazione di fatto non può che discendere la altrettanto rapida obsolescenza del materiale digitale per il quale verranno probabilmente messi a punto algoritmi di codifica e di compressione sempre più efficienti che consentiranno di guadagnare prezioso “spazio” informatico, nonché sistemi di recupero dell’informazione sempre più rapidi ed efficienti. Che fare a quel punto se non “rinfrescare” le banche dati digitali adattandole alle tecnologie up-to-date? Ovviamente tale refreshing non sarà gratuito, sempre confidando che i dati
immagazzinati in precedenza siano ancora compatibili con i nuovi sistemi.
Anche se i digits sono incorruttibili, la loro conservazione e l’eventuale restauro pongono ugualmente seri problemi. Ogni giorno si ha notizia dell’organizzazione di nuovi convegni internazionali sulla “conservazione del digitale” che, in buona sostanza, si riducono alla messa a punto di tecniche di salvataggio dell’informazione, vale a dire di metodiche che consentono di ottenere facilmente  copie di sicurezza e tempestivi refreshing, prima che la fatale obsolescenza renda inutilizzabili gli archivi creati al prezzo di significativi investimenti. Nulla a che fare dunque con il vecchio assioma secondo il quale «si conserva solo la materia dei beni culturali» anche perché la natura delle banche dati digitali contrasta per un piccolo ma fondamentale aspetto con la definizione di bene culturale che diede, nell’ormai lontano 1966, la Commissione parlamentare Franceschini:
«Sono beni culturali tutti i beni di interesse archeologico, storico, artistico, ambientale e paesistico, archivistico e librario, ed ogni altro bene che costituisca testimonianza materiale avente valore di civiltà» (corsivo mio).

Ci troviamo dunque di fronte a un serio dilemma: possono gli archivi digitali essere legittimamente inclusi nel patrimonio culturale, non solo per la loro natura schiettamente immateriale, ma anche per il fatto che la collettività, comprendendo un oggetto nel novero dei beni culturali, se ne assume l’onere della conservazione e, conseguentemente, l’impegno della sua trasmissione alla posterità? Ma se noi sappiamo a priori che il cosiddetto “oggetto” digitale diverrà inevitabilmente obsoleto di lì a pochi anni e che, nella migliore delle ipotesi, ne sarà trasmessa al futuro solo una copia, ha ancora senso parlare di “conservazione del digitale”?

da Fabbrica del libro
CARLO FEDERICI
Università Ca’ Foscari Venezia
cfederici@tin.it

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