La casa degli sguardi

Durante uno dei miei primi corsi di crescita personale, ci guidarono in una visualizzazione durante la quale tutti noi partecipanti dovevamo immaginare un mobiletto con due cassetti. Immaginai il mio di legno di ciliegio, il mio preferito, semplice e panciuto, con i piedini a forma di zampetta di rana. Non potevo sapere, all’epoca, che quasi vent’anni dopo quei cassetti immaginari si sarebbero rivelati un’incredibile ancora di salvezza.

Tempo fa, chiacchierando al telefono con mia sorella, mi disse che aveva visto una serie di puntate tratte da un libro di Daniele Mencarelli, e mi suggerì di guardale perché le erano piaciute molto. Dato che la mia definizione di persona acculturata è quella di una persona che non lo diventa mai e che non si vergogna di non conoscere un autore o di non aver letto un certo libro,  ho dato parzialmente seguito al consiglio e ho cercato il titolo del libro suggeritomi, passando successivamente a cercare notizie su Mencarelli e poi, come spesso mi succede, perdendomi tra le emozioni delle pagine del libro scritto prima di quello che mi è stato segnalato.

Anche questa volta è andata così: ho letto il libro “Tutto chiede salvezza” uscito per Mondadori nel 2020 dal quale sono state tratte le puntate (che, confesso, non ho guardato…) di cui prima, per passare alla lettura di “Sempre tornare” uscito nel 2021 ma, il mio inconfondibile richiamo della foresta è arrivato leggendo “La casa degli sguardi”, il primo libro edito sempre da Mondadori nel 2018. Daniele Mencarelli, classe 1974 è prima poeta e poi scrittore e questo per me è garanzia di emozioni forti, quelle intense, quelle che ci avvicinano immediatamente, quelle universalmente umane, quelle che, con un paragone arditissimo, accosto alla primavera: alberi e arbusti della stessa specie sanno esattamente quando fiorire, ovunque si trovino, comunque, in contemporanea e tutte insieme. Sembra che tutti lo sentano quell’ordine imperativo: è ora di fiorire. E se prendete in mano questo libro, sappiate che vi aspetta un fiorire di emozioni intense come il profumo della Tuberosa, grandi come i fiori di Lilium e dal colore intensissimo dei Muscari blu.

Daniele è una persona sensibilissima, e come tutte le persone sensibili non hanno abbastanza scorza da proteggerle: tutto penetra forte e sconvolge la sua quiete. E come tutte le persone sensibili ha una acutissima intelligenza che lo porta a farsi domande scomode, a sentirsi fuori posto nel mondo, a cercare un modo di mettere a tacere il dolore, precipitando nel tunnel dell’alcolismo e dall’uso di stupefacenti. Conosciamo nello scorrere delle pagine i genitori e i fratelli che, rassegnati, lo osservano sprofondare e, quando a Daniele viene offerta una occasione per ricominciare con un nuovo lavoro come addetto alle pulizie in una cooperativa dell’ospedale “Bambin Gesù”, nessuno della famiglia crede che possa farcela.

Piano piano, però, e grazie anche ad un gruppetto di colleghi, un’ora dopo l’altra, un giorno dopo l’altro, la vita di  Daniele si rimette in moto.

Un giorno incontra lo sguardo di un bambino malato affacciato alla finestra della sua camera in ospedale: occhi che si specchiano in un dolore diverso, ma si riconoscono, ed ecco che la percezione di Daniele cambia. Si accorge suo malgrado del dolore degli altri, sposta la sua attenzione da se stesso e viene travolto dalla consapevolezza che tutti soffriamo, dall’ingiusta presa di coscienza che anche le creature più indifese e piccole non ne sono immuni. Davanti al dolore così esposto della morte di queste piccole creature, la situazione pare precipitare, ma un secondo casuale incontro gli darà lo stimolo definitivo per riemergere dal dolore e tornare a vivere.

Luce e ombra, morte e rinascita, gioia e puro dolore, baratro e vette altissime, sono un modo per dare una forma alle miriadi di emozioni crude che questo libro non risparmia: un sentire scomodo, quello della malattia dei bambini, che non trova conforto né tanto meno spiegazioni.

Quando viviamo un periodo duro, ci è suggerito di solito di “tirare fuori le palle”

Quando viviamo un periodo duro, di solito ci è suggerito di “tirar fuori le palle”, ovvero investire tutte le proprie energie in determinazione, volontà, caparbia lotta per far fronte alle avversità e risolvere il problema che ci affligge. Quando un dottore, esattamente tredici anni fa, mi disse che non avrei visto crescere mia figlia che allora aveva appena un anno, mi trovai a ripensare al mobiletto panciuto e ai suoi due cassetti immaginari che avevo creato nella mia mente in quella visualizzazione: uno conteneva la lista dei miei sogni che avrei voluto realizzare nella mia vita, l’altro avrebbe dovuto contenere i miei ricordi delle belle esperienze che avrei vissuto negli anni a venire. Erano quasi vuoti.

Fu proprio in quel frangente che decisi di tirare fuori le mie, ma di un tipo diverso: palle spirituali. Sì, sì, avete letto benissimo, e fate bene a sorridere perché la gioia, come l’energia che si attinge dalla spiritualità e come pure l’amore, che è un carburante potentissimo, sono alcune delle capacità e doti che ci regalano le palle spirituali che ho usato per riempire in questi anni entrambi quei due cassetti immaginari, perché la sola volontà, per riemergere, può non bastare.

Come per Daniele, la forza di ricominciare viene assolutamente da dentro. Oggi, quando ripenso a tutti i sogni che ho davvero realizzato dopo quel giorno buio e a tutti i bellissimi ricordi che ho stipato nel secondo cassetto, ho capito che dolore e gioia sono le facce della stessa medaglia che chiamiamo VITA.  D’altronde anche la maschera che rappresenta il teatro ha due facce, una sorride e l’altra piange. Sta a noi decidere cosa recitare sul palco dei nostri giorni: una tragedia o una storia ricca di avventure dal finale a sorpresa. Non vi nascondo che a volte mi capita di fare anche qualche cameo in un film fantozziano, ma a chi non capita una giornata tragicomica?

Devo anche precisare, a onor del vero, che il mobiletto oggi si è trasformato nella mia mente in un armadio a due ante per contenere tutto il materiale che stava nei due cassetti. E’ sempre panciuto, sempre di legno di ciliegio ma, ahimè,  le zampette di rana, per sostenere il peso di tutto quello che di bello ci ho messo dentro, per loro cocciuta volontà, ora sono delle inguardabili: grosse e poderose zampe di drago. Sappiate però che l’ho spuntata io: son potute restare, ma a patto di poter scegliere io il colore dello smalto sulle unghione che spuntano da li sotto.

Postscriptum:
Avendo saputo che Mencarelli sarebbe stato per un giro di presentazioni dalle mie parti, ho chiesto alla redazione di sospendere la pubblicazione di questo pezzo perchè volevo fare qualche foto, in sostituzione a quella già inviata assieme a questa recensione che state leggendo. Così giovedi 16 marzo mi sono recata in un Teatro vicino a dove abito, dove Mencarelli ha presentato il suo ultimo libro, “Fame d’aria”. Sorpresa dalla felice temporale coincidenza dove si sono allineati come pianeti in una sera d’estate l’aver scritto questa recensione, l’imminente uscita su Bookavenue e la presentazione praticamente sotto casa, con questo stato d’animo mi sono recata in teatro carica di aspettative. Mencarelli è davvero una persona singolare, ed è riuscito a parlare dei suoi libri non parlandone affatto: si è espresso senza mezzi termini sul sociale, sui migranti, sulla sanità, sulla politica, sui fatti di attualità esprimendo la sua opinione con gentilezza cruda ed asciutta. Si, sono queste le parole che descrivono meglio l’ora e mezza passata in sua compagnia. Devo dire che uscita dal Teatro a serata finita i due gradi della notte stellata che mi hanno accolto erano gli stessi del mio sentire. Freddo, mi ha lasciato tanto freddo dentro. C’era da aspettarselo, i suoi libri li ho letti, so bene quindi di cosa parlano e dei temi soggiacenti. Eppure non ero evidentemente pronta alle sue parole che ci hanno fissati come delle puntine sul foglio della nostra coscienza.  Al momento delle domande, la prima persona che ha preso la parola è stata una signora sui sessant’anni, che ci ha spalancato una finestra sulla sua vita, parlandoci di suo figlio autistico proprio come il protagonista del libro “Fame d’aria”. Ed ha ringraziato Mencarelli per aver dato voce a questi ragazzi, perché gli autistici non sono solo i geni come il  rain man dell’omonimo famosissimo film, ci sono anche loro, gli autistici a basso funzionamento, e le invisibili famiglie che se ne occupano. Mencarelli, dopo qualche secondo di silenzio, visibilmente commosso, ha ringraziato la signora, dicendole che è per questi momenti, che è grato di essere uno scrittore.

Dopo le parole della signora una coltre di nebbia mi ha avviluppato cuore e mente, estraniandomi mio malgrado dagli ultimi minuti della presentazione. Mentre tornavo alla macchina, mi girava continuamente in testa (facendo il giro largo anche verso il cuore e ritorno) una risposta detta da Mencarelli, incalzato dal moderatore, che aveva chiesto “Vuoi spiegare al pubblico perchè hai scelto proprio quel titolo, per il libro “La casa degli sguardi?”.

Ecco, la sua risposta credo sia proprio perfetta per chiudere il mio, di pezzo.

“La casa degli sguardi non è, come forse tutti pensano, riferita all’Ospedale “Bambin Gesù”, dove I bambini malati guardano il mondo fuori.  No. La casa degli sguardi siamo noi. Siamo noi il posto, la casa, che genera gli sguardi sugli altri che abbiamo attorno”. 

Mi è piaciuta moltissimo, questa metafora. Ma ho ancora freddo.

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Per BookAvenue, Marina Andruccioli

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Questo pezzo è stato scritto ascoltando “No hero” di Elisa:


“Non chiudere gli occhi
non nascondere il tuo cuore
dietro un’ombra
perché puoi contare su di me
finché respirerò, dovresti saperlo
ti porterò in spalla per tutta la notte
attraverso la tempesta
ti darò amore, solo amore in cambio”  
“Don’t you shut your eyes
and hide your heart behind a shadow
‘Cause you can count on me
As long as I can breathe,
you should know I’ll carry you through the night
Through the storm
Give you love, only love in return”

il libro:
Daniele Mencarelli,
La casa degli sguardi,
Mondadori editore 2020, pp.224

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