La capitale affoga nei suoi drinks e brunch

brunches foto di ©andreapennella
   Tempo di lettura: 10 minuti

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Che si tratti di lavoro o no, spesso mi capita di preferire un buon brunch che colazioni vere e proprie. A maggior ragione se sono in compagnia.  Nei miei frequenti passaggi per la capitale, il bar finisce per essere meta di un pellegrinaggio meridiano alla ricerca di mettere qualcosa di sano, prima di tutto, e di gustoso dopo, sotto il palato. Ma le delusioni che questa città sta offrendo progressivamente ai suoi cittadini e, peggio, a chi paga voli transoceanici per venirci, sono davvero vergognose. Brunch compresi.

Il sospetto di qualcosa che non vada esattamente come deve, corroborato da anni di colazioni d’albergo e pranzi passati fuori e lontano da casa, mi ha spinto a fingermi giornalista ancora una volta per fare qualche domanda indiscreta ai camerieri di bar e ristoranti del centro della capitale con risposte davvero sorprendenti per le verità che confessano.

Inzio da Gioacchino (il nome è finto) cameriere in un noto, forse il più famoso, ristorante di Piazza del Popolo. Mi dice: “Molti in centro servono brunch e il nostro non è peggio o meglio degli altri. Gli italiani non hanno questa abitudine che è tutta degli stranieri. Molti tirano dritto o si fermano solo per un caffè”. Risultato: il brunch non è mai stato così poco redditizio per lui per essere giornate di fine settimana. Aggiunge che i bruncher, frequentemente ubriachi, non lasciano generalmente grandi mance; traduco dal romano: “Spesso dimenticano di elargire la mancia o come certi americani lasciano un assegno firmato. Un assegno? Ma che siamo a Washington?, accidenti! Ciò significa che in pratica non hanno dato mance. Non andiamo in banca per versare un assegno da cinque o dieci dollari”. Pochi e mal in arnese, si direbbe. Per tradurre che il problema riguarda anche il tipo di cliente.

Anthony Bourdain, buona anima, definì il brunch “un modo orribile e cinico di scaricare gli avanzi e far pagare tre volte il prezzo che normalmente si fa pagare per la colazione”.  Cosa confermata dal barista Gianni che, prima di approdare nel più importante locale di via Veneto con il miglior bar a cui si possa aspirare se si fa questo lavoro, ha visto molte “scorciatoie” volte per rendere economiche le materie prime in affari praticamente senza fondo per i proprietari. Mi dice che in un ristorante dove lavorava, gli antipasti del brunch erano porzionati più piccoli del solito. “Per non parlare delle torte forzatamente dolci -in maniera stucchevole- da indurre a bere di più, affidandosi all’economica colata di bollicine senza marca invece che badare al gusto e al cibo, solitamente più costosi. Facendo così margini di guadagno enormi e quasi sempre non emettendo scontrini”.

Non è un segreto che il vino servito in molti ristoranti e bar sia roba economica e in qualche caso potrebbe essere anche più economico del succo d’arancia. A questo proposito: “Se bevi molto, non sei altrettanto perspicace riguardo all’alcol”, conferma Lisetta che, riferendosi ai succhi, aggiunge: “Ciò che la gente chiede più spesso da bere con il brunch è il succo d’arancia. Alla fine, però, se servi la falsa spremuta dei cartoni da due litri annacquati, la gente inizierà a dire: Ehi, aspetta un attimo!”.  Ecco perché capita di vedere di due bar attaccati, uno vuoto e l’altro pieno di gente. Soldi e scemi cominciano a scarseggiare.

“Per quanto riguarda i Bloody Mary? Non fatevi ingannare dal mix ’house’ che spacciano come: “Da noi è speciale!”. Probabilmente è un mix in bottiglia come la Zing Zang con un po’ di pepe macinato in più. Io stessa, in precedenza, avevo indicazioni precise di servirlo così. E non stupirti se i tuoi Bloody Mary hanno un sapore completamente diverso a ogni visita. Alla fine ho cercato e trovato un altro posto di lavoro”.

Oggi Gregorio (anche in questo caso, il nome è inventato) lavora nel famoso ristorante di Piazza Augusto Imperatore sotto i portici; mi dice che la maggior parte dei locali in cui ha lavorato, il brunch non aveva una ricetta fissa.  Spesso era il barista che chiudeva la sera prima (!) a prepararlo. In specie le bevande. Una volta, un collega barista preparò, sbagliandosi, una miscela al pomodoro così piccante che Gregorio, dopo l’assaggio, dovette correre in cucina e bere il latte. L’aveva già servito a un cliente al quale, per fortuna, piacque. Ebbene, quel bar, situato proprio a pochi passi indietro di dove lavora adesso, ha chiuso definitivamente. E se un bar in centro a Roma per di più in un luogo affollato come il largo di fronte al mausoleo di Augusto chiude, è perché le porcherie che servi alla fine ti tornano indietro. 

La verità è che molti offrono schifezze ai turisti ed è la ragione di come le guide (*) in inglese avvertono i turisti della peggiore ospitalità in Europa. E non solo per l’immondizia non raccolta ormai anche in centro.

“Molti stranieri bevono parecchio. Non è solo questione di gestire i postumi della sbornia a causa della robaccia che è servita”, dice Gregorio. “Qui stiamo rubando soldi dalle nostre tasche; i turisti prima o poi ce la faranno pagare. Se ci vedi servire semplicemente una tazza di caffè, probabilmente non è solo caffè.”

D’altro canto, aggiunge, i romani si stanno adeguando al degrado. Ed è una questione molto più che di costume. La maleducazione serpeggia sempre più frequentemente nei comportamenti dei singoli. Un esempio? Quello di festeggiare un compleanno pretendendo di portare da casa la torta e arrabbiarsi di fronte al diniego del gestore. Capita anche di servire per “…una folla rumorosa e molto esigente. Poi, una di loro si ubriaca e vomita sui vasi di fiori nel portico”, mi racconta. Si avvicina per aiutarla e mentre lo fa, s’imbatte in un altro ventenne del gruppo che cercava di raggiungere il bagno. Anche lui ha vomitato ma sulle sue scarpe da ginnastica nere di marca. “Vado in bagno e cerco di pulirmi meglio che posso. A quel punto speravo solo di arrivare alla fine del turno, pensando che almeno alla fine avrò mi tornerà qualcosa di buono sotto forma di mancia. Invece, manco quella alla fine.”

Uno sguardo impietoso, insomma, per ammissione degli stessi operatori. Registro che il triangolo Colosseo-Fontana di Trevi-piazza del Popolo passando per Trinità dei Monti è ormai considerato off-limit per le persone che hanno scritto sulla fronte “turista in visita” da molti web, city-guides e comunità di viaggiatori. Si mangia male nel migliore dei casi e si paga peggio.

Tutto questo non è in second’ordine alla crisi di idee che attraversa la città da qualche tempo dove trasporto pubblico e gestione dei rifiuti sono solo la punta di un iceberg di un problema gigantesco. L’età di Roma non si misura in anni ma in epoche: questa è una in cui la cui curva di diagramma sembra essere molto in basso. Non è solo questione della gestione amministrativa e politica corrente anche se colpevolmente non si riesce a mettervi mano. Speriamo solo di non replicare il vecchio leitmotiv: “Fuggi da Foggia non per Foggia ma per i foggiani”: in fondo, è la Capitale e posto dove si concentrano la maggiar parte dei siti Unesco del nostro Paese.

Anche perchè tra un paio di settimane dovrò tornarci

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per BookAvenue, Andrea Pennella

(*) note: quelle di seguito sono solo alcune che ne parlano:

-La Lonely Planet, parla apertamente di una città in crisi e di alcune zone da evitare (Bocca della Verità e Trinità dei Monti!) di bus da non prendere (il famigerato n.64) e di non servirsi di bar e ristoranti del centro.
-La guida Wantedinrome.com parla di una citta molto sporca, di posti di accoglienza gestiti da “furfanti” e i cittadini di Roma senza fede e volontà civica. Avverte pure di non mangiare etnico: il 99,9% dei ristoranti cinesi andrebbe chiuso. Messicani e thailandesi sono immangiabili e gli hamburger sono “universalmente terribili”.
-Througheternity consiglia di non mangiare pasti in centro dove i piatti non sono autentici e i prezzi da rapina.


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