Dai, che ce la fai!

Oggi mentre facevo colazione ho ascoltato  una intervista ad una signora che si occupa di aiutare le persone dal punto di vista psichiatrico. Tra le tante cose interessanti ha detto una frase che mi ha davvero colpito molto: oggi, soffriamo in modo diverso.

Il mio cuore ha saltato un battito. Eh!, si: lo fa sempre quando riconosce una cosa per vera.

Questa affermazione mi ha accompagnato per tutta la giornata. Soffriamo in modo diverso. Forse intendeva che siamo piuttosto bravi  (purtroppo) a creare modi sempre nuovi per far soffrire i nostri simili, pensiamo al  bullismo in rete, al body shaming (derisione del corpo), alle discriminazioni di genere.

In effetti ho sempre pensato che la sofferenza è sofferenza, che si soffre in modo sempre uguale. Ma questa frase mi ha fatto pensare: la sofferenza, per noi esseri umani, si palesa con le stesse emozioni, ma oggi la elaboriamo in modo differente. E non è cosa da poco, il come elaboriamo la sofferenza. Fin da bambini ci insegnano inglese, matematica, le regole, della buona educazione ma l’ABC delle emozioni, quello proprio no. Proviamo rabbia e non sappiamo come fare a gestirla.

Non sappiamo distinguere la sfumatura emotiva tra frustrazione e risentimento. Se il nostro capo ufficio ci richiama reagiamo come se fosse un attacco al nostro essere, non al nostro fare. Io faccio questo lavoro, non sono questo lavoro, la mia identità non si riduce al mio lavoro, sono anche tanto altro, per fortuna (aggiungerei..!). Eppure travisiamo, sovrapponiamo, mischiamo, non distinguiamo quello che sentiamo. La rabbia spesso cela paura, l’invidia copre come un ampio mantello le nostre insicurezze.

Ho sempre partecipato a molti gruppi di auto muto aiuto, non perché avessi una dipendenza, ma perché sono sempre stata attratta dal lavoro su noi stessi. E lavorare in gruppo, a volte anche con perfetti sconosciuti, è potente e a volte accelera processi che ci metterebbero anni, a compiersi.

E “gli altri” sono una grande risorsa, un meraviglioso specchio che ci rimanda i nostri meccanismi. E in questi dolorosi tempi di pandemia, “gli altri” sono ancor più da rivalutare.

Certo, il lavoro su se stessi è importante per trovare un equilibrio interiore che ci aiuti ad affrontare il dolore e la sofferenza, perché diciamocelo come diceva Frank Capra la vita è meravigliosa_, ma anche tanto complicata!! Una frase a me molto cara attribuita al politico e scrittore Frederick Douglas  “E’ più facile costruire bambini forti che riparare uomini distrutti” mi ha portato ad impegnarmi molto nel crescere mia figlia allenandola a percepire, decrittare e rendendola molto presente alle sue emozioni.

Un bellissimo libro è quello scritto da Bruno Hourst “Dai, che ce la fai!” (*), se vi va di approcciare questo modo di educare i bambini, ma anche molto utile per riprendere per mano il nostro bambino interiore, che senza scomodare tutta quella correntona che va dalla New Age al pensiero alternativo, direi molto più semplicemente che altro non è che il nostro mondo emotivo interiore.

E tornando al tema iniziale di questo post , la sofferenza, credo fermamente che iniziare a lavorare su se stessi, sia la soluzione.

E che sia chiaro: il mondo là fuori non cambia mai ma siamo noi che, assumendo un punto di vista diverso, cambiamo la nostra percezione della realtà.

Eccola qua, la spiritualità applicata: non ci cambia  il percorso che dobbiamo affrontare nel nostro viaggio di tutti i giorni che chiamiamo vita, ma cambia in modo incredibilmente bello gli occhiali che decidiamo di indossare per guardare il panorama.

E viaggiare osservando il mondo con gli occhi della serenità interiore, beh, è tanta roba…

Marina Andruccioli

ndr.

(*) Marina Andruccioli cita il libro di Bruno Hourst, Dai che ce la fai, edito da Red edizioni nel 2014 e attualmente esaurito. Il titolo dell’articolo è dal libro.

l concetto di stima di sé non è per nulla semplice da spiegare. È infatti un concetto ampio e complesso. L’autore la definisce come la considerazione che ciascuno ha di sé, che si basa su due importanti convinzioni: io sono amato e io so amare. Significa essere consapevoli del proprio valore e avere la forza sufficiente per sentirsi pienamente responsabili dei propri gesti, verso sé stessi e verso gli altri. È questo ciò che Bruno Hourst desidera che i genitori imparino a trasmettere ai propri figli leggendo questo libro. Spesso, infatti, dietro a un comportamento aggressivo, violento, oppure al contrario passivo e apatico di un bambino o di un adolescente c’è proprio una scarsa stima di sé.

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