Daria Galateria, Mestieri di scrittori

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La poesia non dà pane, come dicevano gli antichi, e anche sulla prosa, nella maggioranza dei casi, non si può fare troppo affidamento. Lo sanno bene gli scrittori che, prima di venir riconosciuti (e sufficientemente compensati) come tali, hanno dovuto adattarsi ad ogni sorta di lavori e quelli che, per necessità o per scelta, si sono divisi per tutta la vita tra lavoro e letteratura. Il fenomeno è sempre esistito, tanto che le lamentazioni del poeta in miseria costituiscono una sorta di genere letterario; ma in epoca moderna, quando la cultura ha cominciato a non essere più appannaggio delle classi agiate e del clero, a non godere più della generale considerazione e a perdere di conseguenza il sostegno delle diverse forme, pubbliche e private, di mecenatismo, il capitolo degli esordi difficili e dispersivi e quello della letteratura come secondo lavoro figurano in quasi tutte le biografie degli scrittori.

Di questi capitoli Daria Galateria ha provato a metterne sotto la lente d’ingrandimento ventiquattro (Mestieri di scrittori, ed. Sellerio, p. 218, € 12), isolandoli dal contesto dell’opera che hanno preceduto o accompagnato per farne meglio risaltare la peculiarità e lasciare che siano queste diverse e spesso turbinose esperienze a farsi specchio della personalità letteraria dei ventiquattro scrittori considerati e non viceversa.
Alcune volte le connessioni tra le due vite sono flebili e quello di scrittore sembra soltanto l’ultimo di una serie impressionante di mestieri, l’approdo di un percorso tortuoso dettato da una irrequietezza esistenziale che la scrittura non basta a placare, ma spesso nobilita e sublima.
Altre volte le due esperienze sono vissute come inconciliabili e alternative: Italo Svevo smette di scrivere quando accetta di lavorare nell’impresa di vernici sottomarine della famiglia della moglie e riprende solo quando, ormai cinquantottenne, può lasciare l’azienda in mano alle figlie e ai generi; per dedicarsi alla letteratura, Jean Giono abbandona un sicuro anche se umile lavoro in banca; meno risoluto e sempre in preda ai suoi umori conflittuali, Carlo Emilio Gadda scrive per risarcirsi dei “lavori ingegnereschi” che è costretto a fare. Eliot e Kafka, bancario l’uno e assicuratore l’altro, trovano invece compatibili le loro due così remote attività e addirittura fertile il loro contrasto: per il poeta la banca è «accogliente e incoraggiante», per lo scrittore praghese «il lavoro libera la nostalgia dal sogno, che spesso abbaglia l’uomo e lo lusinga a morte».

 

Il più delle volte però le esperienze di lavoro s’intrecciano con quelle della scrittura: nei casi più vistosi ne determinano l’orientamento e lo spirito, come hanno fatto l’odissea dell’infanzia e della giovinezza per Maksim Gorkij o lo spettacolo delle manifestazioni più spietate del colonialismo e della discriminazione sociale per George Orwell. Più generalmente le forniscono materia viva: in ‘Post office’ Charles Bukowski attinge ai ricordi, seppure deformati dall’alcol, dell’unico impiego che è miracolosamente riuscito a far durare; ne ‘La voie royale’ André Malraux ammanta di prestigio la sua spedizione giovanile in Cambogia finita con una condanna a tre anni di prigione per furto di opere d’arte khmer; Louis-Ferdinand Céline alimenta il fuoco delle sue idee e del suo stile con i viaggi di lavoro in Africa e in America e con la pratica saltuaria di medico di sobborgo; Antoine de Saint-Exupéry trasfonde nei suoi libri – perfino nella favola del Piccolo Principe – le sfide e i valori delle sue avventure di pilota di pace e di guerra. In questo rapporto tra vita vissuta e opera scritta c’è qualcosa che accomuna personalità diversissime come il mitico Lawrence d’Arabia e l’investigatore Dashiell Hammett: per entrambi i libri – I sette pilastri della saggezza per il primo, la serie degli hard boiled per l’altro – sono la continuazione della loro avventura con altri mezzi. C’è anche chi, come Blaise Cendrars, le ha concepite e vissute di un unico getto, dando alla letteratura il respiro della vita e alla vita le impennate e gli estri della poesia e rendendole così indistinguibili.
Il libro non è soltanto una sapidissima raccolta di aneddoti rivelatori, genere nel quale Daria Galateria è maestra: è un’occasione per vedere gli scrittori da una prospettiva inedita, per riconoscere nella loro immagine consacrata di autori l’umanità, spesso anche la modestia, del ruolo di personaggio che hanno recitato nella vita e per scoprire che tutti, nessuno escluso, anche quelli che hanno affrontato le corvée più umilianti e faticose, confessano che il lavoro più improbo è quello della scrittura.
Giovanni Bogliolo

Daria Galateria Mestieri di scrittori, ed. Sellerio

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