La scomparsa di Jeff Beck

La sua preferita era la Stratocaster e la più amata la Esquire. Ora sapremo da qualcuno a lui vicino quante chitarre avesse: su Grounguitar hanno accennato a circa 300, la maggior parte Fender ma ha anche suonato con la Gibson. 

Jeff Beck un’autentica leggenda della chitarra, che ha spinto in avanti i confini del blues, del jazz e del rock ‘n’ roll, influenzando generazioni di musicisti lungo la strada e diventando noto come “il “chitarrista,  è morto improvvisamente qualche giorno fa per una meningite batterica. Aveva 78 anni. La notizia, che ha turbato migliaia di musicisti e appassionati, ha fatto il giro del mondo in un attimo. 

Geoffrey Arnold J.B., il suo nome di battesimo, era nato nel Surrey, in Inghilterra, e frequentato il Wimbledon Art College. Suo padre era un contabile e sua madre lavorava in una fabbrica di cioccolato; ha cominciato ha suonare la chitarra giovanissimo, esibendosi con una acustica per accompagnare i cori della chiesa nella sua città natale. Una volta scopriremo finalmente che, credenti o no, sono le chiese a generare e coltivare i musicisti più grandi della storia, e forse è così. 

Ha collaborato in alcune band – tra cui Nightshift e The Tridents, leggo da Wired (*), prima di unirsi agli Yardbirds nel 1965, sostituendo Clapton Clapton che aveva lasciato il gruppo perché più vicino alle sonorità blues che rock, ma fu solo un anno dopo che lasciò il posto a Page. 

Clapton, Page, J.B. e lo stesso Jimi Hendrix fanno parte da decenni del pantheon dei chitarristi della storia del rock. J.B. è stato amico di Jimi Hendrix e si sono esibiti insieme in più di una occasione. A questo proposito, lasciatemi dire: prima di Hendrix, la maggior parte dei chitarristi rock dell’epoca si concentravano su uno stile e un vocabolario tecnico simili che Hendrix stesso ha fatto saltare in aria prendendo letteralmente a morsi la sua chitarra. 

Il primo singolo di successo fu il strumentale “J.B.’s Bolero” del 1967, che comprendeva i futuri membri dei Led Zeppelin: Page, già citato, John Paul Jones, e il batterista degli Who Keith Moon.  Il gruppo ha inciso dischi famosi come:  “Truth” del 1968 e “J.B.-Ola” del 1969 – e uno con un’orchestra di 64 elementi, “Emotion & Commotion”. Durante la sua partecipazione, la band ha creato i memorabili singoli “Heart Full of Soul”, “I’m a Man” e “Shapes of Things”.  Lo stile di Jeff Beck ha incorporato hard rock, jazz, funky blues e persino l’opera. Era noto per la sua improvvisazione, l’amore per gli armonici e il whammy bar (il tremolo, per capirci) della sua Fender, ma anche il suo caratteraccio. Fu a causa di questo che fu allontanato dal gruppo dopo che mollò la band nel bel mezzo di un concerto in Texas.

Il suo gruppo, il Jeff Beck Group, comprendeva un giovane cantante: Rod Stewart; dice niente?, quello di “Tonight’s the night”…di qualche anno più tardi e molto, molto altro,  ma anche Ron Wood, il bassista che diverrà ancora più celebre con i Rolling Stone, e il tastierista Nicky Hopkins, che dopo il scioglimento del gruppo ha suonato con i più grandi artisti della terra a cavallo tra i ’60 e ’70. Quest’ultimo è morto a soli 50anni a causa della malattia di Crohn.
Il J.B.Group doveva esibirsi al festival di Woodstock del 1969, ma la loro apparizione fu cancellata. J.B. in seguito disse che c’erano stati contrasti nella band.

J.B. ha vinto otto Grammy Awards ed è stato inserito due volte nella Rock and Roll Hall of Fame: una volta con gli Yardbirds nel 1992 e un’altra come artista solista nel 2009. Si è classificato al quinto posto nella lista della rivista Rolling Stone dei “100 migliori chitarristi di tutti i tempi.”

La sua Fender ha fatto vibrare le corde con cantanti diversi come Luciano Pavarotti, Macy Gray, Chrissie Hynde, Joss Stone, Imelda May, Cyndi Lauper, Wynonna Judd, Buddy Guy  e Johnny Depp.  Tra gli album di J.B. c’è “Talking Book”, l’album storico di Stevie Wonder del 1972. Il suo tenero assolo di chitarra nella ballata “Lookin’ For Another Pure Love” gli è valso un caloroso richiamo “Do it one more, Jeff” di Wonder che è stato incluso nel taglio dell’album.

La straordinaria carriera di Jeff Beck ha incluso la collaborazione con il bassista Tim Bogert e il batterista Carmine Appice per creare il trio che pubblicò “J.B., Bogert and Appice” nel 1973 e il live in Giappone dello stesso disco. Ha collaborato con il  leggendario produttore George Martin, alias: “il quinto Beatle“, per aiutarlo a creare classici fusion e jazz-fusion come: ”Blow by Blow” (1975) e “Wired” (1976). Ha collaborato con Seal nel tributo a J. Hendrix “Stone Free”; ha creato un gruppo jazz-fusion e ha onorato il chitarrista rockabilly Cliff Gallup con l’album “Crazy Legs”. Ha pubblicato “Loud Hailer” nel 2016.

Il lavoro di J.B. può essere ascoltato anche in colonne sonore di film come “Stomp the Yard”, “Shallow Hal”, “Casino”, “Honeymoon in Vegas”, “Twins”, “Observe and Report” e “Little Big League”. J.B. ha recentemente completato un tour di supporto al suo album con J.Depp, “18″ ed ha suonato nell’album “Patient Number 9″ di Ozzy Osbourne. (**). Mi dico: che diamine altro?

J.B. non ha mai raggiunto i livelli commerciali di Eric Clapton. E’ stato un perfezionista preferendo realizzare dischi strumentali ben accolti dalla critica e lasciando le luci della ribalta per lunghi periodi, godendosi il tempo… restaurando automobili d’epoca. Restaurando a u t o d’ e p o c a ? Lui e Clapton hanno avuto una intensa relazione professionale all’inizio, ma sono diventati amici in età avanzata esibendosi in tour insieme.

Immancabili le reazioni sulla stampa e social. 

“J.B. è il miglior chitarrista del pianeta”, ha detto al New York Times tempo fa Joe Perry, il chitarrista solista degli Aerosmith. “È testa, mani e piedi sopra tutti noi, con un tipo di talento che appare solo una volta ogni generazione o due. “Jeff era una persona così gentile e un eccezionale chitarrista iconico e geniale – non ci sarà mai un altro J.B.”, ha scritto Tony Iommi, chitarrista dei Black Sabbath su Twitter  tra i tanti tributi.

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per BookAvenue, Francy Schirone

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nda: (*) questo articolo è stato realizzato con l’ausilio di diverse fonti: da Wired.com, L’Esquire, NY Times e da (**) Open Library di Wikipedia 

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