Jiang Rong, Il totem del lupo

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   Tempo di lettura: 3 minuti

foto autoreLa storia – basata sulla esperienza diretta dell’autore – è quella di Chen Zen, giovane intellettuale di Pechino inviato nelle steppe della Mongolia per diffondere tra la popolazione locale i principi del regime comunista. In una terra estrema e lontana anni luce dall’ideologia della Rivoluzione, Chen scoprirà un mondo ancestrale in cui le dimensioni del sacro e del soprannaturale avvolgono ogni cosa. Compresi rapporti della popolazione con i lupi, grandi predatori che contendono all’uomo la supremazia dell’inospitale territorio. Un animale, il lupo, al tempo stesso, nemico, spirito benefico e simbolo di una maniera di affrontare la vita sulla quale i mongoli hanno modellato la loro esistenza. Grazie agli insegnamenti del vecchio Bileg, Chen si libererà del sacro terrore che prova nei confronti dell’animale e che simboleggia la sua paura, di intellettuale comunista, della libertà.

Affascinato dalle virtù di quel popolo nomade, abituato ai grandi spazi delle pianure, Chen si convince sempre più della necessità di liberarsi di quella “mentalità del gregge” da cui vede affetti i suoi contemporanei cinesi.
Nella storia di Chen c’é molto dell’esperienza di Jiang: nel 1967, all’epoca della Rivoluzione, si trasferì volontariamente insieme ad un gruppo di intellettuali suoi amici nelle campagne della Mongolia dove è rimasto 11 anni conducendo una vita completamente nomade.
Il libro ha più l’andamento del saggio a tema, nel senso che ogni pagina, ogni aneddoto, ogni riflessione esternata dai personaggi ribadiscono incessantemente la stessa tesi: la superiorità del lupo, animale dotato di forza morale, lungimiranza, capacità di coesione sociale, giusta dose di aggressività, coraggio, capace di un comportamento assolutamente rispettoso dell’equilibrio naturale, ma soprattutto di una fierezza tale da renderne impossibile l’addomesticamento, tanto che la trama stessa del libro si costruisce attorno al tentativo del protagonista di allevare un cucciolo di lupo. Si intuisce subito che la metafora è quella che vede contrapposto un popolo di allevatori nomadi liberi, selvaggi, indomabili (i mongoli) a uno contadino, incapace di alzare la testa, stanziale, erbivoro, timoroso, facilmente soggiogabile (gli han).

 

Ma la vera forza del romanzo sta nella capacità di sollevare, o riaccendere, un vivace dibattito culturale sulle radici storiche che possono aver contribuito a forgiare la fisionomia della nazione cinese. Attraverso una serie di accurate citazioni storiche che Jiang Rong pone ai vari capitoli o che non esita a mettere in bocca al protagonista Chen Zhen, alter ego dell’autore per sua stessa ammissione, si rivivono i fasti dell’epopea mongola, ritrovare il Totem del lupo nelle origini del popolo cinese e in tante popolazioni che con i mongoli hanno comunque affinità, fino ad ammirare i successi tattici e le conquiste del clan di Gengis Khan e ad apprezzare, di quei popoli, il carattere fiero, l’indole combattiva, l’aggressività che permettere loro di estendere il dominio anche sull’impero cinese.

L’autore, un maturo professore che si nasconde dietro un anonimato facilmente smascherabile (ma prudenzialmente scelto per non dare risalto ai due anni passati in prigione per il coinvolgimento nei fatti di Piazza Tian’anmen), ha trascorso nella Mongolia Interna, in qualità di “giovane istruito”, gli anni della Rivoluzione Culturale che racconta nelle pagine del corposo libro.

copertinaJiang Rong
Il totem del lupo
Mondadori

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