Cormac McCarthy, La strada

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Il mondo post-apocalittico tradizionalmente gode (si fa per dire), in letteratura, in televisione e al cinema, di discreta considerazione, con forme espressive e risultati qualitativi assai differenti. La tematica del mondo distrutto da un olocausto di varia natura è una delle questioni più care alla fantascienza e uno degli spunti più abusati dall’immaginario narrativo e visivo.
Non è necessaria un’eccessiva fantasia per ipotizzarne le forme, d’altronde chi ci ha provato ha di solito rispettato una serie di canoni che si ripetono anche banalmente: paesaggi sterili, forme di vita quasi del tutto estinte e i sopravissuti del genere umano che crudelmente mettono in atto, nel modo più prosaico ed efferato, la concezione di hobbesiana memoria di “homo homini lupus”.

Questo, per premettere che la materia scelta da Cormac McCarthy non era certo particolarmente originale e quindi, le probabilità di cadere nel già scritto e nei luoghi comuni annessi, erano abbastanza alte. McCarthy arriva infatti alla prova, quando nei decenni scorsi è stato preceduto da scrittori del calibro di Ballard e Matheson, che le possibili varianti catastrofiche hanno passato al setaccio con geniale meticolosità.
Eppure, McCarthy non solo si smarca elegantemente da tutti i possibili ostacoli e rischi, ma realizza un indiscutibile capolavoro. Da qualsiasi prospettiva lo si voglia guardare, il romanzo, ha una sua potenza evocativa, che difficilmente potrebbe far pensare ad altre opere sul genere.

E’ vero che lo scrittore fa suoi molti degli ingredienti catastrofisti, compresi alcuni richiami cinematografici (si pensi per esempio ad alcune suggestioni che fanno salire alla mente i vari “Interceptor”). Alla fine, però, il post-apocalittico viene comunque trattato senza tralasciare alcun particolare logico e senza giocare troppo sul sensazionalismo, con realismo e verosimiglianza scioccanti.
Persino lo stile e la scrittura si incarnano per intero nella tragedia che stanno vivendo i personaggi, tale da rendere la forma scritta un unicum con il racconto.
Si prendano per esempio i dialoghi privi di punteggiatura, scarni ed essenziali, che vanno ad integrarsi con il resto del testo, rendendo ancor più vivido il senso di desolazione, di disperazione, di vuoto. Così come l’essenzialità dei paragrafi a volte anche brevi e brevissimi, con la fredda spaziatura, comunica l’impressione chiara, netta dell’impossibilità di vivere una realtà diversa da quella data.

L’assenza di capitoli, sia numerati che intitolati, la quasi totale assenza di nomi geografici, i protagonisti chiamati solo come “l’uomo” e il “bambino”, il mondo e i luoghi anonimi, appiattiti dalla desolazione circostante, sono fattori che completano la notevole forza descrittiva di McCarthy che con poche frasi, fa trovare il lettore immerso in quell’universo dominato dal nero e dal grigio, impregnato di fango, cenere e morte. Quasi un fluire incontrastato di un sordo, funereo rumore di fondo.
In mezzo a tutto questo, una piccola ma potente luce. La luce dell’amore tra il padre e il figlio, quasi assoluti protagonisti del libro. Di un uomo che sfida oltre ogni logica la morte, per proteggere e far sopravvivere il figlio in un mondo fosco e crudele. Ma soprattutto la luce simbolica del “portare il fuoco”, quell’espressione che spesso il bambino ricorda al padre e che non è legata solo ad un paragone preistorico, ma soprattutto al fatto che la luce e il calore del fuoco tengono viva la speranza.
Speranza, per dei versi assolutamente insensata, ma che salva i due dal degrado disumano di doversi riscoprire bestie, come molti dei “cattivi” indicati come tali dal bambino. Un’irriducibile speranza nella “bontà”, che ci svela un McCarthy profondo umanista, che lo allontana per un attimo, nonostante la crudezza, da Ballard e da Matheson e lo avvicina più di quanto si creda all’altro crudo umanista Lansdale, a cui spesso viene paragonato.

 

copertina

Cormac McCarthy
La strada
Einaudi

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Marco Crestani

"In una poesia o in un racconto si possono descrivere cose e oggetti comuni usando un linguaggio comune ma preciso, e dotare questi oggetti - una sedia, le tendine di una finestra, una forchetta, un sasso, un orecchino - di un potere immenso, addirittura sbalorditivo. Si può scrivere una riga di dialogo apparentemente innocuo e far sì che provochi al lettore un brivido lungo la schiena… Questo è il tipo di scrittura che mi interessa più di ogni altra. Non sopporto cose scritte in maniera sciatta e confusa…"(Raymond Carver)
http://libereditor.wordpress.com/

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