Vorrei non dire: “…vorrei averlo fatto!”

In un pomeriggio di fine estate, cercando un libro che avrebbe scandito con il frusciare di pagine lo scorrere di alcune ore di vuota attesa di un pomeriggio di li a venire, mi sono imbattuta in rete in un trafiletto su di un libro intitolato “Vorrei averlo fatto. I cinque rimpianti più grandi” di Bronnie Ware.

Siamo a settembre di un anno fa, il 2021, periodo non certo facile e anche io, quel giorno, ero immersa pienamente in quel clima di incertezza (aggiungete pure i sinonimi che più si adattano ad abbracciare il vostro sentire di allora) ed incuriosita dal titolo ho cercato la quarta di copertina per saperne di più e mi è scappato un gemito: no non ce la posso fare a leggere un libro che parla dei cinque maggiori rimpianti che le persone hanno in punto di morte.
Ma a sorpresa, proprio come la recensione positiva letta da un amico sulla porta di un ristorantino che di primo acchito non ci piaceva per niente, mi è passata per la testa una scena di quel bellissimo film di Lee Daniels, Precious, dove la protagonista dice più o meno così: “Certi hanno una luce attorno che illumina anche le altre persone. Penso che forse alcuni di loro stavano in un tunnel e in quel tunnel forse l’unica luce che avevano stava dentro di loro. E poi, anche tanto tempo dopo che sono usciti dal tunnel, continuano a splendere per tutti gli altri”. Non saprei spiegarvi perchè il mio sentire abbia suggerito questo parallelismo, ma spinta dalla curiosità ho superato il rifiuto iniziale e ho comprato quel libro.
Bronnie Ware è una famosa blogger che vive e lavora in Australia, ed il “la” per scrivere questo libro le viene da un articolo che ha pubblicato lei stessa nel suo blog, Inspiration and Chai, in cui raccontava i cinque più grandi rimpianti che le avevano confidato i pazienti terminali di cui si era presa cura nell’ultimo periodo della loro vita.
Ben presto l’articolo divenne virale e da qui l’idea di farne un libro, bello e delicatamente intenso, un successo tradotto in più di venti lingue e che vi lascio scoprire da soli, se vi va di emozionarvi e riflettere un pò con una delle nostre paure più ancestrali.
Quando giro l’ultima pagina di un libro, mi chiedo sempre cosa mi ha lasciato e mi piace molto quando rimango con più domande che risposte, quando mi esorta a rimuginarci su.

Ed ecco alcuni pensieri che voglio condividere con voi scaturiti dalla lettura di questo intenso libro. La società moderna occidentale ha tagliato fuori quasi completamente il concetto della morte, non se ne parla mai (a parte Taffo con la loro spiazzante ironia!) e se mai osiamo farlo c’è tutta una…gestualità, diciamo, quasi imbarazzante, e certamente inutile. Ma trovo ancor più triste il nascondersi dietro quei modi di dire per non pronunciare mai la parola morte: ci ha lasciato, la sua dipartita, la grave perdita, la sua scomparsa, si è spento, non è più tra noi…

Appurato il fatto che non si è mai pronti a fare l’inventario di quel che rimane di noi vivi prima della nostra la morte, ricordo il libro che una cara persona mi consigliò di leggere quando è morta mia madre: il libro tibetano dei morti. A dispetto del titolo, è un inno alla vita.
Ecco, è esattamente questo che rappresenta per me la morte: un fascio di luce, un intenso evidenziatore da utilizzare ogni giorno, una ola ai quei preziosi minuti spiccioli di noia che tutti prima o poi subiamo sbuffando, la compassione con cui dovremmo guardare chi si arrabbia per cose futili, la serietà e devozione con cui dovremmo impegnarci a fare pratica di sorrisi ogni giorno.
Ci prendiamo tremendamente troppo sul serio, e come dice quel tale: la vita è quella cosa che ti accade mentre siamo occupati a fare altri progetti (lo so chi l’ha scritto, ma è anche giusto che ve lo andiate a cercare se vi interessa, anche voi dovrete pur fare qualcosa oltre a leggere passivamente queste righe, no? Lo so che state inarcando le sopracciglia, ma facciamolo un sorriso insieme, io da qui e voi da li, dato l’argomento ce lo meritiamo proprio).
Parafrasando l’autrice del libro, facciamo di tutto per nascondere e negare l’esistenza della morte, lasciando impreparati sia il morente che la famiglia e gli amici. Ed io, dopo aver diluito e assaggiato, filtrato e parzialmente digerito i concetti tanto difficili quanto sicuramente spinosi che ho letto, ho usato questo libro come una cartina di tornasole.

Lasciando rispettosamente stare le implicazioni religiose e/o il proprio credo personale, per me parlare della morte significa guardare la vita in controluce, proprio come si faceva una volta per osservare cosa c’era impresso in un negativo: alzavi la striscia di plastica marrone scuro, la mettevi davanti ad una fonte di luce, guardavi bene da vicino e cercavi di distinguere in quei chiaroscuri l’immagine impressa in quel fotogramma.
Il segreto per venirne fuori, per me, sta proprio qui, nei chiaroscuri e nei dettagli poco nitidi.
Se come diceva Henri Cartier Bresson fotografare è scrivere con la luce, per me la morte ci spinge a trovare un buon dosaggio di chiari e di scuri nel nostro book fotografico che chiamiamo vita. La fonte di luce sono sicuramente i nostri valori, la striscia di pellicola la nostra vita, le immagini in chiaro scuro le nostre giornate, la pellicola già stampata il nostro passato e la pellicola da impressionare il nostro futuro.
Ecco. La vita come una lunga striscia di carta speciale, sensibile alla luce, sulla cui lunghezza nulla possiamo fare, se non sperare di aver tra le mani un rullino abbastanza lungo per le nostre aspettative.

La morte invece è quella linea poco nitida e un pò fumosa che si staglia all’orizzonte, la in fondo.E’ presente in ogni foto, ma non le badiamo granchè.
E forse lo sbaglio è proprio li.

per Bookavenue, Marina Andruccioli

Il libro

Vorrei averlo fatto. I cinque rimpianti più grandi.
di Bronnie Ware
edizioni Mylife
2012, pag.280

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