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Giovedì, 01 Dicembre 2011 07:18

Letteratura è andare a combattere

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Poco prima di morire per insufficienza epatica nel luglio del 2003, Roberto Bolaño disse che avrebbe preferito il mestiere del detective a quello dello scrittore. Aveva cinquant'anni anni ed era già ampiamente considerato il più importante romanziere latino-americano dopo Gabriel García Márquez.

In un’intervista pubblicata dall’edizione messicana di Playboy Bolaño fu piuttosto esplicito. “Mi sarebbe piaciuto essere un investigatore della omicidi, molto più che uno scrittore” disse. “Di questo sono assolutamente sicuro. Immagino una serie di omicidi e qualcuno che possa tornare, nottetempo, sulla scena del delitto senza aver paura dei fantasmi...”

I polizieschi e le uscite provocatorie erano due passioni di Bolaño (una volta definì James Ellroy uno dei migliori scrittori viventi in lingua inglese), ma il suo interesse per le storie di piedipiatti non si limitava esclusivamente alla trama e allo stile. I racconti polizieschi sono essenzialmente indagini su moventi e meccanismi della violenza e Bolaño (che era andato a vivere in Messico nel 1968, l’anno del massacro di Tlatelolco ed era finito in carcere durante il golpe militare del 1973 nel suo paese, il Cile) era ossessionato da questo aspetto.

Per lui la letteratura era fondamentalmente un mestiere pericoloso (un po' come la lotta dei samurai... letteratura è avere coraggio, sapendo in anticipo che sarete sconfitti... letteratura è andare a combattere), ma anche infido, malfido, scabroso. Il viaggio della letteratura è come il viaggio che fece Ulisse: senza ritorno. E si può anche dire che l'intera opera di Roberto Bolaño resti sospesa sopra l'abisso, ma non ha paura di guardare fuori.

 

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