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Venerdì, 29 Novembre 2013 15:44

Roberto Cerati, monaco laico dei libri

Scritto da Roberto Cicalà

di Roberto Cicalà

Dalla Cattolica all’Einaudi la lezione di un grande “maestro in ombra” dell’editoria. Il ricordo del suo ritorno in università per incontrare i giovani del Laboratorio di editoria che poi hanno dedicato molti studi alle carte dello Struzzo

«È una vera felicità fare il mestiere della propria passione» ama dire citando Stendhal il «piccolo monaco del libro», come Giulio Einaudi chiama il suo alter ego, per mezzo secolo l’assistente più stretto, al quale nel 1999 passa il testimone di presidente della casa editrice. Il novantenne nerovestito e dallo spirito candido Roberto Cerati, uno dei protagonisti dell’editoria novecentesca, il 22 novembre 2013, quando i giornali celebrano gli 80 anni dello Struzzo, sfoglia l’ultima pagina del libro della sua vita. Lo chiude dopo le migliaia di volumi fiutati con curiosità, promossi con passione tra i librai e, avendo calibrato le tirature, venduti a quel «pubblico Einaudi» creato proprio da lui, l’inventore delle prime edizioni subito tascabili, tentate la prima volta con La storia di Elsa Morante, nel ’74, con un successo arrivato in verità dopo una sua opposizione. Perché credere nelle idee significa anche saperle cambiare.>>


Il ragazzo della brughiera tra Sesia e Ticino, nato a Cressa nel 1923, capita che vada a scuola a piedi camminando per ore fino a Novara, all’ombra della cupola antonelliana negli anni in cui Strehler esordisce qui con L’uomo dal fiore in bocca di Pirandello. E sul drammaturgo di Girgenti, Roberto discute la tesi di laurea in Università Cattolica con il maestro di storia del teatro Mario Apollonio, incontrando nel chiostro di padre Gemelli altri studenti come Testori, Turoldo e Rodari, suo grande amico e poi autore internazionale negli anni dell’Einaudi, vicino anche nelle idee politiche.

 

Il primo vero einaudiano della sua vita è però Elio, come chiama Vittorini, di cui vende da strillone il primo numero del “Politecnico” in piazza Duomo. La guerra è appena terminata e a Milano avviene l’incontro che segna il suo destino e la fortuna dello Struzzo, quando nella sede di via Tunisia vede i grafici «Albe Steiner e Max Huber inginocchiati per terra a disegnare le pagine della rivista» e lì incontra Giulio Einaudi (ricorderà il primo dialogo: «Ma lei cosa fa?» «Niente». «Come niente? Venga qua») che gli affida un lavoro di vendita per corrispondenza, poi di verifica nelle librerie lombarde e quindi in treno in tutt’Italia, dove i librai lo amano e si fanno convincere a credere negli “Struzzi”, nei “Millenni” e nelle altre collane da lui coccolate come figli, fino a diventare un carismatico direttore commerciale ma sempre schivo e di poche parole.
Partecipa in disparte alle liturgie laiche delle riunioni del mercoledì entrate nella leggenda editoriale novecentesca intorno al tavolo ovale di via Biancamano dove sta zitto. Lui parla il lunedì, quando con il “principe” Giulio (al quale dà sempre del lei ricevendo in risposta il tu) decide collana, prezzo e tirature, rifuggendo dalle corse ai numeri gonfiati dei best seller che fanno le mode ma non fanno crescere la cultura. Pavese gli sottopone i dattiloscritti, Calvino gli chiede sempre un parere sulle bozze. Gli bastano pochi segni sulla carta per i collaboratori o gli autori, vergati nella sua tipica scrittura minuta o battendo i testi della fedele Olivetti.

Profeta riservato dell’essere e mai dell’apparire, Roberto Cerati professa fino all’ultimo la fede nel catalogo, perché i libri devono durare, anche grazie a piccole ristampe, senza appesantire i magazzini. Ernesto Ferrero ha scritto che «il verbo dell’Editore si esprime attraverso l’evangelista Cerati, che lo interpreta e lo trasmette ai fedeli». Questo «san Francesco dei libri», per dirla con Guido Davico Bonino, ama passare le ferie d’agosto in interminabili letture nel silenzio di Bose, ospitato dall’amico e in seguito autore di punta Enzo Bianchi in un ambiente agreste che gli ricorda il Piemonte della Dogliani di Einaudi e della sua campagna contadina, all’origine della capacità di soffrire e di tenere duro con umiltà per dissodare la terra e far crescere i frutti, anche nei terreni più difficili, proprio come nell’editoria di cultura.

Altro terreno che gli piace coltivare negli ultimi anni è quello dei giovani, a cominciare da un incontro in Università il 12 maggio 2004 su editoria di cultura ieri e oggi che per molti laureandi presenti ha fatto scoccare una scintilla e ha segnato l’avvio di tesi e studi delle carte d’archivio di cui era vestale devota, confluiti nel volume Libri e scrittori di via Biancamano per i 75 anni della casa editrice, edito da Educatt nei “Quaderni del Laboratorio di editoria” e presentato al Salone del libro di Torino con lui seduto nelle ultime file della platea.
Un blog internet sul sito Letteratura.it tiene memoria dei suoi spunti in quell’incontro in Cattolica: l’elogio della collegialità del lavoro redazionale contro i personalismi del marketing, l’attenzione alle copertine come volto, e non maschera fasulla, di un libro (con il ricordo della collana di Calvino “Centopagine” impostata utilizzando un catalogo di passamanerie, fino alla bianca “Collezione di poesia” in cui si decide di inserire un brano del testo in copertina, ma non basta e allora Bruno Munari prende un righello, una matita e traccia una semplice linea che separa titolo e citazione risolvendo il caso e inventando una grafica che ancora resiste e affascina).
«Lo stile di dedizione e di rigore assoluto» di questo protagonista assoluto dell’editoria del secolo scorso, come ha ricordato Carlo Carena, recente premio Àncora Aldina proprio per i meriti einaudiani a fianco di Cerati, lascia in eredità anche la fedeltà agli autori, che questo piccolo gigante dell’editoria va a trovare fino all’ultimo: da Sciascia in Sicilia a Rigoni Stern ad Asiago, dalla Merini sui navigli a Vassalli tra le risaie della Chimera dove volano gli aironi e la pianura è dominata dal Monte Rosa che ha visto crescere anche lui.

Roberto Cerati non smette mai di credere che occorre «pensare i libri» prima ancora di farli e di venderli: è la lezione di un’etica editoriale ormai rarissima che l’anziano presidente insegna tra gli stand delle fiere ai piccoli giovani editori che lo riconoscono dalla sua immancabile Lacoste nera, le sue Clarks scure e i suoi capelli bianchissimi. Fino alla fine come nessun altro sa trasmettere il pensiero di Einaudi secondo cui «tra i compiti dell’editoria di cultura mi pare il recupero della felicità… Dove si è rifugiata quella felicità di fare libri?»
* direttore del Laboratorio di Editoria e docente di Editoria libraria e multimediale alla facoltà di Lettere e filosofia dell’Università Cattolica - Milano

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