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Giovedì, 22 Maggio 2014 10:50

La barca di Hemingway

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Durante la lettura della “Barca di Hemingway”, (non senza qualche difficoltà considerato il mio livello “pre-intermediate”), riflettevo sulla quantità incessante di romanzi, memorie di famiglia, (addirittura) studi psicoanalitici e critiche postume che hanno animato il dibattito sull’opera di Hemingway lo scorso anno nel nuovo mondo . Grazie al libro pubblicato da Paul Hendrickson, potremo finalmente riposare un po’ tutti quanti. Lo dico perché questo è un libro che tira le somme di tutto quello che è stato detto e scritto nel 2011 sul grande autore americano in occasione del 50mo della sua morte. Da noi la questione è passata colpevolmente inosservata attenti, piuttosto, ad inseguire il bestseller salva-bilancio in un anno di vacche magre come quello che sarà ricordato l’anno della decrescita del mondo editoriale italiano.

Il suo autore, ha il grande dono di aver saputo fare il punto, con il rigore del ricercatore, della vita, i traumi, la famiglia, gli amici e, ancora più abbondante, i nemici letterari e culturali di Hemingway. Tra gli eventi più rilevanti della vita del maestro, Hendrickson traccia una sorta di biografia parallela tra il “Pilar”, la barca da pesca d’alto mare avuta da Hemingway nel ’34, e il suo capitano. Il libro, molto ben scritto resterà, anche in ambito accademico, come un documento indispensabile, ecco perché ne raccomando la traduzione di gran corsa.

La barca di Hemingway riconosce il posto meritatamente alto dell’autore americano nel pantheon letterario e amplia la comprensione del mezzo secolo di moda tra gli studi critici che hanno commentato o denigrato il magnifico lavoro di questo maestro del secolo documentando il giudizio editoriale che ha segnato gli anni a venire dopo il 1961.

Dal punto di vista squisitamente documentaristico Hendrickson rende convincente (consegnandolo quindi alla letteratura sull’autore) un aspetto famigliare sconosciuto ai più: quello del “caso” di Gregory, il figlio travestito (o forse anche trans) di Hemingway, il quale aveva codici comportamentali estremi in una confusione di genere (intesa come maschile/femminile) condivisa, non senza preoccupazione, da suo padre. Al contrario di altri, tra cui le memorie dello stesso Gregory, che li descrive totalmente estranei per l’ultimo decennio di vita di Ernst, Hendrickson testimonia, invece, la vicinanza tra i due attraverso contatti permanenti a mezzo lettera o telefono fino a pochi mesi prima il suicidio di Hemingway.
Al momento del primo arresto di Gregory nel 1951 (colto in un camerino di un negozio di abbigliamento per signore a dare fastidio alle clienti), Hemingway non solo sapeva delle questioni di “genere” di suo figlio, ma pagava i conti dello psichiatra che lo aveva in cura e lo consigliava sul disastro lavorativo e coniugale. E’ vero che i successivi dieci anni furono caratterizzati da tempeste di rabbia da entrambe le parti, ma è chiaro che l’Autore era presumibilmente terrorizzato dall’omoerotismo ossessivo del figlio misto all’inversione sessuale e il feticismo con cui tagliava i capelli alle donne per renderle boy-like. Hendrickson dimostra che, contrariamente ai critici e psicobiografi che hanno rappresentato Hemingway come un auto-inganno omofobo, sia l’Autore che il figlio sono stati psicosessualmente consapevoli e “esseri umani molto coraggiosi più di chiunque altro”, nei confronti delle loro compulsioni.

Con una meticolosa attenzione per i dati medici e comportamentali, Hendrickson offre al lettore un nuovo modo di vedere Hemingway attraverso uno sguardo d’insieme tra “il grande artista, l’eroe, e lo stolto” (parole sue). E lo fa documentando Hemingway come un disperato caso clinico. In effetti, questo ri-raccontare le disavventure mediche di Hemingway e la sua mancanza di autocontrollo mi convince che, per l’ultimo terzo della sua vita, era probabilmente affetto da qualche danno cerebrale a causa di qualche trauma; per ben quattro volte, registra, tra il 1928 e il 1954 Hemingway potrebbe aver subito danni cerebrali causa di un incidente aereo e altre “botte” spesso in combinazione con qualche trauma spinale. C’è stata, tra le altre cose, la sua passione insana per il puglilato: è noto che lo praticasse contro uomini più giovani di lui e finendo in qualche caso “al tappeto” per ko.
Aggiungere i decenni di alcolismo non trattato e la depressione che è stata ignorata fino all’ultimo anno della sua vita, rende l’idea di quali erano enormi i suoi problemi di salute. Eppure, Hemingway non fu l’architetto della sua fine: anche se non è scientificamente provata una relazione sull’ereditarietà della depressione, egli ne morì a causa di essa. Tuttavia il dubbio che la malattia “incida” anche sul risultato delle sue opere, è tema della ricerca di Hendrickson. Dopotutto il “meglio” di Hemingway sarebbe stato pubblicato entro il 1940 compreso “il vecchio e il mare” uscito nel 1952 ma concepito nel ’36.

Per tutta la sua vita, benché talvolta coccolato, la critica non è mai stata tollerante nei suoi confronti allo stesso modo con cui ha trattato con indulgenza i suoi contemporanei: mi riferisco a Faulkner come a Fitzgerald. Forse perché la grandezza di questo gigante della letteratura si è mostrata da subito e per lungo tempo a differenza delle intermittenze degli altri due. Hendricskon riconosce giustamente l’effetto della biografia “seminale” di un certo Baker, un professore di Princeton che ha dedicato la sua vita accademica al grande scrittore, pur sottolineando che, come molti suoi predecessori, la sua quasi avversione personale è mediata a causa proprio dei guai causati dall’alcolismo, gli adulteri e certi fallimenti personali che avrebbero richiesto altrettanta comprensione e simpatia concessa ai geni eccentrici come Faulkner e Fitzgerald.
Da Baker in poi, Hendrickson traccia un profilo delle biografie che hanno segnato la critica su Hemingway attraverso la citazione di altri libri: quelle di Reynolds e altri due (mi sembra inutile entrare nel merito dal momento che sono tutte praticamente sconosciute in Italia) compreso quello di uno psicanalista resosi popolare per aver messo sul lettino il maestro.

Ma il libro rimane permeato da questa ricerca sulla storia personale del grande Autore americano attraverso la sua storia famigliare. Hendrickson scava intorno ai caratteri affettivi e alle dinamiche proprie dei rapporti tra i membri travolti dalla bellezza delle loro arti tra le immense macerie personali. Hendricskon è noto per la vicinanza con i figli di Hemingway; con Jack ha condiviso alcune battute di pesca, passione questa ereditata dal padre Ernst. Jack parla del grande amore e comprensione del fratello Gregory e della sua vicinanza sulle tribolazioni che lo tenevano in cattura. I due sono scomparsi a poca distanza l’uno dall’altro. Jack nel 2000 e Gregory, manco a dirlo, in galera pochi mesi dopo; il penitenziario era femminile, perché nel frattempo, aveva cambiato sesso nel 1995. Questo è stato il leit-motiv della famiglia: Ernst ha strappato dalle fauci della sua malattia mentale i capolavori che ha regalato al mondo, Gregory aveva costruito una carriera di medico prima di arrendersi alle sue compulsioni autodistruttive.
Questo libro mi ha ricordato una massima di Scott Fitzgerald nel “Grande Gatzby”: riferisce che il segno distintivo di una grande mente è la capacità di contenere due idee opposte allo stesso tempo. La vita di uno scrittore può contenere due esistenze contrastanti, una del genio originale, l’altra dell’auto-distruttività irreversibile. E questo ritratto a due padre-figlio, in questo senso, offre ai lettori, il compendio di due vite irrepetibili.

 

Per BookAvenue, Michele Genchi

PS. Avvertimento agli editori italiani: questo è un libro che se va bene vende 20,000 copie, se va male 5000. Può bastare per vederlo in libreria?

guarda il video su: 

L'Autore

Paul Hendrickson è un autore e giornalista americano. Ha lavorato per il Washington Post dal 1977 al gennaio 2001. Ora insegna scrittura creativa presso l'università della Pennsylvania.
Al Washington Post è stato nominato per il Premio Pulitzer sei volte. Ha pubblicato tre libri, due dei quali sono stati finalisti per il National Book Award e il National Book Critics Circle Award. Il più recente di questi saggistica tre opere, "I vivi e i morti: Robert McNamara e cinque vite di una guerra perduta" (1996), ha guadagnato numerosi riconoscimenti, tra cui il "New York Times's book year" e il "Publisher Weekly " Best Books of the Year.

Paul Hendrickson, Hemingway's boat, Knopf 2011

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