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Sabato, 09 Marzo 2019 14:10

Populismo e democrazia. Una strana coppia

Scritto da

tempo di lettura 7 minuti.  eng.vers

Leggo dal libro di Fukuyama, Identità La ricerca della dignità e i nuovi populismi oggetto di lettura per la riflessione che segue: “ Trump rappresenta una tendenza più ampia nella politica internazionale, verso ciò che è stato etichettato come populista. I leader populisti cercano di usare la legittimità conferita dalle elezioni democratiche per consolidare il potere. Essi rivendicano una connessione carismatica diretta con "il popolo", che sono spesso definiti in stretti cluster etnici che escludono -a volte grandi parti della popolazione. A loro non piacciono le istituzioni e cercano di indebolire i controlli e gli equilibri che limitano il potere personale di un leader in una moderna democrazia liberale: i tribunali, la legislatura, i media indipendenti e una burocrazia apartitica ".

 

 

Populismo e democrazia  sono una strana coppia.  Il primo, il populismo, rifiuta la connotazione peggiorativa che il suo nome rappresenta per il secondo, la democrazia, che a sua volta è criticata dal primo per essere ipocrita, si dichiara l'unica forma politica di esistenza legittima. Entrambi i sostantivi promettono e sostengono di essere molto popolari; la loro virulenta opposizione nella discussione corrente è eguagliata solo dall'indecisione che incombe sui loro rispettivi significati. Di quali persone stanno parlando e a quali persone parlano oggi il populismo e la democrazia? Perché il modello delle moderne democrazie in economie di libero mercato sembra essere in profonda crisi?

Il populus latino e il demo greco, che a dispetto d’importanti differenze, sono a volte tradotti uno per l'altro, hanno una cosa in comune: entrambi coinvolgono l'assemblea di quelli che appartengono a una collettività organizzata come una realtà pubblica. La parola “popolo” funziona, quindi, come una sorta di tautologia di appartenenza o affiliazione. Tra distinzioni interne e identità esterna, attrazioni e repulsioni, entrambe le parole sono costantemente interpretate dal dibattito pubblico.

Fukuyama concorda sul fatto che discriminazione, disuguaglianza e ingiustizia debbano essere combattute, che gli obiettivi di alcuni movimenti sociali comparabili meritino sostegno affermando che "Nessuna critica ai processi di elaborazione di strumenti politici su un tema come l’identità dovrebbe implicare che questi non sono problemi reali e urgenti che richiedono soluzioni concrete ". Il suo punto di vista è che, oltre a questo, dobbiamo combattere l’idea della società come un semplice conglomerato di gruppi d’interesse.  Le entità politiche democratiche hanno bisogno di narrazioni che uniscano le persone, e queste narrazioni devono essere basate su ideali e virtù come lo stato di diritto o la fede nella dignità umana. Concetti, questi, che le persone possono condividere e incorporare nelle loro identità indipendentemente dal loro personale senso di appartenenza a una comunità, sia essa sociale e/o politica; dice: "Non bisogna negare le potenzialità e le esperienze vissute delle persone per riconoscere che possono condividere valori e aspirazioni con circoli di cittadini molto più ampi".

Fukuyama cita il Platone de La Repubblica per introdurre il concetto di thymos – per definire l’anima e la centralità delle passioni come sede di giudizi di valore. Gli esseri umani bramano giudizi positivi sul loro valore o dignità. Quei giudizi possono venire dall'interno, ma sono spesso fatti da altre persone nella società che li circonda che riconoscono il loro valore. Se ricevono quel giudizio positivo, provano orgoglio e, se non lo ricevono, provano rabbia quando pensano di essere sottovalutati o vergognosi quando si rendono conto di non essere all'altezza degli standard di altre persone.

In realtà il libro affronta il tema dell’identità con diversi profili. In un capitolo molto interessante dedicato alla nascita della politica dell'identità, Fukuyama mostra come il concetto di dignità sia strettamente connesso alla diffusione della modernità nel diciannovesimo secolo, ma fu già discusso nell'antica Grecia come un impulso a essere comunità in tutte le persone.

L'identità non è semplicemente data, ma deve essere concepita e istituita, mentre le distinzioni sono di fatto. Il cosiddetto contratto sociale non funziona senza il bisogno di governance o senza le pressioni di rifiuto o di opposizione. L'assenso all'istituzione pubblica non può avvenire senza il dissenso quale che siano le ragioni d’interesse, inclinazione o impulso.

Questo è il motivo per cui i due sostantivi non possono essere oggetti di un contratto, come sembra accadere in questo tempo triste È la stessa difficoltà, da entrambe le parti di governo, a stabilire un'identità, perché in gioco c'è la stessa profonda legittimità che definisce la propria e la sua azione.  E’ noto che la politica dei “Like” e degli “hashtag” mangia tutto pensando al consenso immediato dimentichi che la società e la politica non sono solo rappresentazioni di chi la spara più grossa. Il governo delle cose apprezza tempi lunghi o meglio, tali rappresentazioni sono chiamate e apprezzate quando il dissenso (l’opposizione) è elemento di crescita per chi governa il consenso. Ma il giro di giostra, a dirla con Terzani, appare breve. Ciò accade quando sorge il risentimento, come la cronaca riferisce, il fallimento della democrazia porta malcontento, disugualianza e disagio sociale nelle persone che non si riconoscono più come persone. Il "populismo" in questo senso segna il terreno del proprio consenso.

L'errore, tuttavia, è credere che questo consenso sia la determinante del fallimento della democrazia. In realtà, è stata la democrazia liberale così come la conosciamo che ha accompagnato l’enorme trasformazione delle condizioni di vita dell'intera e crescente popolazione umana. Questa trasformazione comprende tutti gli aspetti e categorie sociali: sia quelle tecniche finanziarie e legali che quelle meccaniche, biologiche e informatiche e quant'altro. Oggi, è un fatto, abbiamo già raggiunto uno stato pericolosamente esplosivo (o implosivo) di questa trasformazione a ogni livello: economico (aumento forte sia della ricchezza sia della povertà), ecologico (risorse naturali esaurite), istruzione (niente più da insegnare ma tecniche). La saturazione sta generando le crisi che stiamo conoscendo con il conflitto sociale conseguente, la scomparsa del lavoro mentre le nuove professioni sembrano non colmare il gap della disoccupazione. Per gli individui, mi ripeto nei termini, il lavoro è identità. Quello che è strano è che la politica nel suo complesso si stia allontanando sempre di più dall’idea di welfare, che pure in origine era pensata proprio per risolvere questo problema. È successo che alcuni paesi socialdemocratici e altri neoliberali, pur di governare il con nsenso, hanno cominciato a definire la disuguaglianza non in termini di classe, ma sulle basse di genere, etnia, orientamento sessuale. Tutte questioni della massima importanza, ma così facendo si è lasciata indietro una parte altrettanto importante. Le forze populiste vi si sono interessate raccogliendone i frutti; gli esempi non mancano: dall' "America First" di Donald Trump alla battaglia di Matteo Salvini sull'immigrazione.Fukuyama suggerisce che è quindi del tutto inutile cercare di sostituire un popolo senza identità con uno identificato falsamente come il salvatore della propria. È inutile combattere il dissenso con il risentimento e pensare di aver trovato il consenso. In effetti, il nostro compito di cittadini prima e di elettori dopo è molto più impegnativo: rifare "le persone" per ripopolare la politica in ogni modo immaginabile.

Sempre che ci interessi ancora il sistema bicamerale con cui gestiamo il nostro modello di democrazia (anche Erdoan si definisce un democratico ma non è esattamente la stessa cosa).. Gli americani erano stanchi dello stallo partitico e sognavano un leader forte in grado di tornare a unire il paese, liberandolo da quella che molti definivano  “vetocrazia”: la capacità di gruppi di interesse di bloccare l’azione collettiva. D’altro canto, in Europa sembra soffiare forte il vento dell’illusione che gli uomini forti della destra sovranista come Salvini, Le Pen, Kaczynski (l’uomo forte di Varsavia), l’olandese Wilders, l’uomo nuovo di Vienna, Strache, e lo svedese Akesson, possa succedere ai partiti che hanno portato il vecchio continente dalle macerie della seconda guerra mondiale al XXI secolo. Mai come in occasione delle elezioni del 26 maggio la scelta dei cittadini europei sarà decisiva per le sorti dell’Unione e della democrazia liberale nel continente. La sfida della politica europea sta nel trascendere la dimensione nazionale e a sottoporre i flussi economici globali alla responsabilità di una governance transazionale democratica.  Sono fiducioso: oltre le Alpi come pure di là dall’Atlantico, le democrazie occidentali sembrano pronte a mettere in gioco nuove idee.

Finisco con un consiglio non richiesto alla coppia gialloverde(*): non sottovalutare il pubblico che legge. Molti vogliono veramente capire il mondo e stanno facendo il possibile per sfruttare al meglio le capacità di chi ha qualcosa da dire per conoscere il presente. Si possono raccontare frottole a molti, non a tutti.

Francis Fukuyama ha scritto un grande libro che consiglio vivamente di leggere.

 

Per BookAvenue, Michele Genchi

 

*per chi legge l'articolo fuori dal confine italiano, mi riferisco ai colori con cui si connota l'attuale compagine governativa.

 

Il libro.

Identità. La ricerca della dignità e i nuovi populismi. Ed. Utet, 2019 pp. 263

L’autore.

Francis Fukuyama è Senior Fellow dell’Università di Stanford. In precedenza ha insegnato alla Johns Hopkins University e alla George Mason. Tra i suoi libri tradotti in Italia: La fine della storia e l’ultimo uomo (Rizzoli 1992), Fiducia (1996), La grande distruzione (Dalai editore 1999). La natura umana e la ricostruzione di un nuovo ordine sociale (2001), L’uomo oltre l’uomo. Le conseguenze della rivoluzione biotecnologica (2002) America al bivio. La democrazia, il potere e l’eredità dei neoconservatori (2006) e Identità (UTET 2019).

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