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Mercoledì, 30 Maggio 2018 10:31

Nathan Zuckerman, David Kepesh e Alexander Portnoy non abitano più nel Connecticut

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Molti affezionati lettori del più grande scrittore americano, si sono chiesti il motivo per cui ha scelto di essere sepolto al Bard College Cemetery di Annadale; un posto molto bello per passare l’eternità e non molto lontano dai luoghi in cui ha vissuto e amato.

Ha abitato nell’Upper West Side di Manhattan a lungo, spostandosi all’interno del quartiere. Per molto tempo ha vissuto in due appartamenti sullo stesso piano. In uno con l’attrice britannica Claire Bloom, la protagonista di “Luci della ribalta” di Charlie Chaplin, con la quale è stato sposato dal 1975 fino al divorzio nel 1994 - non si si lasciarono bene…–, l’altro è stato il suo studio. Un luogo spartano: una grande stanza, molto luminosa, pareti spoglie, un tapis roulant, una scrivania con una macchina per scrivere elettrica. Poco più in là, un divano e due poltrone.

 

Un'altro luogo amato è stato il terreno con la casa in campagna nel Connecticut nord-occidentale, luogo di pellegrinaggi per molti scrittori e intellettuali desiderosi di incontrarlo. È come essere in Val Badia, per chi la conosce, o come la Svizzera, tra proprietà lussuose e curate, prati perfetti - con innumerevoli bandiere americane che rimandano un'aria patriottica. La remota casa di assicelle di legno risale alla rivoluzione, si trova in alto su una collina in fondo a una tranquilla strada di campagna, non difficile da trovare, ma a qualche chilometro dal villaggio più vicino, che è davvero un posto senza alcunché se non con i servizi essenziali e con due negozi di antiquariato.

Per chi ha letto “Lo scrittore fantasma”, si capisce il perché del desiderio di nascondersi a duecento metri di altezza sulle montagne con solo gli uccelli e gli alberi non fossero una cattiva idea per uno scrittore. Purezza. Serenità. Semplicità. Isolamento.   I suoi protagonisti/alter-ego, si chiamano David Kepesh, Alexander Portnoy e soprattutto Nathan Zuckerman, che ad un certo punto suggerisce nel libro, ”…questo è il modo in cui vivrò”. Tutti hanno abitato qui fino ieri l'altro...

Newark. "Se sei del New Jersey," ha detto Nathan Zuckerman in "Controvita", "scrivi trenta libri, vinci il premio Nobel, sei un bianco e te ne vai a novantacinque anni , è altamente improbabile ma non impossibile che dopo la tua morte decidano di nominare un memorial per te sulla  New Jersey Turnpike. E così, molto tempo dopo che te ne sei andato potresti essere ricordato dai molti passeggeri di questa trafficatissima strada, soprattutto dai bambini piccoli nel retro delle macchine quando si sporgono in avanti e dicono ai loro genitori: Papà, fermati al... Zuckerman, per favore: devo fare pipì…”

Philip Roth era di Newark, nel New Jersey. Ho visto il posto sulla cartina: non è lontanissimo da New York; ci si arriva in una mezz’ora di auto. Sono vicini anche gli altri suoi luoghi compresa l’ultima dimora ad Annadale-on-Hudson; da NY, sia la casa in campagna che quest'ultimo, si raggiungono in poco meno di tre ore di guida.

Roth ha raccontato di aver preso la decisione di smettere di scrivere nel 2010, pochi mesi dopo aver terminato "Nemesi", un romanzo su un'epidemia di poliomielite nel 1944 nella sua città natale.  "Non ho detto nulla perché volevo essere sicuro che fosse vero", ha detto. "Ho pensato: "Aspetta un secondo, non metterti ad annunciare che ti ritiri per poi tornare sui tuoi passi. Non sono Frank Sinatra. Perciò non ho detto niente a nessuno, giusto per vedere se era proprio così ".

Newark è la classica cittadina della provincia americana, quella che siamo abituati a vedere nei film. Più piccola di Padova per numero di abitanti ma non per estensione, è stato il luogo che Roth non ha mai lasciato veramente, a testimone del fatto che quasi tutti i suoi romanzi sono ambientati lì. Nel suo romanzo d'esordio, "Goodbye, Columbus", il suo alter ego Neil Klugman, lavora alla Newark Public Library per un'estate, è l’anno in cui è stregato dall'incontro con Brenda Patimkin. Dista quindici minuti a piedi da Summit Avenue dove è la sua casa natale.

In "Pastorale americana", lo Svedese Levov, è l’eroe e atleta principale della Weequahic High School, un personaggio basato sulla vita reale di un atleta della scuola che Roth frequentò negli anni '40. Questa scuola è tuttora aperta e sforna nuovi campioni; è a sei minuti da casa.

In "Nemesi", la città è sotto assedio da un’epidemia di poliomielite che uccide molti dei suoi ragazzi. E’ l’estate del ‘44 e il terrore sembra essere stampato sulle facce dei concittadini di Roth. Questo è il suo ultimo romanzo.

Annadale-on-Hudson

E’ sepolto qui Philip Roth. Percorrendo la statale 95 direzione nord-ovest verso Albany, la si raggiunge dopo un centinaio di chilometri.

A prima vista, la connessione non sembra evidente. Sebbene Roth abbia ricevuto un dottorato onorario in lettere dal college nel 1985 e abbia insegnato in una classe nel 1999, non ha avuto alcun rapporto formale con Annadale. Quasi certamente, la scelta di scegliere questo posto come ultima dimora, è stata la profonda e duratura amicizia con il presidente del Bard College, Leon Botstein e Norman Manea, anch’egli professore (e scrittore) del Bard e residente ad Annadale.

Le cose sono andate più o meno così. Alcuni anni fa, Roth chiese a Botstein se desiderava, essere inumato nel piccolo cimitero del campus del Bard College di Annandale dove aveva passato moltissimi anni e servito la sua scuola. L’amico gli rispose di si. Chiese anche Norman Manea se avesse anch’egli intenzione di essere interrato lì.  Rispose di sì anche il secondo, il che convinse Philip Roth a dire al suo amico Leon che avrebbe desiderato lo stesso perché: "Voglio avere persone interessanti con cui parlare.", disse.

Secondo Blake Bailey, il biografo di Roth, quello che ha effettivamente detto è che voleva "essere sepolto vicino agli ebrei”, …quindi, non semplicemente qualcuno con cui parlare.  Sembrerebbe strano poiché in diverse occasioni aveva espressamente dichiarato che non fosse celebrato alcun rito funebre per il suo.  In entrambi i casi, Roth si è fatto certamente una risata, perché era molto enfatico nei confronti del regno post-mortem. Cosi com’è certo che non c'è stato nessun canto Kaddish durante la sua sepoltura al Memorial Day.  Tuttavia, la “pratica” della fede ha spesso un modo per sottile per insinuarsi. Sulla tomba di Roth, domenica, un giorno prima che la bara fosse deposta, qualcuno aveva già messo un ciottolo sopra le assi che coprivano il fosso, secondo la tradizione ebraica.

L'unica esperienza di Roth di partecipare a un corso al Bard, fu un’indagine sul suo stesso lavoro co-insegnato con Manea e finito, in effetti, in un burrascoso scontro con gli studenti. La classe lesse e discusse alcuni dei romanzi di Roth; la tempesta deflagrò quando arrivarono al “Teatro di Sabbath” il cui personaggio principale, Mickey Sabbath, è un tizio immorale e provocatore ostaggio dei suoi pantagruelici appetiti sessuali e impazzito a causa della morte di Drenka, l'unica delle molte amanti che abbia amato.

Domenica scorsa, leggo dal Washington Tribune, sotto una leggera pioggia, il cimitero del Bard College sembrava lontano da quella turbolenza, lontano dalle accese discussioni sull'ebetismo, sullo sciovinismo maschile, sulla correttezza politica e su tutto il resto.  La tomba di Roth, il buco coperto da lunghe assi di legno che lo avrebbero presto ospitato, era ombreggiato da un pino, un maestoso acero, e molti altri alberi, e dolcemente cullato dal canto degli uccelli. Ho immaginato i sentieri bagnati tra le tombe, e solo il debole sibilo delle macchine che, passando sulla vicina Route 95, disturbavano ma solo leggermente, la sensazione che questo posto sia molto lontano dai rumori del mondo.

Se, contrariamente alle convinzioni e alle aspettative di Roth, il suo desiderio di conversazione nell'aldilà possa essere realizzato, non dovrà  aspettare che Manea e Botstein si uniscano a lui nella necropoli accogliente e ben ombreggiata del Bard College Cemetery. A poco più di una ventina di passi dalla sua tomba ci sono le pietre del filosofo e teorico politico Hannah Arendt e suo marito, il professore di filosofia Heinrich Blücher. Immagino quanto già siano forti e appassionate quelle conversazioni, con grande gioia della classe fantasma di studenti e professori che li circondano.

Per BookAvenue, Michele Genchi

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