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Mercoledì, 30 Gennaio 2019 00:00

Se si è alla ricerca della felicità, il cambiamento è bene.

Scritto da Shimon Edelman

ndr. Questo articolo è apparto su questo sito il 12 novembre 2016

«Molte volte la funzione esecutiva della mente è indicata come la chiusura del circolo tra percezione e azione, dal che sembrerebbe ci sia in agenda un unico elemento percettivo, che porta inesorabilmente a un’unica azione; in realtà il compito di collegare la percezione all’azione attraverso la grande mappa ha tutte le caratteristiche di un’impresa improba. Dovrebbe risultare ormai ovvio come il lavoro del gabinetto di guerra della mente non sia mai del tutto compiuto: ben lungi dall’essere statica, la grande mappa è costantemente aggiornata.

 

La dinamica del ciclo di aggiornamento riflette gli eventi esterni (come quando incombe un pericolo, o nel campo visivo entra un oggetto che riveste per qualche altro motivo un interesse potenziale), così come le esigenze interne della mente. Tutti questi processi inondano la mappa di contenuti che non possono essere trattati allo stesso tempo. Mettere in fila il tutto perciò è una necessità, e la grande mappa comprende, oltre alle informazioni sugli oggetti, alla loro posizione relativa, al loro comportamento previsto e ai provvedimenti che potrebbero essere presi nei loro confronti, anche una stima del loro valore.

Anche se il valore relativo di vari obiettivi o condotte può essere ponderato (e spesso lo è, ad nauseam, come nel caso di un certo principe di Danimarca, sul cui primordiale accenno di risoluzione si rifletteva la pallida luce del pensiero), in natura la valutazione non richiede sempre riflessione. Il valore in effetti è un comune sottoprodotto dell’esperienza, ivi compresa l’esperienza che, nei tempi dell’evoluzione, contribuisce a plasmare il genoma dell’animale. Essendo un distillato dell’esperienza, il valore è fondamentalmente una questione statistica (il che significa, come si è notato in precedenza, non che la valutazione non sia mai certa, ma che le decisioni basate sul valore gestiscono l’onnipresente incertezza della vita con i mezzi computazionalmente appropriati). Un bell’esempio del sostegno statistico del valore si trova nello schema dei giudizi che le persone elaborano sui volti, di gran lunga la più importante fra le classi di oggetti percettivi per i primati sociali.
Spinti dal detto secondo cui la bellezza “sta nell’occhio di chi guarda”, alcuni psicologi sperimentali hanno chiesto a soggetti umani di giudicare l’attrattiva (che è un tipo di valore) di fotomontaggi di facce generati da un software a partire da fotografie, attentamente allineate, di persone reali.

Questo studio ha riscontrato una correlazione, straordinariamente forte, fra il grado di attrattiva percepito in un volto composito e il numero delle singole fotografie su cui era stata calcolata la “media” per produrlo. La bellezza di un volto, per così dire, si è dimostrata dipendente dalla sua posizione nello spazio dei volti del soggetto: quanto più è vicino al centro della distribuzione statistica, tanto più un volto sembra attraente.
Nella misura in cui la statistica dell’esperienza varia da un individuo all’altro, la bellezza è soggettiva. Un volto che io posso trovare molto bello per voi può essere banale, o peggio… se appartenete a un’altra specie (il fatto di saperlo riesce quasi a rovinarmi la scena del Signore degli Anelli di Tolkien in cui Gimli, figlio di Glòin, dichiara che la regina Galadriel è la più bella; un nano non potrebbe mai vedere un elfo se non come qualcosa di orrendamente brutto). Per stimoli diversi dai volti, sembra che certe caratteristiche di attrattiva percepita, o di valore, siano ampiamente condivise, forse perché sono determinate da fattori computazionali comuni a tutte le creature senzienti. Per esempio gli studi sulla valutazione del paesaggio da parte di soggetti umani fanno pensare che complessità, spazi aperti e corsi d’acqua contribuiscano alla bellezza e all’attrattiva di una scena.

Anche se non esiste ancora una teoria computazionale completa della bellezza di una scena, la mia ipotesi è che scopriremo che una determinante importante di tale bellezza sia la novità, insieme a una percepita promessa di novità, come quella che è offerta da un luogo mai visto e da un paesaggio di montagna, dove ogni svolta apre allo sguardo nuovi spazi. Anche gli hobbit, famosi per il proprio profondo amore per la piccola e tranquilla Contea, apprezzano i vasti panorami quando si presentano davanti ai loro occhi; così Bilbo confessa la sua nostalgia per Rivendell: «Voglio vedere ancora le montagne, Gandalf».
William Morris, dal cui lavoro Tolkien ha tratto molta della propria ispirazione, in The Water of the Wondrous Isles imma- ginava così il primo sguardo di una giovane donna su una cate- na montuosa: «Alla fine gli alberi cessarono all’improvviso, e giunsero su una grande pianura verde, senza traccia di costruzioni, fin dove i loro occhi potevano spingersi, e oltre le catene delle colline e delle montagne azzurre che si stagliavano alte al di là di esse. [...] Quando gli occhi di Birdalone videro questa nuova cosa, all’improvviso ogni pena la abbandonò, lasciò cadere le briglie e battendo fra loro i palmi delle mani esclamò: “Oh! Ma come sei bella, o Terra, come sei bella!”».

La comparsa del valore sulla grande mappa della mente, al di là e al di sopra della pura informazione, è ciò che rende letteralmente interessante la vita, nel bene e nel male. La pura selezione di un oggetto del desiderio toglie automaticamente valore ad altri oggetti, così come il percepire qualcosa come meritevole di essere evitato rende più attraenti le alternative. Per reggere alle pressioni della selezione evolutiva, i processi di valutazione devono far leva sugli aspetti osservabili: sarebbe stupido (e alla lunga suicida) attribuire a un oggetto o a una certa condotta un valore che non dipenda minimamente da essi. Questo significa che la valutazione non è un ripensamento o un’aggiunta, bensì parte integrante della normale percezione: tutto ciò che vedete, che sentite, che gustate, toccate, annusate e percepite è misurato in base al valore che può avere per voi.
Per essere utili come guida del comportamento, i valori veicolati da tutti gli oggetti percepiti nell’ambiente e da ogni azione che fa parte delle sue affordances devono essere espressi in una “valuta” comune, per poter essere confrontati facilmente. Si dà il caso che il nostro cervello conservi effettivamente rappresentazioni in cui blocchi di informazioni e frammenti di piani d’azione sono ricondotti a un denominatore comune e utilizzati come guida del comportamento, momento per momento. Per ovvie ragioni, la disciplina emergente che studia questo processo e le rappresentazioni con cui ha a che fare è nota come neuroeconomia.

Abbiamo visto quanto sia naturale pensare le rappresentazioni usate dai processi percettivi come spazi (come nella teoria dello spazio dei volti). Ora sappiamo che le azioni motorie, essendo rappresentate da schemi di numeri fra cui sussistono relazioni di somiglianza, ammettono lo stesso formalismo: nello stesso modo in cui un viso può essere pensato come un punto in uno spazio dei volti (definito da alcuni esempi memorizzati), un’azione è un punto in uno spazio delle azioni, che a sua volta è generato dall’esperienza. Ora unite insieme percezione e azione e aggiungeteci il valore: quello che si ottiene è un astratto “terreno dei valori”, in cui le posizioni stanno per fasci di percezione e azione, e l’elevazione rappresenta l’attrattiva. Quanto più profonda e ripida è la valle dell’attrattore, tanto più forte è il suo potere di attrazione.
Questa idea comporta che la grande mappa della mente, anziché piatta, sia plasmata dalle affordances esterne e da desideri e paure interni in un paesaggio complesso, che devia il comportamento come gli ostacoli e le leve in un flipper fanno con la biglia d’acciaio. L’articolarsi del paesaggio dei valori, non più omogeneamente piatto, in domini di repulsione (rilievi) e di attrazione (valli) mette in moto la ricerca della felicità.
L’idea di felicità implicita in questa osservazione è radicalmente minimalista. Perché emergano la felicità o l’infelicità bisogna che si spezzi l’indifferenza, e che quindi la ricerca dell’una e, simmetricamente, l’evitamento dell’altra possano essere considerati la fonte ultima di motivazione. Qualunque altra cosa si possa dire della felicità, ogni volta che ci si sente motivati (ossia spinti) a fare una cosa invece di un’altra, condizione che incorpora quella che percepiamo come una scelta, il motore primo è la felicità.

Questo primo approccio alla comprensione computazionale della motivazione porta con sé una certa intuizione della sostanza di cui è fatta la felicità e ci fa capire perché sia così nota per la sua mutevolezza. Il terreno dei valori, la cui forma indirizza il comportamento, è a sua volta costantemente riplasmato da una molteplicità di fattori, non ultimo tra questi la novità.
Torniamo alla Verona di Shakespeare, al ballo dei Capuleti. Romeo, essendo un Montecchi, non è stato invitato, ma si intrufola ugualmente, spinto da Benvolio (la cui canzonatura dell’ardore sincero, per quanto volubile, dell’amico fa pensare che Shakespeare abbia usato un po’ di sarcasmo nel dare il nome a questo particolare personaggio):
Benvolio: La bella Rosalina, della quale tu sei tanto innamorato, e tutte le bellezze ammirate di Verona partecipano a questa cena che i Capuleti offrono dal tempo dei tempi. Andiamoci; se confronterai con occhio spassionato il volto della tua bella con quello di qualcun’altra che io ti indicherò, ti convincerò che il tuo cigno è una cornacchia.
Romeo: Quando la devota religione degli occhi miei accetterà tale eresia, allora si mutino le lacrime in fiamme, e questi occhi, che, sebbene spesso annegati, non poterono mai morire, divenuti manifesti eretici, siano arsi come mentitori. Una più bella del mio amore! Il sole che tutto vede, non ha mai visto chi potesse starle a confronto da che mondo è mondo.
É la comparsa di Romeo sotto mentite spoglie alla festa dei Capuleti, dove vede per la prima volta Giulietta e dove Tebaldo lo sente pronunciare parole di ammirazione per lei, che alla fine porta alla tragedia per le due grandi famiglie di Verona.
Può sembrare poco appropriato sostenere quello che sto per dire subito dopo aver citato una storia così triste, ma vorrei comunque attirare la vostra attenzione sul lato luminoso della natura umana suggerito da questo esempio, e cioè: se si è alla ricerca della felicità, il cambiamento è bene; anche se, in un primo momento, si tratta di un cambiamento in peggio; a meno che, ovviamente, non si sia intrappolati in una tragedia shakespeariana in cui tutti sono destinati a morire prima che la loro sorte muti per il meglio. Come dice Tennyson nel suo Ulisse, «la morte chiude tutto».
Con il passare degli anni, nelle nostre ossa ci sentiamo meno come il giovane Romeo e più simili all’anziano Ulisse che, dopo essersi battuto con gli dei e aver portato Troia alla rovina, è «reso debole dal tempo e dal destino». Questa sempre più insistente consapevolezza della finitudine personale, che è certo un universale fisiologico umano, è ben bilanciata da una credenza nella vita dopo la morte, in uno stato di eterna beatitudine, un concetto che è un universale culturale, in quanto perfettamente intelligibile anche a coloro che non vi aderiscono.
Fra le varie ragioni per cui singoli individui all’interno delle masse possono resistere a questa particolare dose di oppio c’è la valutazione di quanto sia difficile per un essere umano provare una felicità ininterrotta per un lungo periodo di tempo. Sembra ci siano parecchie persone che, se il prezzo della beatitudine è la noia, preferirebbero un buon intrattenimento a una felicità permanente. Forse proprio riconoscendo questo piccolo problema dell’ingenua promessa del paradiso, il cammino verso la salvezza personale predicato dal Buddha ha come motivo chiave l’evitamento dell’infelicità: il risvegliato ha detto esplicitamente di non ritenere che le frequenti disavventure della vita valessero la sofferenza in cambio di qualche momento di buona sorte ogni tanto.

La destinazione finale del pellegrino che si incammina sul nobile ottuplice sentiero del Buddha è uno stato di liberazione di non facile comprensione, ben diverso da una semplice riammissione nell’Eden. Secondo alcune interpretazioni, il raggiungimento del nirvana comporta la cessazione della cognizione come la conosciamo. Non avere più desideri, per quanto sia attraente, considerato il calcolo della sofferenza del mondo in questa dottrina, significa non essere più umani. Inoltre il viaggio verso questa destinazione è irreversibile perché, una volta raggiunta, nel pellegrino non può più nascere il desiderio di ripensarci e tornare. Secondo altre letture tuttavia chi percorre questo sentiero diventa più umano (non meno umano), non rifiutando la propria natura bensì imparando a conoscerla e quindi a vivere nel modo in cui dobbiamo vivere, dato quello che siamo.
Nella speranza di poter fare proprio questo, ha senso che cerchiamo di scoprire qualcosa di più di quello che le scienze cognitive possono dirci della dinamica computazionale della mente e della felicità. Una conclusione temporanea, che va solo un po’ oltre quello che abbiamo già imparato in questo libro, ma può fare da ponte verso i successivi capitoli, si presenta da sola:
Il traguardo è solo un mezzo. [...] la felicità non sta nella felicità stessa, ma nel correre verso la felicità (Arkady e Boris Strugatsky, Noon: XXII Century)».

Tratto da La felicità della ricerca. Le neuroscienze per stare bene, di Shimon Edelman

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