Marc Augè, Non luoghi

foto autoreNasciamo in clinica, moriamo in ospedale, viviamo in un perenne transito. Si moltiplicano i luoghi che ci offrono solo una occupazione provvisoria: le catene alberghiere, i club di vacanza, i residence , le abitazioni per la terza età. Si estendono le reti di trasporto di persone o di informazioni e le modalità di scambio personale: le carte di credito , i distributori automatici, la vendita per corrispondenza.

Marc Augé, antropologo e studioso delle civiltà antiche, si chiede se la nostra società non stia distruggendo il concetto di luogo, così come si è configurato nelle società precedenti. Il luogo infatti ha tre caratteristiche: è identitario e cioè tale da contrassegnare l’ identità di chi ci abita; è relazionale nel senso che individua i rapporti reciproci tra i soggetti in funzione di una loro comune appartenenza; è storico perché rammenta all’ individuo le proprie radici.

I luoghi antropologici – tradizionali o moderni che siano- possono essere ben descritti dalle nozioni di centro e monumento. La Casa Bianca e il Cremlino sono contemporaneamente luoghi monumentali, centri di potere, simboli di uno Stato, metafore di una ideologia. La casa in un paese della Sicilia o della mia Puglia individua la posizione sociale di chi la abita, gli tramanda memorie, gli impone atteggiamenti e consuetudini compresa l’inflessione linguistica.
Tutte queste caratteristiche mancano alle strutture che nella nostra società contemporanea sono adibite al trasporto, al transito, al commercio, al tempo libero. Entriamo in un aeroporto: si fa una fila, si passa il check in, si mostrano i documenti, si visita il duty free shop, si paga preferibilmente mediante carta di credito, ci si muove seguendo messaggi anonimi, si sbarca in un altro aeroporto simile al precedente dove ci attendono formalità identiche. Pensate non per l’uomo specifico, conosciuto ed identificato come diverso rispetto agli altri, ma per l’uomo generico, individuato dal numero di un documento o di una carta di credito, queste strutture architettoniche sono configurate per ospitare un commercio muto, un mondo lasciato ad individualità solitarie, tutte assolutamente uguali.

La società democratica, non pone pregiudiziali di appartenenza: per poter accedere ed utilizzare le strutture della nostra contemporaneità basta che la persona – di qualunque nazionalità, credo o colore- rispetti alcune regole. Poche e ricorrenti, uguali per un centro commerciale, un parcheggio interrato , una autostrada o una macchina che eroga denaro. Ci si fa riconoscere come solvibili, si attende il proprio turno, si seguono le istruzioni, si fruisce del prodotto, si paga. L’identificazione è resa possibile dal passaporto, dalla carta di credito, da un riconoscimento astrattamente sociale. Non più dalla conoscenza individuale, dal riconoscimento del gruppo.
I luoghi tradizionali presuppongono una società sostanzialmente sedentaria, un microcosmo dotato di confini ben definiti. I non luoghi, individuati con acutezza da Marc Augè, sono i nodi e le reti di un mondo senza confini. Dal punto di vista architettonico i non luoghi sono gli spazi dello standard. Sono strutture dove nulla è destinato al caso: al loro interno è calcolato il numero dei decibel, dei lux, la lunghezza dei percorsi, la frequenza dei luoghi di sosta, il tipo e la quantità di informazioni. Sono sicuramente gli unici spazi architettonici dove si è concretizzato il sogno della macchina per abitare, cioé della ergonomia, della efficienza, del confort tecnologico.

La loro quasi inevitabile omogeneizzazione è il prezzo pagato in termini figurativi. I non luoghi sono identici a Milano, a New York, a Londra o a Hong Hong. Monotonia, noia? Tuttaltro. Gli utenti poco si curano che i centri commerciali sono tutti uguali. Anzi apprezzano – lo dimostra il successo della formula del franchising – la ripetizione delle infinite strutture così simili tra di loro. L’utente sa, infatti, che troverà in qualsiasi città la catena dei suoi ristoranti preferiti o il suo albergo, e sarà certo degli standard di servizio a lui offerti. Similmente sa che qualunque aereoporto o autostrada vale un’altra e può tranquillamente avventurarvicisi sia che si trovi a Palermo o a Montreal.
Afferma Augè: “paradosso del non luogo: lo straniero smarrito in un Paese che non conosce ( lo straniero “di passaggio”) si ritrova soltanto nell’anonimato delle autostrade, delle stazioni di servizio, dei grandi magazzini o delle catene alberghiere”.

Simili a se stessi, eppure diversi: ecco un altro paradosso dei non luoghi. Entriamo in un grande centro commerciale: troveremo la cucina cinese, italiana, francese, tunisina, il negozio danese, americano, giapponese. Ognuno con un proprio stile. Continua Augè “ nei non luoghi vi è sempre un posto specifico ( in vetrina, su di un manifesto, a destra dell’aereo, a sinistra dell’autostrada) per delle “curiosità” presentate come tali- gli ananas della Costa d’Avorio, Venezia città di Dogi, la città di Tangeri, il sito di Alèsia: ma essi non operano alcuna sintesi, non integrano nulla, autorizzano solo per il tempo di un percorso, la coesistenza di individualità distinte, simili e differenti le une dalle altre”

C’ è un film di Woody Allen ambientato in un grande centro commeriale. I protagonisti passano da un ristorante giapponese a un negozio di articoli indiani, a uno spettacolo di intrattenimento. La macchina da presa non esce dal centro commerciale e non ce ne è bisogno: in fondo il mondo con le sue diversità è tutto racchiuso li’. Daltronde, i giri turistici, non offrono molto di più. Anzi, i più grandi centri commerciali hanno la capacità di attrazione di una località turistica di grande prestigio. Per andare al Mall of Amerca, il più grande degli USA, alcuni tra i suoi 40.000.000 di visitatori annui prendono l’aereo e i giapponesi lo includono all’interno dei loro circuiti turistici. La Northwest Airlines offre viaggi a prezzi scontati e ogni anno arrivano circa 5.000 autobus da tutti gli Stati Uniti.

Scrive sulla rivista Progressive Architecture il critico Michael Crosbie: si va al Mall of America con la stessa religiosa devozione con cui i Cattolici vanno in Vaticano, i Mussulmani alla Mecca, i giocatori di azzardo a Las Vegas, i bambini a Disneyland.Dal viaggio come esperienza della conoscenza, la società contemporanea è arrivata al viaggio come concatenamento di diapositive, cioè di immagini frammentarie e tipiche. Ma se il mondo è ridotto al tipico, non è, in fondo, difficile estrarre i caratteri essenziali e portarli direttamente a domicilio.I giapponesi, per esempio, hanno ricostruito al chiuso una oasi hawaiana e una località sciistica alpina e le hanno proposte ad un pubblico entusiasta che cosi’ con certezza può programmare le proprie vacanze, sapendo che non saranno rovinate da impreviste condizioni climatiche. In una società del futuro – ipotizza un regista di film di fantascienza- non occorrerà più viaggiare perchè riusciremo a comprarci il ricordo di essere già andati nei luoghi prescelti.Daltronde noi europei che tanto storciamo il naso di fronte al potere devastante del tipico che caratterizza i non luoghi non ci accorgiamo, che nonostante le nostre Soprintendenze imbalsamatrici, abbiamo permesso una simile omologazione di tutti i centri storici delle nostre città. A Londra, Parigi, Milano o a Roma si passeggia nello stesso modo: identici i negozi, i mimi, i venditori di cibaglie, le macchine per il cambio di valuta, il senso di solitudine. Per sentirci in un contesto sociale – nota Augè- non ci rimane che guardare lo spettacolo degli altri che camminano e , a loro volta, ci osservano: uno spettacolo dove attori e spettatori si confondono in un reciproco e continuo scambio delle parti.

Nello stesso tempo, le nostre città “si trasformano in musei ( monumenti intonacati, esposti, illuminati, settori riservati e isole pedonali) proprio mentre tangenziali, autostrade, treni ad alta velocità e strade a scorrimento veloce le aggirano”Cosa fare dunque? Marc Augè non lo suggerisce, nè daltronde questo è il compito di un antropologo. Il libro è soprattutto un invito a riflettere, anche ai confini dei limiti disciplinari dell’ antropologo, dell’urbanista e dell’ architetto. Un libro offuscato forse dall’ eccessivo pessimismo dell’intellettuale francese e dal ricorrente mito della nostalgia del tempo andato che è uno dei retaggi più insopportabili della nostra epoca ( da Sartre ai marcusiani della riva sinistra, sino agli epigoni del pensiero debole), ma illuminato sempre da un’acuta intelligenza critica che è l’altra faccia – quella migliore- di questa appassionata ricerca culturale.

il seguito dell’articolo e’ a questo indirizzo: http://www.prestinenza.it/scrittibrevi/articoliDomus/Non_Luoghi.htm

copertinaMarc Augè
Non Luoghi
Eleuthera

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