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Lunedì, 08 Agosto 2011 17:14

Mariapia Veladiano, La vita accanto

Scritto da Rosa Manauzzi

Con questo articolo Rosa Manauzzi inizia la sua collaborazione con BookAvenue. Benvenuta!

La vita accanto (Einaudi, 2011) di Maria Pia Veladiano, tra i cinque candidati al Premio Strega, racconta la bruttezza e l’ipocrisia della bellezza

La vita a volte ci passa accanto, oppure, più spesso, accanto ci passa la vita di qualcuno altro, che non notiamo. Se per caso sbirciamo con la coda dell’occhio la sua condizione di inferiorità decidiamo in modo definitivo di non vedere neppure la sua ombra. Il titolo dell’opera di Maria Pia Veladiano, afferma da principio il dramma che si dipana, se pur con stile leggero, per tutto il libro: una vita che non viene accolta.
“E’ la storia di una bambina brutta”, racconta l’autrice nelle numerose interviste di questi giorni frenetici che ci avvicinano al fotofinish del Premio Strega. E forse per questo incipit extra narrativo qualcuno ha pensato che si trattasse di una favola; così non è. Dietro l’innocente protagonista si nasconde uno spaccato torbido, svelato soltanto nei tratti fisici della sua creazione, Rebecca appunto. Una presenza che, per dirla con Umberto Eco (Storia della bruttezza, Bompiani, 2010), consente di “denunciare nel brutto il mondo che lo crea”.

Da qualche tempo saggistica e fiction stanno riportando l’attenzione sul brutto, forse perché siamo troppo ossessionati dalla maschera ipocrita della bellezza.
Rebecca è talmente brutta che i genitori e la zia si chiedono se una creatura tanto infelice possa suonare il pianoforte! E’ recente un film documentario su Michel Petrucciani (pianista non più alto di un metro e deformato dalla osteogenesi imperfetta) che ci rassicura: il talento e il genio possono albergare in ogni forma. Anche in Rebecca, come si verrà a scoprire. Tuttavia si tratta pur sempre di una “femmina” e mentre la bellezza per un uomo sarebbe sprecata perché, come diceva Karl Marx, i soldi rendono seduttore l’uomo più orribile, per una donna che cavalca il palcoscenico è necessaria. Basti pensare a Susan Boyle, la donna scozzese lanciata in tv dal programma Britain’s Got Talent. Nonostante il suo aspetto fisico tiene ora concerti in tutto il mondo e incide dischi di successo; eppure ad ogni apparizione ci si chiede se la gente si alzi in piedi per dire “poverina canta bene” oppure davvero riesce a vederne il talento vocale. Per la cronaca, nessuno ha mai messo in dubbio il talento di Michel Petrucciani e per di più si è sposato e ha avuto figli; pare che non ci siano pretendenti per Susan Boyle.

Il personaggio di La vita accanto, Rebecca, è sola con la sua imperfezione fisica. Per lei non ci sono palcoscenici pronti ad accoglierla, vive la dolorosa realtà della tara, la malattia ereditaria che arriva dal passato a stravolgere le aspettative di due genitori bellissimi. Eppure, anziché essere nascosta al mondo, potrebbe affrontarlo apertamente. Non le è concesso. Ciò che ha creato la vera bruttezza, è la mancanza di coesione, l’incapacità di stare insieme; come dice il padre fragile e impotente: “se solo fossimo insieme”; invece no, ognuno all’interno della famiglia genetica è un’anima solitaria in questa storia. Al di fuori, Rebecca dovrà crearsi una famiglia non di sangue che si rivelerà salvifica: l’amica del cuore Lucilla, la maestra Albertina, la pianista De Lellis e in parte il figlio di lei, la tutrice Maddalena saranno la nuova possibilità per liberarsi anche dalla “tara”, dal marchio del passato.
Succede spesso che le famiglie siano tarate nell’anima, però i panni sporchi si lavano in casa e al di fuori si vuole sempre far apparire la perfezione. Diceva Kafka, in una lettera alla sorella nel 1921, che il legame biologico crea “un contesto animale, un unico organismo, un unico sistema sanguigno che trasforma l’educazione dei figli in una sorta di incesto spirituale, soffocandone la libera formazione con l’egoismo oppressivo di un amore assurdo e bestiale”. E’ assurdo infatti l’amore che Rebecca riceve, una protezione che potrebbe portarla alla dissoluzione se lei non acquisisse da altri e da se stessa la forza necessaria.

Nessuno chiama la bambina per nome in casa, dovrà aspettare l’inizio della scuola elementare per sentirsi chiamare Rebecca. E’ la maestra Albertina a dare il primo nuovo soffio vitale nel pronunciarlo. Nominare significa dar vita e anche, secondo la cultura biblica, esercitare la propria responsabilità e podestà su qualcuno (per questo Adamo nominava ogni animale nella Bibbia, per questo Rebecca invece non viene chiamata). Rebecca significa “donna che piace agli uomini” in ebraico, strano scherzo del destino.
A scuola Rebecca è rifiutata quasi da tutti; solo la maestra e l’amica di banco Lucilla l’accolgono. I genitori dei bambini temono che la sua vicinanza possa rovinare gli altri e si preoccupano persino che possa deturpare le foto ricordo. I compagni di scuola, crescendo, peggiorano i loro atteggiamenti di ostilità fino all’atto finale di bullismo collettivo, terribile. L’autrice edulcora molto l’episodio, lasciando solo immaginare, senza insistere né sulla bruttezza dei compagni né su quella che potrebbe risultare la devastante e silente reazione della protagonista. Rebecca è persino accusata d
i aver attirato i suoi “aguzzini”, a causa della sua natura (brutto non equivale a cattivo nella filosofia occidentale?), li avrebbe provocati lei quei bravi ragazzi di famiglie benestanti. Qual è la colpa di Rebecca? Essere brutta appunto e, se vogliamo prendere in considerazione il destino e pure gli archetipi che tanto influenzano ancora il nostro modo di pensare, un’altra colpa è che non somiglia ai genitori (che sono belli). Dice Letizia Lanza, antichista veneziana, nel suo saggio illuminante Mirabile Bruttezza (Studio Editoriale Gordini, 2008) citando Aristotele: «”chi non rassomiglia ai propri genitori” paradossalmente rappresenta una sorta di “prodigio, perché la natura in questi casi si è in qualche modo fuorviata dal genere”». A questo le parole di Rebecca rispondono chiaramente: “Mio padre è bellissimo, ma non sa affrontare il mondo, come me.”

L’ambientazione è fluttuante, come le tende alle finestre mosse dal vento, come il fiume che scorre sotto, come i balconcini in pietra fragile che necessitano di continuo restauro. Non c’è l’immagine della solidità, eppure proprio in questa continua necessità di restaurare, ricreare giorno per giorno la vita, si trova la forza, almeno per chi è in grado di rinascere. Anche i profumi fluttuano nell’aria, anzi, gli odori e i miasmi arrivano con la stessa intensità. I profumi raffinati della madre e della zia di Rebecca si spargono per casa ogni volta che c’è qualche tipo di dipartita; sembrano proprio prefigurare e rievocare il mito della fenice (un simbolo importante della Passione e della Risurrezione evangelica) che prima di morire, dopo essere vissuto cinque secoli, si crea un nido che cosparge di spezie profumate e dalle ceneri del nido fa emergere una piccola copia di sé che poco dopo prenderà il volo. Proprio dal volo estremo della madre che atterra nel nido tetro del fiume sottostante, una nuova Rebecca troverà le ali per iniziare a volare.
Anche la musica ondeggia nelle stanze e arriva coi suoi tentacoli vibrazionali all’esterno, quasi fosse un elemento speciale in grado di raggiungere le corde umane al di là di ogni barricata. Rebecca se ne serve per far uscire da sé il dolore, per trovare la massima espressione delle emozioni, per toccare tutti coloro che dal vivo non si sente di poter raggiungere. E’ la signora De Lellis, pianista di successo ormai anziana, a svelare a Rebecca il passato da cui è dipesa la sua nascita. La donna recita una malattia che non esiste per difendere il figlio da una verità inconfessabile. Invece a Rebecca dice ogni cosa e questa scoprirà la verità sulla madre ottenebrata dai ricordi che non ha mai voluto prenderla in braccio, che non ha mai voluto rivolgerle una parola. Scoprirà che a volte i silenzi servono a tutelare, con dolorose rinunce.

La città di Vicenza viene definita “santa-cattolica-apostolica-pettegola città dei preti e delle monache”; di fatto ripropone un clima provinciale soffocante, come tante altre città d’Italia, da cui talvolta occorre allontanarsi per prendere ossigeno, per difendersi dalle voci, come accade a Lucilla dopo che la madre è stata arrestata per omicidio dell’ex marito. E da questo episodio, come sottolinea la maestra Albertina, si capisce che si tratta di un contesto che non aiuta le donne: “E’ sempre colpa delle donne qui!”.
Le donne hanno tanto peso in tutta la storia di Rebecca, a fronte di due personaggi maschili marginali, un padre sempre più assente fino a dileguarsi e un maestro di piano la cui figura sparisce di fronte al carisma della madre. Ecco un tema che Maria Pia Veladiano, com’è nel suo stile fin troppo garbato fa scorrere lungo il libro come un fiume sotterraneo: la donna. La donna che non trova spazio sufficiente per vivere, che non trova parole all’altezza del mondo che ha dentro, la donna che si riscatta, la donna che si finge pazza per amore. Emerge nelle sue figure tragiche una grande consapevolezza femminile. Se ci si sofferma sulla giovane età della protagonista vengono in mente le parole lapidarie di Michela Marzano, secondo la quale, una donna in Italia non necessita di un buon curriculum vitae, semmai di un bravo fotografo per un bel book e le conoscenze giuste per un casting. E rivolge due quesiti a margine di una pagina del suo brillante saggio Sii bella e stai zitta (2010, Mondadori): innanzitutto come si fa a convincere un’adolescente che la bellezza e il corpo non sono tutto? E soprattutto “quante adolescenti hanno gli strumenti critici necessari per decostruire le immagini e i discorsi che arrivano loro attraverso la televisione e la pubblicità?”
Il finale de La vita accanto non ci dice se Rebecca sarà felice, però ci pone di fronte a una ragazza per nulla intimorita del futuro.
Ci rimane un’ultima curiosità: perché su 63 edizioni soltanto 9 donne hanno vinto il Premio Strega?

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