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Giovedì, 16 Giugno 2011 07:48

Irène Némirowsky I cani e i lupi

Scritto da Paola Mattiazzo

Con questa recensione Paola Mattiazzo inizia la sua collaborazione con BookAvenue. Benvenuta!

Harry alzò gli occhi e riconobbe la bambina intravista due anni prima, la bambina scarmigliata, sudicia di polvere, con le mani graffiate, che era saltata fuori da un mondo spaventoso, ripugnante, un mondo di sudore, di sporcizia e di sangue, così lontano da lui eppure, in un certo modo misterioso e temibile, a lui affine. Gli si rizzarono i capelli in testa, come a un cagnolino, ben nutrito e curato, che sente nella foresta l’ululato famelico dei lupi, i suoi fratelli selvaggi. Indietreggiò di scatto.

Ada Sinner è una bambina ebrea, figlia di Israel, un intermediario vedovo. Vive nella parte bassa di Kiev, il quartiere dei poveri, e accompagna quotidianamente il padre nello svolgimento della propria frenetica attività. La famiglia di Ada - composta dal padre, dal nonno e dalla domestica – vive in una casa situata sopra la modesta gioielleria del nonno. La famiglia si allargherà allorquando la zia Raisa - vedova del fratello di Israel - verrà a vivere con loro insieme ai propri due figli: Lilla e Ben.

La rivoluzione è alle porte e la famiglia di Ada viene coinvolta in un pogrom che distruggerà buona parte della gioielleria e della casa. L’incontro con la ricca famiglia di banchieri Sinner – lontani cugini della famiglia di Ada che vivono in una casa lussuosa nella parte ricca della città, situata sulla collina - viene favorito allorquando Raisa, nel tentativo di risparmiare ai bambini le violenze dei cosacchi, manda Ben e Ada a casa di amici della figlia Lilla. Non si tratta di un incontro piacevole: la vista di due bambini spaventati, sporchi e laceri manda in fibrillazione la mamma e le zie di Harry, il giovane rampollo della ricca famiglia Sinner, che fanno scudo al bambino cacciando in malo modo i due piccoli malcapitati. Il provvidenziale intervento dell’anziano capostipite della famiglia giunge a beneficio dei due poveri bambini che vengono rifocillati e fatti riposare e di Israel Sinner che - fatto convocare – diventa l’intermediario di fiducia della ricca famiglia.

Erano in una delle strade più ricche e tranquille della città, costeggiata di ampi giardini. Qui tutto spirava pace. Con ogni probabilità i residenti della zona ignoravano quel che accadeva vicino al fiume. Nessun cosacco era venuto a turbare la loro quiete; chissà, forse contemplavano la confusione e l’orrore del ghetto come a teatro, con quel piccolo brivido superficiale che coglie lo spettatore di un dramma, subito rasserenato da una confortante certezza: “A me questo non succederà mai. Mai”. Fortunati, tre volte fortunati! Eppure, non erano forse ebrei come lei? Ada li immaginava simili ad angeli affacciati ai balconi del cielo per rimirare con indifferenza la povera Terra. Voleva restare lì, tra loro! Non sarebbe ridiscesa.

La famiglia di Ada, all’improvviso, può contare su un miglioramento delle proprie condizioni economiche e di vita. Fino a quando Raisa, che lotta tenacemente al fine di sistemare nel modo migliore possibile la figlia prediletta Lilla, non decide di trasferirsi con i ragazzi a Parigi, dove le possibilità di successo sono notevolmente migliori rispetto a quanto offerto da Kiev e dalla Russia.

A Parigi le delusioni diventano una costante, nella vita della famiglia Sinner. E le condizioni di vita peggiorano drasticamente quando scoppia la rivoluzione d’ottobre e quando il poco denaro, regolarmente inviato da Israel Sinner per il mantenimento di figlia e nipoti, cessa improvvisamente di giungere. Ada scopre che anche Harry – che non ha mai smesso di amare segretamente – vive a Parigi con la madre e con le famiglie degli zii. E solo una serie di coincidenze – in parte provocate dalla stessa Ada – riesce a far incontrare i due cugini, ormai adulti. Harry Sinner, che in Russia aveva sempre dimostrato repulsione e disgusto alla vista di Ada, finalmente guarda la ragazza con altri occhi, attratto da qualcosa di misterioso, e l’incontro prende una svolta inaspettata. Ma entrambi scopriranno che occorre lottare, per ottenere quello che si desidera e che - molte volte – il destino vince.

In base a quello che conosco della vita di Irène Némirovsky, ritengo che molti elementi autobiografici siano presenti in questo romanzo. L’autrice descrive minuziosamente sia i protagonisti del libro che gli abitanti di Kiev. Persone che risultano divise in caste inavvicinabili tra loro: i ricchi, ovvero gli ebrei che sono riusciti a salire la scala sociale e che hanno fatto della povertà un brutto ricordo, sulle colline nella parte alta della città; i poveri, ovvero i classici ebrei che – senza denaro – non sono nessuno e che guardano con invidia – ma anche con molta speranza – quelli che sono riusciti a emergere e a lasciare la povertà alle spalle, nella parte bassa della città vicino al fiume. Tra gli uni e gli altri ci sono i vari gradi della scala sociale, da salire uno a uno per affrancarsi dalla miseria oppure – incubo di chi è riuscito a sconfiggere la povertà – da scendere per un improvviso cambiamento della propria sorte. Un’analisi curata e meticolosa degli ebrei dell’Est, precisamente russi e polacchi, che la Némirovsky conosceva molto bene. Così come conosceva molto bene le condizioni degli ebrei in Russia, e la qualità della vita in Francia dove, per sfuggire alla rivoluzione d’ottobre del 1917, si trasferì con la famiglia e dove visse fino a quando non venne catturata dai nazisti per essere internata ad Auschwitz dove morì.

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