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Martedì, 08 Ottobre 2013 08:43

Il viaggio di Julian Barnes al termine della notte

Scritto da Alessandro Gnocchi

Cosa resta del dolore? Insegna qualcosa o demolisce per sempre una parte di noi? Dove ci conduce il lutto per la morte della persona amata? Nell'alto dei cieli di una maggiore consapevolezza di noi stessi? O ci sbatte a terra, come precipitati da altezze vertiginose, le gambe conficcate nel fango fino alle anche, gli organi interni spappolati e sparsi intorno a noi?

 

Come si esce dal dolore? Ammirando le stelle, fieri di portare nel cuore chi può vivere solo nei nostri ricordi? O con la testa china per la vergogna, perché il cuore vigliacco non vuole saperne di battere con l'intensità di un tempo, per evitare di soffrire ancora?

È possibile innamorarsi del proprio dolore al punto di non volerlo abbandonare, perché ricominciare a sorridere sarebbe l'ultimo tradimento nei confronti di chi è morto? C'è nobiltà nell'ostinazione della tristezza? O è una solenne idiozia?

La risposta giusta, ovviamente, non c'è. Ognuno reagisce e scende (o non scende) a patti con la disperazione a modo suo. In fondo, sempre e comunque solo, nonostante gli amici. Julian Barnes in Livelli di vita (Einaudi) ha il coraggio di porre queste domande con la forza radicale della semplicità. Lo scrittore inglese, vincitore del Man Booker Prize 2011 col precedente e appena meno bello Il senso di una fine (Einaudi), in cento pagine ci chiede di fare i conti con la morte, e dunque con la vita. Lo fa con un libro tanto spietato verso se stesso, rimasto vedovo pochi anni fa, quanto imprevedibilmente leggiadro. Nel vero senso della parola. Già, perché questo romanzesco non-romanzo che fa saltare ogni categoria (non è fiction e neppure auto-fiction) racconta anche la storia di alcuni pionieri del volo, e dei loro amori. Conosciamo così l'inglese Fred Burnaby, ufficiale di cavalleria della Guardia Reale, membro del consiglio direttivo della Società Aeronautica, capace, nel 1882, di passare la Manica a bordo del suo pallone aerostatico.

A Parigi , si innamorerà della divina attrice Sarah Bernhardt, spirito affine, avventuriera, anticonformista. Anche la regina del palcoscenico decollerà a bordo di un pallone dal centro di Parigi per atterrare chilometri più in là, nei pressi di Émerainville. Conosciamo anche Félix Tournachon meglio noto come Nadar, inventore della fotografia artistica. E anche scatenato passeggero di gigantesche mongolfiere. Lui, Nadar, nato sperimentatore e spericolato, rimarrà sempre fedele alla moglie malata, che accudirà con tenerezza, ritirandosi a sorpresa in una tenuta di campagna.

Perché il volo? Il volo è libertà, sebbene soggetta al potere del vento. Ti spoglia dal superfluo e ti restituisce alla verità: le ansie quotidiane iniziano a sembrare ridicole quando ti trovi sopra le nuvole e ti fumi un sigaro pur consapevole del rischio di far esplodere il pallone a gas. Indifferenza, disprezzo, cinismo: scivola tutto alle spalle. Si diventa inclini al perdono. All'epoca, il volo, come la fotografia, era modernità e rinnovamento. Era desiderio di lasciarsi alle spalle il XIX secolo ed entrare nel futuro. Era il sogno di cambiare il mondo.

Il volo, suggerisce Barnes, è una buona metafora dell'amore: «Siamo creature destinate al piano orizzontale, a vivere coi piedi per terra, eppure - e perciò - aspiriamo a elevarci. Da spettatori terragni quali siamo, qualche volta ci è dato di raggiungere gli dèi. Alcuni di noi lo fanno attraverso l'arte, altri con la religione: nove su dieci con l'amore». Ma se è vero che possiamo elevarci, «allo stesso modo rischiamo di precipitare. Non sono molti gli atterraggi morbidi». Così l'autobiografia, attraverso una serie tanto spiazzante quanto convincente di analogie, si fonde alla perfezione con le biografie degli eroi dell'aria.

Barnes ci solleva, ci fa venire le vertigini, quindi ci chiede di accompagnarlo nella sua caduta rovinosa dopo la morte della moglie. Non pare ci sia spazio per la speranza ma è una impressione. La speranza c'è, ed è il libro che ci troviamo a stringere tra le mani, incapaci di abbandonarlo prima di averlo terminato. Dopo l'ultima pagina finalmente possiamo alzare lo sguardo. Il cielo forse non ci sembrerà più lo stesso. A volte l'incontro tra cose diverse cambia il mondo, scrive Barnes. Vale anche per l'incontro tra Livelli di vita e i suoi lettori.

Alessandro Gnocchi per il Giornale

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