Enzo Bianchi, Il pane di ieri

Quando a Mantova al Festival della letteratura tenne un incontro pubblico, Enzo Bianchi, priore della comunità monastica di Bose, scelse di parlare del pane, frutto della terra e del lavoro dell’uomo. Natura e cultura. Parlò della forma del pane di una volta, grande e che durava giorni e che si tagliava quando tutti erano a tavola e si condivideva. Non come i micropanini di oggi, fatti per vite solitarie e sole.

Quelle riflessioni sono anche nel suo libro Il pane di ieri (Einaudi). Il pane, il vino delle terre in cui è nato, i padri duri e severi della sua infanzia, i modi di dire che ha la gente del Monferrato e del Piemonte in genere per descrivere il mondo, la centralità assoluta del lavoro e il tempo che passa, le acciughe venute da lontano e finite nella bagna cauda. E la fede, certo, Bianchi è uomo di fede e di conoscenza delle scritture. Che ovviamente lo accompagnano e lo aiutano a rispondere alla grande domanda di questo libro: aver svolto o meno il suo compito, se tutto quello che ormai è divenuto ricordo sia servito per vivere una vita piena. Se il pane di ieri sia buono domani, come dice un proverbio delle sue parti. Se si possa imparare a vivere e a morire dicendo semplicemente “l’è ura d’andé”, è ora di andare, lasciandosi dietro la gioia e i dolori.

 

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