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Venerdì, 13 Marzo 2015 11:07

Joint Venture tricolore

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Nei giorni scorsi si è molto parlato della fusione Mondadori-Rcs. Questo è il commento di Bookavenue.

Gli ultimi dati forniti dall'Istat sulla lettura nel nostro Paese nel 2014 (e da noi prontamente forniti ai lettori del sito) sono assai severi. Parlano di circa ottocentomila lettori in meno rispetto l'anno precedente. Meno della metà delle persone campionate (il 41% circa) dai sei anni (!) in poi, ha letto almeno - un solo - libro non scolastico o per le professioni. Si capisce che, su una popolazione di cinquantasette milioni, ben trentaquattro di questi non leggono; quel 41% citato prima, a guardar bene, si compone da: dieci milioni circa che leggono da uno a tre libri, sei milioni da quattro a sei, tre e mezzo tra i sette e undici e, per finire, tre milioni e mezzo leggono più di dodici libri l'anno: i cosiddetti lettori forti. Quelli in mezzo (da quattro a 11) sono i medi, il resto sono i lettori deboli.

 

 

Naturalmente non è una classifica di merito. Leggere i tre volumetti delle Sfumature sposta il lettore nella classifica dei medi, ma non quello che ha letto La pastorale americana di Roth o signora Bovary, che è per definizione un lettore meno "forte" dell'altro.

I lettori forti sono un’assoluta minoranza in Italia. Tutto l'ambaradam gira intorno a quel 6% che legge almeno un libro al mese. Di là dell’analisi che la reportistica offre pure in termini di profondità e territorialità della lettura - impressionante, a questo proposito, scoprire che nella mia Puglia, il 70% della popolazione semplicemente non legge nulla! - è molto importante osservare e che più la scolarizzazione è alta, più c'è abitudine alla lettura. Ne conviene che il mondo della scuola è importante non solo a formare i lettori ma anche a sostenere il consumo librario che deve contare pure su quel 3,5% dei lettori forti per restare in piedi.
Dove investire quindi? Su chi già legge o su chi sta smettendo di leggere come indicato di seguito?

L'Aie, l'associazione degli editori che fornisce un supporto fondamentale per chi si occupa di libri, non salta di gioia ma rimane tuttavia più ottimista rispetto ai dati forniti dall'Istat sopra indicati, perché registra come la spesa complessiva per i libri 2014-2013 è rimasta stabile anche se, ammette, negli ultimi quattro anni si sono persi quasi tre milioni di lettori (in gran parte quelli "deboli".)

Questo è il perimetro del mercato dei libri, dove nei giorni scorsi si è commentata da più parti l'annunciata fusione tra Mondadori e la RCS sui cui bilanci di quest'ultima, pesano mezzo miliardo di euro di oneri finanziari e chiudono il bilancio dello scorso anno con più di centomilioni di euro di perdite. Il mercato ha premiato entrambe le società all'annuncio dell'offerta di acquisto (tramite un'opa amica, di 140 ml da Mondadori); più la Mondadori le cui azioni sono salite un po' più del 7% per la verità, che RCS in positivo del 2% circa. Stiamo parlando di società quotate: è così che funziona.

Tuttavia, di là da quanto appena descritto, è giusto che possa accadere? Stiamo parlando di una nuova casa editrice con il 40% di quota di mercato che non trova eguali in nessun altro paese europeo. Anche in Inghilterra, dove qualche tempo fa c'è stata la fusione tra due colossi come Penguin e Random House, il valore di "peso" di questo colosso non ha superato il 25% (fonte: Internazionale nell'articolo di Alessandro Gazoia). Su Repubblica, invece, Simonetta Fiori, che ha commentato la notizia lasciando intendere una fase di acquisizione e consolidamento prima di successivi scenari internazionali.
Per capire bene la grandezza di questo nuovo colosso tricolore, la vendita dei libri tascabili raggiungerà un peso del 70%. Per qualcuno è davvero inaccettabile che un solo editore detenga una quota di mercato così abnorme a tal punto, da invocare (i soliti) discorsi e grida di allarme di assalto alla democrazia senza misurare la propria "demagogia preventiva" che si usa per fare le stesse dichiarazioni.

Si vedrà. Anche nel governo ci sono anime diverse. Da una parte il presidente del consiglio, favorevole alla fusione ma non è una novità: Renzi è un liberista travestito da uomo di sinistra; dall'altra il ministro Franceschini "preoccupato" per come funzionerebbe un settore importante nei gangli dell'economia del Paese controllato per metà da un unico attore e con gli tutti gli altri affollati nell'altra.

per BookAvenue, Michele Genchi

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