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Lunedì, 09 Aprile 2012 08:53

Incontro con Giorgio Caproni: il "dove" esiste

Scritto da Marianna Scibetta e Antonio Capitano

A cento anni dalla nascita del poeta, Giorgio Caproni, si svolgono le iniziative commemorative di uno dei poeti e delle voci più sensibili e care del Novecento, che visse le due guerre, fu partigiano, e si definì un “Genovese di Livorno”. Un viandante sulla “Statale 45 “in Liguria, maestro, musicista, cantore lirico, uomo che molti insigni studiosi ricorderanno a Roma nella Biblioteca dell’Enciclopedia Treccani a partire dal 16 aprile 2012…

Un poeta e il luogo in cui ha vissuto sono la medesima cosa: un’anima che incontra un’anima loci e la canta, la perpetua, le dà voce, la abita, la fa abitare.
Un’anima nell’anima, un compenetrare di emozioni e sentimenti simile ad un trasumanare di un cuore di carne nelle rocce, nelle acque, nelle valli, nei sentieri, nei luoghi e, quando tutto il trasbordare è avvenuto, il luogo respira con l’uomo e l’uomo lo canta e diventa la sua voce.

E qual è il luogo per il poeta? Il luogo vero non è nel “luogo stesso”, bensì in uno spazio d’interstizio tra il luogo fisico, pregnante dei suoi caratteri e solo di quelli, e il luogo “non luogo”, quello rappresentato nella sua mente, la prosecuzione non fisica, la continuazione immateriale, lo “spazio-tempo” astratto “tra la palpebra e il monte”, il vissuto ad occhi chiusi.
E’ questo il luogo per Giorgio Caproni: l’anfratto di roccia, l’esplosione di un colore, l’intrigo di un bosco, l’interruzione di un sentiero fisico e non fisico, la luce che filtra tra i vapori dell’alba, la superficie dell’acqua di un fiume, trasparente o solidificata come pareti di vetro, lastre di trasparenza tangente attraverso cui osservare il ricordo.
E com’è la memoria di un uomo? E’ come un bicchiere mezzo vuoto e mezzo pieno, è sull’orlo e sul fondo ed in mezzo c’è del vino. Tra il freddo e il caldo è la memoria, ghiaccio che si incrina e liquor che pervade e scalda.
E’ come la musica per un musicista, la memoria non smette di suonare, neppure se lo strumento è fermo, posato, dimenticato.
Il poeta vive il dove e lo ricerca, poi, quando lo trova lo nega a se stesso, lo specifica negli incisi, lo tiene sospeso tra due parentesi. Costruisce cattedrali, il poeta, nel “dove” … “fra la palpebra e il monte” tra l’erba che può essere un mare, basta saperlo vedere ed esiste davvero il “dove”.
E’ una dimensione tra “il nevischio e il fumo” che non si sa se “di partenza, e nemmeno d’arrivo”, è la dimensione dell’intima paura dell’uomo che assale il cuore quando le cose restano immutate nel loro essere, nella quotidiana normalità e vengono meno gli incontri, vengono meno le presenze familiari, le parole che modulano le voci, e che danno corpo al discorso, al diadico scambio tra due conoscenti, tra due attori agenti, tra due verità psicologiche che non si rinnegano perché scambievolmente abitano la scena, scambievolmente respirano la stessa aria e si guardano.
Quando le assenze gridano “Non resta nemmeno il lutto…ad aspettar la sola/ (inesistente) parola. (Tutto)”.
La parola è il tutto, la “bestia” invisibile capace di dare completezza di sonorità e sentimento, pensiero e azione, idea e corpo, tatto, olfatto, cinestesia, gusto. Ma la parola può anche non compiersi, può essere un mondo inespresso, un bicchiere vuoto, lo spazio concavo dove riecheggia il silenzio, la partitura in battere e levare e nel levare c’è l’inespresso che vibra di sé e di una sonorità argentina o sorda, viva o morta, illuminata o spenta, sulla corda che aspetta di essere sollecitata, che vuole esprimersi e muta osserva.
Quando l’anima del poeta rimane muta si aprono le parentesi, come porte dentro alle porte, aperture tra i versi da attraversare come stanze in cerca delle segrete o delle torri. Meglio le torri, sul mare della comunicabilità possibile, il faro sul mondo che illumina la notte, irradia di conoscenza un’oscurità che ingoia le cose e vuole attutire il dolore rischiarandolo. Il buio lo rilega nell’oblio della guerra e della sofferenza, delle cose che bruciano e spariscono come se non fossero mai esistite, eppure “fruscianti”, “scricchiolanti” nella mente quasi a voler ricordare un passaggio, il “Passaggio di Enea” fondatore di una “città” su altre rive.
Un’oscurità quasi di bosco fitto dove “ M’accecò un lampo. Sparai (A Dio, che non conosco?) (Preda)” .
Non ci sarebbero tante specifiche se non si conoscesse Dio, una conoscenza che è ricerca spasmodica di sé in fondo alla memoria ed alla paura, in fondo alla propria essenza di umanità, tesa come una corda di violino dove la volontà “pizzica” la nostra identità e la fa vibrare, la fa risuonare, la fa essere.
Le cose inanimate restano mentre “ Sono partiti tutti. Hanno chiuso la porta…se ne sono andati”.
E’ nella solitudine che si vedono i dirupi, i dissesti, le frane finché c’è un compagno, una compagna di viaggio appare la strada e le miriadi di vie, si vede il sentiero e la montagna e non fa paura.
Tutto appare nel poco, nel filo di una “gugliata” che trapassa la tela di lino e tutto è nella sonorità dell’ago che buca il lembo di stoffa e dove il filo si insinua; una stoffa che profuma di mare, di spazio, di tempo, di verità, di estro, di sogno.
Una realtà tangibile che sparisce solo nell’assenza degli altri, allora si ricopre di nebbia, diventa tremolante come l’acqua, come un liquido le cui molecole quasi inconsistenti si sfaldano, oscillano, non legano.
Leggendo la poesia di Caproni si compenetra il suo mondo, si attraversa il sentiero lungo il quale lui stesso si è inerpicato, col sudore freddo lungo la schiena allorquando la memoria del dolore riemerge e ha il pallore della morte che spegne gli occhi di uno sguardo, di un “incontro dentro e accanto”, uno sguardo che ad incontrarlo nella consuetudine vivifica e colma di presenza viva.
Caproni lo si incontra sul sentiero che lui stesso ha battuto, si incontra dopo essere passati di parole in parole, di luogo in luogo, di “non dove” in “non dove”, di prosopopea in prosopopea, di luce in ombra, di mare in terra, di sparo in sparo, di nebbia in nebbia, di viaggio in viaggio, di congedo in congedo.
Chi riesce ad incontrarlo lo vede da lontano mentre avanza sullo stesso sentiero, se il respiro entra nel sestante parallelo ma opposto, lui lo avverte e si volta a guardalo, allora non procede ma lo aspetta. E si sente “Tutto questo inesistente mare così presente…Negalo, se lo vuoi trovare…inventalo…Non lo nominare.”

Marianna Scibetta e Antonio Capitano

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