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Giovedì, 13 Dicembre 2012 09:05

Andrea Camilleri, una voce che illumina la notte

Scritto da Antonio Capitano

Diceva Antonio Gramsci in “Odio gli indifferenti”  che “lo sforzo fatto per conquistare una verità fa apparire un po’ come propria la verità stessa, anche se alla sua nuova enunciazione non si è aggiunto nulla di veramente proprio, non s’è data neppure una lieve colorazione personale”. Non citiamo Gramsci solo per rendere il nostro incipit ricco ed accattivante, ma perché, recentemente, abbiamo avuto modo di apprendere un’infinità di idee, opinioni, cognizioni tanto da averne la testa piena. Un cervello così saturo di idee che se non si dà adito ad un incipit alla fine l’idea inizia a scriversi da sé materializzandosi ai nostri occhi sul monitor. Abbiamo partecipato, domenica 9 dicembre 2012 a Roma presso il Palazzo dei Congressi dell’Eur, a “Più Libri più Liberi” (tra l’altro un titolo geniale voler considerare la parola “libri” una contrazione della parola “liberi” quasi un “difetto” dislessico e come un difetto si porta dentro una libertà creativa infinita), ma abbiamo partecipato non solo per i libri. Siamo andati ad un incontro con i libri che hanno voce, sguardi, mani , piedi e respiro: siamo andati all’appuntamento con Andrea Camilleri, nonostante il “fitusissimo friddu” che si sentiva dentro e fuori, in questo inverno che pare accompagnare le giornate di crisi nera della nostra Italia, Paese ormai estraneo pure a noi Italiani di rango europeo.

 

Valeva la pena, anche perché, poi la sala della conferenza è stata di un caldo incredibile e non solo per il riscaldamento…ma per il calore eccezionale prodotto da un duo fantastico che ha con qualche battuta, degna di un palcoscenico a teatro, ravvivato tutto un pomeriggio evocando visioni, momenti, memorie, immagini, parole e un presente che si è rivelato un vero “regalo”per la platea.

Si è trattato del duo Andrea Camilleri e Antonio Manzini, “giovane” scrittore a detta del grande Maestro,  ma anche allievo di Camilleri ai tempi dell'Accademia di arte drammatica.

Eravamo talmente coinvolti nella narrazione e nell’intreccio ironico, quasi comico dei due, che veramente veniva di “susirisi dalla seggia” ed applaudire di gran lena.

Lo spasso non è mai finito. Nel presentare il suo ultimo libro “Una voce di notte” i due hanno ascoltato i loro ricordi e li hanno generosamente condivisi. E allora, su tre temi verteva questa originale e improvvisata presentazione: il modus scrivendi dei romanzi gialli all’italiana, il “senso del proprio limite” nello scrivere e pubblicare romanzi e “come liberarsi della camurria dei personaggi creati per un romanzo specie se questi cominciano a “susisi dalla seggia e a camminari casa casa”. A quanto pare tutto è nell’incipit. La parte fondamentale di un romanzo è il suo incipit, in genere per tutta la letteratura è così. Un buon incipit è quello che rimane nella mente del lettore, proprio perché, è  l’inizio di un viaggio racchiuso tra le due parti di una copertina e a volte della sua sovraccoperta. Un buon incipit contiene già l’essenza di tutto un romanzo, l’essenza di un viaggio immerso nelle pagine. Se volessimo riflettere su un incipit di un Montalbano doc come “Il giro di boa” leggeremmo: “Nuttata fitusa,’nfami,tutta un arramazzarsi, un votati e rivotati, un addrummisciti e un arrisbigliati, un susiti e un curcati…” che cosa meglio di questa descrizione minuziosa della smania e dell’ insonnia può presagire gli intrecci e gli eventi successivi che impregneranno di suspance  la vicenda conservando il germe di questa iniziale inquietudine?

Immaginiamo che a Camilleri non sarà difficile trovare un incipit per i suoi romanzi, anzi pensiamo che sia facile per lui come accendersi una sigaretta, un po’ perché noi (ed intendo noi due autori di questo scritto) siamo Siciliani, figli di Siciliani che si sono trasferiti nel continente al tempo in cui le crisi in Italia si superavano emigrando al nord  facendo concorsi e cercando lavoro (che già allora non c’era, ma poi si trovava). Per i Siciliani il pensiero si connota non solo a parole, ma anche per immagini e soprattutto per suoni e rimandi di una lingua, quella siciliana, che già di per sé è un romanzo ricchissimo di inflessioni, di risonanze, di echi, di strumenti vocalici, corde, percussioni e fiati. Le parole in Sicilia sono come le pepite d’oro: brillano sul setaccio al sole…anche se si sa che il “silenzio è d’oro” e “le parole sono d’argento”.

In una ricca proliferazione come la capacità di creare romanzi posseduta dal Maestro a chi gli chiede se la quantità abbia poi una qualche influenza negativa sui contenuti e sulla qualità dei suoi scritti Camilleri risponde : “Basti avere il senso del proprio limite” e amare quanto è necessario la letteratura per non scegliere di riempire le pagine tra l’incipit e la conclusione di “minchionerie” come avrebbe detto Pirandello suo conterraneo di Agrigento.

Ma il maestro va oltre, e afferma che il romanzo, anche il genere poliziesco, può “contrabbandare il racconto della società”, dare spazio alla vicenda umana nel contesto di una realtà quotidiana che l’Italia di oggi, con il suo avvilimento politico-economico e le sue fatiche sociali, sta vivendo o alla quale sta sopravvivendo, dare alla descrizione del racconto “un respiro lungo intervallato da respiri brevi”, come dire, passare da una narrazione diretta più ai fatti ad una narrazione dove i personaggi si delineano meglio e con più incisione delle vicende, creare quindi una sorta di “meta-romanzo” che non vuol dire scriverne solo mezzo ma andare al di sopra delle parti e al di sopra delle cose. E questo andare oltre, il grande Maestro, lo “contrabbanda”, a suo dire, dalla lettura dei romanzi dei suoi allievi più giovani che rinvigoriscono il suo modus scrivendi che è in progressione, sempre mutevole…ma non dirà mai “working in progress” manco sparato!

Ma poi siamo arrivati al bello. Come liberarsi della “camurria” dei personaggi creati nei romanzi, specie se questi iniziano a vivere nelle fictions televisive.  E qui Camilleri racconta l’aneddoto della fiera del libro a Parigi con due altri scrittori di romanzi gialli, Jean Claude Izzo e Manuel Vasquez Montalban, i quali gli domandano appunto circa la “morte” dei personaggi creati. I due pare che abbiano pensato, per i loro protagonisti, delle morti di tutto rispetto degne delle loro realtà romanzate, ma Camilleri interrotto da una telefonata non dice ai suoi colleghi come darà conclusione alla vita del suo protagonista (e aggiunge: “Non è detto che abbia una fine visto che i personaggi non muoiono come le creature umane”). Fatto sta che nel giro di pochi anni muoiono questi due illustri colleghi scrittori, quindi Camilleri dice “ Mi guarderò bene dal dire come morirà Montalbano!” ma aggiunge che alla Sellerio già cinque anni fa è stato consegnato l’ultimo romanzo della serie. Mistero!

Ci eravamo seduti per ascoltare il maestro Andrea Camilleri e quando ci siamo alzati eravamo diversi, più ricchi, più emozionati, più elevati. Avremmo voluto salutarlo dalla platea sciorinando un fazzoletto bianco, come si faceva dal molo del porto per salutare gli emigranti sulle navi. Abbiamo avuto questo desiderio: un dialogo a distanza tra amanti della letteratura, della scrittura, lui un grande maestro noi giovani allievi, uno scambio tra intelligenze quando hanno idee ragionate capaci di rinvigorire il pensiero di entrambi: i giovani e i  Maestri Venerabili” perché le idee non hanno età e non muoiono come le creature umane anche se appartengono agli uomini.

Marianna Scibetta e Antonio Capitano

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