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Sabato, 10 Ottobre 2009 08:31

Philip Roth, Everyman

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copertinaChi ha visto il film Ti presento Joe Black, sa a cosa mi riferisco. William Parrish, un magnate dei mezzi di comunicazione, si accinge a festeggiare il sessantesimo compleanno, circondato dalle figlie Susan, medico in ospedale, e Allison, sposata con Quince. Allison in particolare sta curando i preparativi per allestire una grande festa nella residenza di famiglia fuori città. William è in un momento un po' confuso della propria vita e del lavoro, quando si presenta alla porta di casa un misterioso giovane che dice di chiamarsi Joe Black. Joe è la Morte. Arrivata per avvertire William che la sua ora sta per giungere ma anche della sua decisione di volerlo seguire da vicino nei giorni successivi e fare esperienza sul campo attraverso la sua, regalandogli altro tempo. Lui che non ha vissuto, desidera comprendere la difficile arte della vita aiutandolo, peraltro, a sistemare le sue cose e la sua azienda... in attesa che il destino si compia. Joe incontra Susan e, avendo assunto le sembianze di un giovane che lei aveva incontrato tempo prima, cominciano a frequentarsi e innamorarsi.

Arriva il giorno del compleanno e la festa è bellissima. Susan balla con il padre, poi con Joe. A quel punto Joe e William si allontanano: e’ ora che la missione finisca. La cifra della vita di Will sarà la somma della vacanza di Joe: di cosa e quanto si è in grado di fare nel breve tempo che e’ dato agli uomini da vivere. Amore compreso.

Come l’ultimo libro di Philip Roth, Evereyman. Dopo tutto la vita e’ l'addizione delle sue esperienze, vale per chiunque. E la morte e’ la contabilità della somma finale. Siamo stati giusti? Siamo stati onesti? Siamo stati equi con le persone amate, con i lavoro, con noi stessi?

Evereyman, appunto. “La vecchiaia non è una battaglia, la vecchiaia e’ un massacro” dice Roth o meglio il suo protagonista che fa i conti con la tirannia del suo corpo. E’ la storia di un corpo la storia di Everyman. A partire dalla operazione all’ernia avuta da piccolo e alle successive opere di manutenzione ricevute in vita, compresa la famosa operazione dove gli hanno piantato ben cinque bypass al cuore, passando per altri innumerevoli e significativi interventi. E’ anche la storia di un corpo che ha amato: testimoniano il fatto i tre matrimoni, il distacco dai primi due figli; la nascita dell'adorata Nancy; la scelta fallimentare di sposare una modella danese molto più giovane di lui; è la storia dell'abbandono di New York a 75 anni pertrasferirsi, dopo l'11 settembre, in un villaggio per pensionati a dipingere, grande passione di questo corpo, oltre a quella di far quattrini come pubblicitario.

La progressiva perdita dei suoi contemporanei e’ il segnale del tempo che viene. Come dimenticare la sepoltura dei corpi dei genitori il cui testimone di esistenza passa inevitabilmente a lui? A questo corpo cui tocca di portare la fiaccola della generazione più prossima fino al proprio compimento finale. L’accettazione non voluta ma inevitabile di essere quella, proprio quella insomma, cui toccherà la sorte immediamente prima delle altre, come la vita naturalmente fa, a meno che non intervengano catastrofi tali da anticiparne il flusso e cambiare l’ordine del tempo delle cose.

Con precisione amara, Roth blocca il senso che tali catastrofi riducano tutti alla dipendenza dell'infanzia: la ricerca di buone notizie nella voce del medico, la lotta per impararne il gergo gradisce una nuova lingua mentre il suo corpo comincia a sfasciarsi. La paura, perché questo è il nocciolo della questione e la nostalgia della perdita di se, magari sotto i ferri, tale da ridurlo a sopportare un intervento chirurgico senza anestesia generale tanto da sentire i rumori della sala operatoria - senza poter vedere: uno straccio gli si è appogiato sulla faccia – sentire il taglio del bisturi come se toccasse ad un altro. Di lì fino alla botta finale.

E’ possibile essere buono e giusto un numero illimitato di volte in vita? Il tema è intrigante per chi legge (e per Roth che l’ha scritto) ma non motivo per rischiare di aprire un deposito dei tempi difettosi della propria esistenza solo per farci i conti e farsi perdonare. E’ forse un principio non specificato della sopravvivenza con le connotazioni che svegliano il lettore alla presenza (senza fine) della propria fine, generazione dopo la generazione, paese per paese, ebreo, cristiano, musulmano, senza distinzione ne radici indipendentemente dai natali. 
Everyman e’ libro sulla fine della vita. Ma anche un suo inno preso in diretta dalla vecchiaia. 
Per questo e’ bello. Perche’ parla delle vite: quelle di ognuno.

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