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Giovedì, 16 Luglio 2015 13:00

J.K. Rowling, Very Good Lives

Scritto da Silvia Belcastro

Come una storia è la vita:
non quanto è lunga è ciò che conta, ma quanto è buona
”.

Lucio Anneo Seneca

Oggi vi regalo un’anteprima. Si tratta di una conferenza dell’autrice di Harry Potter appena pubblicata in inglese. Mi ha fatto l’occhiolino dalla vetrina di una libreria accanto a un ristorante asiatico sorvegliato da un gigantesco Buddha. Sono entrata a curiosare: era un sottilissimo libro con la copertina rigida, un’edizione corredata di illustrazioni poetiche. Il Buddha continuava a sorridere indulgente così dopo un rapido scambio di intese con la libraia – E’ un regalo? Si, per me! – mi sono seduta vicino a lui. Ho ordinato un piatto di riso in salsa di tamarindo e ho iniziato a leggere.

 

 


Presidente Faust, membri dell’Harvard Corporation,[…] membri della facoltà, orgogliosi genitori e soprattutto, laureati!”. Il testo cominciava così, con la voce di J.K. Rowling Silente che riempiva la Sala Grande di Hogwarts. Si trattava del discorso ai laureati di Harvard del 2008, rimasto unico nella storia della prestigiosa università americana: “La prima cosa che vorrei dire è grazie. […] Mi trovo alla più grande riunione di Grifondoro al mondo”.

La Rowli

ng aveva deciso di iniziare dal giorno della sua laurea. Il fatto di non ricordare una sola parola del discorso della filosofa Mary Warnock la tranquillizzava sul rischio di distogliere qualche giovane mente da una luminosa carriera negli affari. Ma era pura retorica, infatti mi era già chiaro che lo scopo di questa lezione inaugurale era invece lo stesso di Albus Silente: motivare il suo esercito. Vi ricordate la scena del terzo film in cui il preside di Hogwarts parla agli studenti nella Sala Grande? Con un gesto della mano spegne una candela e dice: “La felicità la si può trovare anche negli attimi più tenebrosi, se solo uno si ricorda…” – e qui un altro incantesimo riattizza magicamente il lume – “… di accendere la luce”. Ecco, io credo che in questo testo la Rowling abbia voluto spiegarci proprio questa magia. Vediamo come.

Ripercorrendo le sue scelte passate – un compromesso fra ambizioni personali e paure dei suoi genitori – la scrittrice si chiede cosa avrebbe voluto sapere il giorno della sua laurea. Da questa domanda scaturiscono i due punti chiave del discorso: i benefici del fallimento e l’importanza dell’immaginazione.
Riguardo al primo punto, la Rowling fornisce sprazzi di un’autobiografia dolorosa spesso riportata dai media come una favola melensa: “Soltanto sette anni dopo il giorno della mia laurea, avevo fallito su larga scala. Un matrimonio eccezionalmente breve era imploso e mi ritrovavo senza lavoro, sola con una figlia piccola, e povera quanto si può esserlo nella moderna Gran Bretagna senza essere un mendicante”. Ma il fallime

nto non è divertente, aggiunge, dunque perché parlare dei suoi benefici? “Semplicemente perché per me ha significato strappare via l’inessenziale. Ho smesso di fingere di essere qualcosa di diverso da ciò che ero. […] Il fallimento mi ha insegnato cose di me stessa che non avrei potuto apprendere in nessun altro modo”. Quindi fallire è un banco di prova, dice la Rowling, un’esperienza che è meglio evitare ma che – se capita – conduce a conoscere realmente noi stessi e le relazioni di cui ci siamo circondati.

Ma fin qui potevamo arrivarci anche da soli, dunque dov’è la magia? Beh, i potteriani sanno benissimo cosa occorre per generare un Patronus, l’incantesimo più potente di tutti: l’immaginazione. Ed è infatti su questo secondo punto che la Rowling arriva al cuore del suo discorso: “L’immaginazione non è solo la capacità di figurarsi ciò che non è e dunque la fonte di ogni invenzione e innovazione; […] è anche il potere che ci rende capaci di provare empatia per esseri umani di cui non abbiamo mai condiviso le esperienze”. Una consapevolezza questa che la scrittrice dice di aver acquisito in gioventù, durante un periodo nel quartier generale di Amnesty International a Londra. In quell’ufficio sentì un grido lacerarle l’anima: un ragazzo nella stanza accanto era stato appena informato che a causa delle sue dichiarazioni politiche sua madre era stata giustiziata. “Il potere dell’empatia”, scrive la Rowling, è proprio questo: “gente ordinaria, il cui benessere e la cui sicurezza sono assicurati, che decide di unirsi in gran numero per salvare persone che non conoscono e che non incontreranno mai”. Perché “a differenza di ogni altra creatura su questo pianeta, […] gli esseri umani posso imparare e capire senza aver fatto esperienza”.
E qui l’orazione raggiunge il suo apice. Chi conosce Harry Potter sa che uno dei fili conduttori dell’opera è la possibilità di “scegliere”. L’immaginazione infatti, è anche una scelta: “Ciascuno può usare una simile abilità al fine di manipolare o controllare tanto quanto può usarla per comprendere e simpatizzare”. Ed è una scelta che ha pesanti conseguenze: “Molti preferiscono non esercitare affatto la loro immaginazione, […] ma scegliere di vivere in spazi ristretti porta a una forma di agorafobia mentale e questo porta con sé nuove paure. Io credo che coloro che sono volontariamente privi di immaginazione vedano più mostri. Hanno più paura. E ciò che è peggio, coloro che scelgono di non empatizzare rendono i mostri reali”.

Dunque parlare di fallimento e immaginazione in un luogo come Harvard – dove difficilmente il fallimento trova la sua comune espressione e dove non è necessario immaginare per garantirsi un’esistenza – assume una connotazione molto particolare: “La maggior parte di voi appartiene all’unica superpotenza rimasta al mondo. Dunque il modo in cui voterete, vivrete, protesterete, e la pressione che eserciterete sul vostro governo, avrà un impatto anche al di fuori dei vostri confini. Questo è il vostro privilegio e il vostro fardello. […] Se dunque sceglierete di usare il vostro status e la vostra influenza per alzare la voce a nome di coloro che non hanno voce, se sceglierete di identificarvi non con i potenti ma con i senza potere, […] allora non saranno solo le vostre orgogliose famiglie a celebrare la vostra esistenza, ma migliaia di persone la cui realtà avrete contribuito a cambiare”.

Mi è stato impossibile a questo punto non pensare alla conferenza che Azar Nafisi, l’autrice di Leggere Lolita a Teheran, tenne a Roma nel 2004. Era intitolata “Atteggiamento sospetto: il potere sovversivo dell’immaginazione” e la trovate ancora per intero sul sito della Adelphi alla pagina dedicata all’autrice. “Nessun sermone”, scriveva la Nafisi, “nessuna forma di correttezza politica può sostituire la profonda empatia che nasce dall’immaginazione, quando questa ci fa vivere le esperienze di altre persone e ci apre gli occhi su idee e punti di vista di cui ignoravamo l’esistenza”. Addirittura, scriveva la professoressa iraniana, “la creazione e la salvaguardia di una vera democrazia dipendono da ciò che potremmo chiamare un’immaginazione democratica”.

Dunque è questa la magia, il segreto che Silente lascia in eredità a Ron nella forma di un “deluminatore”. E’ la luce che permette di ritrovare la strada, la capacità di immaginare e dunque di scegliere. Ed è il cammino che J. K Rowling – citando Seneca – augura alla giovane élite di Harvard ormai pronta per occupare posti di potere: vivete non vite brevi o lunghe, “vivete buone vite”.

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