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Martedì, 04 Febbraio 2014 08:09

Kathryn Stockett, The Help

Scritto da Silvia Belcastro

Il 1 dicembre 1991 il New York Times pubblicò un articolo che a suo modo avrebbe cambiato la storia. Si trattava di un racconto in prima persona intitolato Grady’s Gift (Il dono di Grady) e l’autore era Howell Raines, un editorialista che sarebbe stato tra i più feroci critici di J.W. Bush. L’anno successivo l’articolo ottenne il Pulitzer Prize for Feature Writing, il massimo riconoscimento del giornalismo mondiale. Dieci anni dopo invece, Raines sarebbe diventato direttore del giornale e il Corriere della Sera avrebbe titolato: “Il New York Times svolta a sinistra”.

 

Ma parliamo di Grady. Tradurrò per voi l’inizio di quel famoso articolo:

“Grady comparve un bel giorno a casa nostra al 1409 della Quinta Strada a ovest di Birmingham, e cambiò il mio modo di vedere il mondo. Avevo sette anni quando lei venne da noi per stirare, cucinare e fare le pulizie per 18 dollari la settimana, e si fermò sette anni. Durante quel periodo, tutti nella mia famiglia arrivarono ad accettare quelle che mio padre chiamava «le lunghe chiacchierate», delle infinte conversazioni che hanno tenuto occupati Grady e me nei lunghi pomeriggi sonnolenti dell’Alabama. Quello che accadde fra noi può essere espresso in molti modi, ma la sua essenza fu catturata da Graham Green quando scrisse che in ogni infanzia c’è un momento in cui una porta si apre per lasciar entrare il futuro. Dunque questa è la storia di una persona che aprì una porta e di un’altra che vi camminò attraverso.
E’ tuttavia difficile descrivere – o anche solo tener vivi nella nostra memoria – i mondi che hanno cessato di esistere. Generalmente pensiamo ai mondi scomparsi come a qualcosa che ha a che fare con luoghi lontani o stili di vita - come quello della frontiera occidentale - che per noi appartengono a un passato remoto. Ma io sono cresciuto in un luogo che è scomparso e che eppure era qui, in questo paese, non troppo tempo fa. Parlo di Birmingham, dove una volta ha prosperato la più totale forma di segregazione razziale di questo secolo di storia americana.
Gradystein Williams Hutchinson (o Grady, come la chiamavamo in famiglia) ed io eravamo due persone che stavano crescendo negli anni ‘50 proprio in quel mondo sul punto di scomparire, due persone che vivevano vite mondane e scollegate mentre Martin Luther King Jr. e il commissario T. Eugene (Bull) Connor si preparavano per la loro epica battaglia
”.

Ho cominciato questa recensione di The Help di Kathryn Stockett con il testo di Raines perché è l’autrice stessa a mettere in rilievo, nella postfazione al romanzo, quanto le due storie siano indissolubilmente legate. Dare voce alle domestiche di colore del Sud, scrive la Stockett, significava “oltrepassare un confine proibito” anche se il rapporto fra bambini bianchi e domestiche nere aveva segnato indelebilmente molte anime. Dunque era un imperativo, per la letteratura, trovare le parole per sondare le profondità affettive e psicologiche di questa zona grigia.
E se The Help trova parole fresche per raccontare questa storia, è certamente anche grazie a Il Dono di Grady. La Grady di Kathryn Stockett però si chiamava Demetrie e il romanzo è un sincero omaggio a lei che non ne fa nemmeno parte, lei che “diceva sempre che raccogliere cotone in Mississippi nel cuore dell’estate è il passatempo peggiore che esista a parte raccogliere gombo, un’altra pianta bassa e spinosa”. Demeterie, la domestica che ha cresciuto la scrittrice Stockett così come Constantine ha cresciuto la scrittrice Eugenia "Skeeter" Phelan.

Ma veniamo alla trama. E’ il 1962 quando Eugenia "Skeeter" torna a vivere con la sua famiglia a Jackson, Mississippi, dopo gli anni dell’università. E’ però ormai un pesce fuor d’acqua: le sue frequentazioni di un tempo sono inquadrate nella società ipocrita e benpensante di Jackson mentre lei coltiva segretamente il sogno di diventare una scrittrice. Nel goffo tentativo di inserirsi nella crème locale frequenta le case delle vecchie amiche, ma presto ne viene cacciata. Tuttavia il suo breve periodo mondano è sufficiente ad aprirle gli occhi: quelle sono case del bridge e delle feste di beneficienza, le case in cui le domestiche di colore scivolano lungo le pareti per sedare il pianto di bambini bianchi dimenticati.
Ed ecco Aibileen. E’ da lei che sappiamo gran parte della storia: siamo quasi sempre al suo fianco mentre ricorda, pensa, racconta. E’ una domestica di colore che ha cresciuto in tutto diciassette bambini bianchi ma ha perso il suo unico figlio. E’ saggia, intelligente, controllata… tutto il contrario della sua migliore amica. Minny è infatti la donna più sfacciata di tutto il Mississippi. Cuoca di talento, non sa controllare la sua lingua tagliente e viene dunque licenziata di continuo. Ma un bel giorno Skeeter, Aibileen e Minny si ritrovano nella stessa cucina, tirano le tende e non fanno in tempo a mettere il loro pericoloso progetto nero su bianco che la pericolosa macchina si è già messa in moto… Riusciranno tre donne a cambiare, a modo loro, un pezzo di storia?

Sono gli anni in cui Bob Dylan diventa la colonna sonora delle marce di protesta: “a Jackson ogni persona di colore si piazza davanti alla prima tivù che trova per guardare Martin Luther King, nella capitale, che dice di aver un sogno”. “Il confine non c’è”, ci dice Aibileen, “i confini fra bianchi e neri non esistono: certa gente se li è inventati molto tempo fa”.
Dunque è di confini che parla The Help. Di un primo confine fra bianchi e neri e di un secondo confine che esiste soltanto nelle menti degli uomini. E poi di un terzo confine ancora, disegnato sopra i precedenti come l’ombra di un trauma: il divieto di parlare. E’ infatti giusto che un bianco scriva di quel delicato rapporto che - attraverso le domestiche - univa intimamente bianchi e neri durante la segregazione? E poi: è giusto dare voce a un nero?
Nella postfazione della Stockett si sente tutta l’eredità che una ferita profonda come quella del Sud lascia persino nell’anima dell’arte. “Temo di aver detto troppo riguardo al confine tra donne nere e donne bianche”, scrive la Stockett. “Mi era stato insegnato a non parlare di cose tanto imbarazzanti: era un argomento sconveniente, indelicato, e loro avrebbero potuto sentirci. Ma temo anche di aver detto troppo poco. […] Di un fatto sono sicura: non credo di sapere che cosa significasse davvero essere una donna nera in Mississippi, specialmente negli anni Sessanta. Penso che nessuna bianca che stacca un assegno per pagare una nera possa mai capirlo veramente. Ma cercare di farlo è essenziale per un essere umano.

A mio parere, quest’opera prima brilla per freschezza e ironia e la sua vivacità rende difficile al lettore abbandonare la pagina. Queste donne fanno ridere e commuovere e il lettore cammina a fianco a loro come se fossero tutte vive qui, oggi. Ma se leggete quel meraviglioso articolo che ha dato inizio a queste voci, vi renderete conto che questa ipotesi non è poi così assurda. Anzi, forse è davvero così.

E io penso a Grady e al dono - impossibile da ricambiare - che diede a un ragazzo tanti anni fa, con un’intelligenza e una generosità così grandi.
Grady mi disse che si era commossa quando ea entrata in biblioteca e aveva visto il mio libro, una storia orale del movimento dei diritti civili intitolata “My Soul is Rested”. E’ oggi diffusa nei college come lettura di base sulla storia del Sud e di tutto ciò che ho fatto nella mia carriera giornalistica, sono orgoglioso proprio di quel libro.
Mi sorpresi quando Grady non capì immediatamente, quando il libro uscì nel 1977, che lei ne era l’ispirazione. E’ colpa mia. Aspettai troppo tempo prima di trovarla e dirglielo. Ma è davvero il suo libro. L’ha scritto lei, sul mio cuore, negli acri di terra del pomeriggio
”.

Silvia Belcastro

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