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Martedì, 26 Marzo 2013 18:28

Alice Munro. La memoria ci salva la vita

Non conosco Alice Munro così bene da dire che "La vista da Castle Rock" sia un libro autobiografico o di memorie: più di una nota letta sul web mi suggerisce  un poco che sì, si tratta di un libro assai intimo e scritto in tempi diversi dall’autrice canadese e, no, non è un libro di memorie. Mi pare di capire che presta molta attenzione alle verità che stanno di solito dietro le vite, molta di più di quanto non faccia un romanzo. Tuttavia non sono così certo da giurarci su'.

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Le porno mamme alla riscossa.

Arrivi alla fine un pò provata, ma con la curiosità di sapere come continua questa storia d'amore in cui in non detti riservati all'immaginazione hanno lasciato il posto ai rapporti espliciti e descrizioni minuziose, con posizioni e orgasmi. In riflessi di te, secondo capitolo della Crossfire Trilogy di Sylvia Day, Eva e Gideon continuano a prendersi e a lasciarsi, dopo essersi conosciuti e subito amati in A nudo pe te. >>

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Don DeLillo è sempre stato affascinato dal potere delle immagini. I suoi romanzi, in particolare quelli che sondano il nostro tempo (leggi, Underworld, Americana, L’uomo che cade) evocano fortemente questo potere. Non c’è nulla di illusorio nelle effusioni di una folla in lutto (in "L'uomo che cade": la scena della gente che si abbraccia sotto una fitta pioggia di fogli per stampante e polvere mista a cemento), una scena ricca di significati complessi che si accumulano sotto una tragedia collettiva. 
E, in effetti, quelle immagini tendono riconoscere una certa liquidità delle cose e le associazioni offerte così sovraccariche di portentose implicazioni simboliche, sembrano pure ribellarsi allo status quo dell’evento che le hanno generate e per questo finite sulle pagine dei suoi libri.

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Ognuno ha le proprie ossessioni senili. Philip Roth, che non ne avrebbe per nulla bisogno, ha quella per il Nobel, sempre agognato, mai vinto.

A Los Angeles, alla presentazione di un documentario sulla sua carriera, Roth ha attaccato il comitato del premio: «Ho corso con cavalli molto veloci - ha detto Roth, citando William Styron, E.L. Doctorow, John Updike e Joyce Carol Oates, tutti giganti della letteratura americana esclusi dal prestigioso riconoscimento dell'Accademia di Stoccolma -. Ma il comitato del Nobel non è d'accordo con me. Ci giudicano provinciali. Provinciali saranno loro». Finendo per fare, al netto del suo talento assoluto, la figura del provinciale.

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Limonov, chi era costui? Un poeta, un dissidente, un bolscevico, un personaggio di Solzhenicyn, un bandito, un attore, un cantante rock, un campione di scacchi? No, è il protagonista di un libro. Turghenev, Tolstoj, Dostoevskij? No, no. Ma si può arrestare un personaggio di fiction? Difficile. Eppure.

Chi si ricorderebbe di Eduard Limonov se non fosse uscito il libro di Emmanuel Carrère? Eppure il vecchio Limonov è tuttora lì, in carne e ossa, dentro la sua storia e la storia della Russia eterna, imperscrutabile enigma circondata dal mistero, inenarrabile crogiuolo di storie e di dolori, inarrestabile flusso romanzesco.

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Giovedì, 13 Dicembre 2012 09:10

Strade Blu di William Least Heat-Moon

Ai viaggi on the road per il continente americano siamo forse già tutti letterariamente e cinematograficamente abituati. Tuttavia ci sono ancora percorsi sconosciuti, territori inesplorati e viaggi del tutto inediti. Strade Blue (nell’originale Blue Highways. A Journey into America) di William Least Heat-Moon è uno di questi.

Pubblicato ormai nel lontano 1982 è un libro che però si colloca in un’altra temporalità, una sorta di storicità parallela, il che lo rende un libro sempre attuale.

La storia di quell’America in cui l’autore viaggia e di cui parla infatti è quella di un’umanità senza tempo o comunque in un rapporto molto particolare con il tempo storico.

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Sabato, 01 Dicembre 2012 16:22

Grossman. La cognizione del dolore

di Elena Lowenthal

La lingua ebraica ha un ricco lessico del dolore, possiede diverse parole per dirlo, ognuna ricca di sfumature. Ha, in particolare, un vocabolario del lutto affatto ignoto all’italiano: conosce parole per dire la partecipazione alla perdita, scandire con precisione i riti e i momenti che la accompagnano. Contiene, naturalmente, un termine per indicare l’orfanità ma ne conta anche un altro che al confronto con l’italiano spiazza, costringe ad ardue perifrasi: l’ebraico, infatti, ha una parola per indicare il genitore che ha perso un figlio.

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Lunedì, 31 Ottobre 2016 00:00

La figlia del boia

Magdalena è orgogliosa della propria famiglia anche se suo padre Jakob e suo nonno Johannes Kulsl sono stati carnefici. Una volta sua madre le aveva raccontato che il padre non aveva sempre fatto il boia, ma aveva partecipato alla grande guerra e poi era tornato a di nuovo a Schongau. Quando aveva domandato a sua madre cosa avesse fatto in guerra e perché preferisse tagliare la testa alla gente lei aveva taciuto e le aveva posato un dito sulle labbra.

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Lunedì, 29 Ottobre 2012 09:47

Philip Roth prima di Philip Roth

Ogni anno, come ben noto, ci sono sempre forti aspettative di vedere premiato con il Nobel lo scrittore che universalente riconosciamo come meritevole dell'ambito premio e sono diversi anni, per quello che mi riguarda, di vedere sempre queste aspettative deluse. Intendiamoci, non ho nulla da dire circa Mo Yan. Il suo nome giaceva nell'elenco ristretto degli accademici svedesi da tempo e, se devo dirla tutta, lo conosco - in senso preofessionale - certamente meglio di di una semiscosciuta come Herta Muller: chi diavolo è costei?, o del poesta dello scorso anno, Transtromer, chi l'ha mai letto? Da dove diavolo viene fuori?

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Martedì, 16 Ottobre 2012 11:55

Hanif Kureishi, Il Budda delle periferie

Torniamo indietro negli anni per riscoprire questa volta un testo apparso oramai una ventina d'anni fa, il Budda delle Periferie, opera d'esordio dello scrittore anglo-pakistano Hanif Kureishi e pubblicato appunto nel lontano 1990.
Rimane in ogni caso un testo attuale e moderno, nonostante nel libro il contesto sia quello della Londra hippie degli anni 70. Ma non solo della capitale britannica si parla, bensì della sua sterminata periferia, che rappresenta un microcosmo non poi tanto diverso da quello che troviamo ai nostri giorni, almeno per problematiche, situazioni e persone. Come dice l'autore stesso: "Londra sembrava una casa con cinquemila stanze, tutte diverse. Il trucco era di scoprire come si collegavano, e alla fine attraversarle tutte".

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