«Avevo tre anni quando un’assistente sociale mi portò a Villa Azzurra che di quel colore non aveva proprio nulla. Ci finii perché quella buona donna di mia mamma mi aveva avuto da un uomo che della paternità se ne infischiò allegramente, non l’ho mai incontrato. Lei era giovane e sola».
Comincia così – con una storia terribilmente simile a molte altre – questo libro scritto per non dimenticare; per ricordare a chi è vissuto al tempo dei manicomi e per informare chi non c’era. Ma scritto anche per smontare l’illusione che oggi la fabbrica della follia sia altro da quanto era in passato: fenomeno di massa, fenomeno di poveri, manicomi (o realtà troppo simili) come discariche umane e sociali.

Con “Dialoghi per voce sola. Tre racconti in forma di monologo” Clara Piacentini non ha scelto la strada più semplice per raccontare il sentire delle donne e degli uomini a proposito dell’amore. Ma lei, con la sua scrittura vivida, emozionante, diretta e a volte esplicita, dura, si può permettere anche un “esperimento” così ardito. Ardito fin dal titolo che pare un ossimoro, il dialogo che in realtà è un monologo. Anzi, tre monologhi con cui un donna, all’apparenza la stessa, si rivolge a tre interlocutori diversi, uomini, e a tre tipi di amore di cui essi sono in qualche modo il simbolo: amore sciupato, amore sprecato, amore sognato.
“Uno scrittore argentino che insegna l’arte di narrare.
“I buoni libri moltiplicano la tua vita“. Questa è una delle tante frasi destinate a diventare citazioni senza tempo. Ermanno Rea con il suo ultimo libro ci regala un viaggio nella bellezza delle parole. Quelle parole stampate che diventano letteratura. Entrare in un libro e diventarne uno dei personaggi. Il sogno di molti e di Adele la protagonista che ci racconta il suo amore per i libri con una straordinaria capacità di farci entrare anche… in questo libro.
Sono una fan della prima ora di Claudia De Lillo, aka Elasti, giornalista milanese che da oltre dieci anni racconta la sua vita nel blog Nonsolomamma e sui social. Perciò ho iniziato a leggere con molta aspettativa ed entusiasmo il suo romanzo “Nina sente”. Nina Forte è un’autista NCC, cioè “noleggio auto con conducente”, una sorta di taxi privato insomma. Ha ereditato la licenza dal padre e fa questo lavoro per necessità, per mantenere se stessa e il figlio adolescente. Uno dei suoi principali clienti è un istituto bancario in cui lavora Guido, caro amico di Nina, che viene coinvolto in loschi maneggi collegati con l’acquisizione della banca da parte di un gruppo cinese. Nina, mentre accompagna in giro gli alti vertici della banca che parlano liberamente come se lei fosse invisibile, viene al corrente di informazioni che non dovrebbe sentire, e che diventano molto importanti quando Guido viene trovato morto. Così quello che all’apparenza inizialmente pare un romanzo che racconta la storia di una donna separata, arrabbiata e smarrita, si trasforma in un giallo incalzante.
“Canto alla durata” di Peter Handke: archi del tempo e senso del luogo, nel nostro monotono sublime.
È l’inverno del 1959. Al giovane reverendo Tyler Caskey è stata da poco affidata la parrocchia di West Annett, una cittadina del New England settentrionale. Tyler vi si è trasferito con la moglie Lauren e la più grande delle loro due bambine, Katherine. La comunità è incantata dal nuovo pastore, colto e appassionato, mentre Lauren è l’emblema di un’America un po’ troppo distante: solare, florida e capitalista. Eppure, è già passato un anno dalla morte improvvisa di Lauren e la panca in terza fila è ancora vuota. In fondo, “