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Martedì, 08 Settembre 2015 20:16

Due chiacchiere con Joyce Carol Oates

Scritto da Silvia Belcastro

Sapevate che ogni settimana The Guardian offre una chat in tempo reale in cui i lettori incontrano artisti, scrittori, musicisti, attori, uomini e donne di cultura? Si chiamano Culture Webchat e le trovate sul sito del giornale. Il 7 settembre era il turno di Joyce Carol Oates e la scrittrice ha risposto per iscritto – per ben due ore – a tutte le domande del pubblico. Ho letto per voi tutte le 95 domande e le relative 95 risposte e vi regalo una piccola selezione...

 

La domanda più inquietante è stata quella di un pazzo scappato dal manicomio e spero che il suo post abbia contribuito a rintracciarlo: “Professoressa Oates, se lei dovesse mangiare se stessa per intero… raddoppierebbe di misura o scomparirebbe del tutto?”. L’autrice di Una famiglia americana non si è scomposta e ha smentito la sua fama di grafomane con una risposta in stile “quando ce vo’, ce vo’”. “Entrambe le cose”, ha risposto. Poi ha aggiunto: “Nessuna delle due”.

Ma la questione si è fatta più interessante quando il disagio mentale si è spostato in ambito editoriale. “Come assicurarsi una carriera nella scrittura? Perché gli editori preferiscono gli scrittori prolifici?” Secondo la Oates non ci si può nascondere dietro un dito: è proprio così, il mercato anglosassone preferisce chi scrive molto e spesso. Tuttavia ammonisce su un punto: “però è anche vero che se scrivessimo per la fama e i premi letterari e non per esprimere una visione personale, non pubblicheremmo tanto spesso. Inoltre”, aggiunge, “ricordatevi che uno scrittore di genio trascende i generi e le formule” (e qui cita un capolavoro di Henry James di cui vi ho già parlato, Giro di Vite).

Ma veniamo alle questioni spinose. Diversi lettori hanno chiesto spiegazioni alla Oates riguardo la questione Cherlie Hebdo. Vi spiego l’antefatto, che mi sono debitamente studiata per voi. Il PEN American Center é una prestigiosa associazione di scrittori, editori e traduttori dediti a difendere la libertà di espressione e a promuovere lo scambio letterario internazionale. Durante l’annuale PEN American Gala (1250 dollari per un biglietto di ingresso!), nel maggio scorso il PEN ha conferito alla redazione superstite di Charlie Hebdo un premio intitolato al “Coraggio della Libertà di Espressione”. Venuti a conoscenza della decisione, sei scrittori hanno firmato una lettera di protesta contro la decisione del PEN, revocando la loro partecipazione al gala (fra questi Taiye Selasi, Francine Prose e Micheal Ondaatje). Gli scrittori dissidenti sono però presto diventati 145, fra cui il premio Pulitzer Junot Dìaz e – appunto – Joyce Carol Oates. E nonostante la Oates non sia stata fra i primi sei firmatari, è diventata subito il volto del dissenso grazie al suo frequente uso di Twitter. L’emblema del supporto all’assegnazione del premio è invece stato – direi senza sorprese – Salman Rushdie, il quale ha a sua volta partecipato al dibattito dal proprio account.

Dunque oggi la Oates ha ripreso l’argomento, talvolta punzecchiata e una volta apertamente offesa dai lettori. “Alcuni scrittori”, spiega educatamente, “hanno obiettato al premio sulla base del contenuto. Se infatti il premio è per il coraggio di fronte al pericolo e non per il contenuto effettivo dell’opera pubblicata, allora il PEN è giustificato. E su questo eravamo tutti d’accordo. Ciò che invece è risultato disturbante per alcuni”, aggiunge, “è stata la totale mancanza di rispetto per l’opinione di un gruppo di scrittori che ritengono che Charlie Hebdo pubblichi incitamento all’odio. La libertà di espressione”, conclude la Oates, “è una frase da prendere con estrema cautela e a cui aggiungere sempre un granello di sale”. E in un’altra risposta aggiunge: “Ho deciso di supportare i dissidenti principalmente perché erano attaccati, in alcuni comparti anche molto violentemente, da membri prominenti del PEN. Cosa c’è di così oltraggioso nell’avere un’opinione differente?”. Dunque siamo alle solite. Condivisibile o meno che sia il pensiero della Oates e di questi scrittori dissidenti, anche in ambito letterario emerge violentemente quel dualismo che caratterizza la politica internazionale, quella profonda faglia che separa – forse irrimediabilmente – due concezioni filosofiche dei termini “libertà di espressione”.

Tornando invece alla letteratura, di fronte alla domanda su quanto la sua opera letteraria sia “americana”, la Oates dichiara di essere stata sì influenzata dai grandi maestri della letteratura americana – Melville, Poe, Hawthorne, Hemingway, Faulkner – ma anche da James Joyce, Thomas Mann, D.H. Lawrence, Thomas Hardy, Kafka. “In realtà”, scrive, “sono le forme narrative a intrigarmi sopra ogni cosa”. Tra i libri riletti recentemente dice poi di aver amato particolarmente le scrittrici Joan Didion e Sheila Kohler.

Diversi lettori le hanno anche chiesto quanto contano per uno scrittore l’inconscio, il sogno, e il sognare ad occhi aperti. La Oates è scettica. “L’ispirazione in sogno è rara”, scrive, “e anche in quel caso bisogna lavorare con infinita pazienza per tirarla fuori dall’inconscio”. Inoltre, “ci sono diversi tipi di scrittura, diverse gradazioni di coscienza”, tuttavia quello che conta è il duro lavoro.

Riguardo a Una famiglia Americana, quello che ancora oggi è considerato il suo capolavoro, la scrittrice dichiara che “la fattoria dei Mulvaneys è basata sulla fattoria che la mia famiglia possedeva decadi fa, e Muffin era il mio adorato gatto. C’è molto di autobiografico nel romanzo, ma è intrecciato con molto materiale totalmente inventato. Tuttavia sì, gli elementi reali escono fuori appena riapro il romanzo… I miei passaggi preferiti sono quelli che coinvolgono Marianne e Muffin, proprio al centro della storia su una famiglia americana devastata da una cultura americana cruda e volgare, una cultura che oggi sarebbe ancor peggiore per via dei <<social media>>, del cyber-bullismo fra i giovani”.

Qualcuno torna poi ad attaccarla sul suo frequente uso di Twitter, chiedendole di “spiegare” alcuni suoi cinguettii sibillini. Qui la scrittrice risponde copiosamente, difendendo da un lato il diritto all’effimero ma dall’altro ricordando che – ai tempi dei linciaggi dei neri negli USA – non esistevano né Twitter, né Facebook, né telefoni cellulari. Migliaia di persone sono morte ma non esisteva la possibilità di inviare notizie liberamente e in tempo reale. Dunque ri-twittare notizie, dice la Oates, è un’azione che ha un valore che si misura immaginando di non poterlo fare.

Tra le domande strane troviamo invece: “Qual è il suo più grande rimpianto?” Inaspettatamente, Joyce Carol Oates dichiara: “non aver mai capito niente di matematica”. “Preferisce fare castelli di sabbia o pupazzi di neve?”, le chiede un altro squilibrato. Per chi fosse interessato, la Oates preferisce fare pupazzi di neve. Ma è inevitabile che sia la gatta Cleo – presente quasi giornalmente sull’account Twitter della scrittrice nonché sulla tastiera del suo computer – a catturare l’attenzione: “Chi sta rispondendo veramente alle nostre domande, signora Joyce? E’ lei? O sei tu, Cleo la gatta?!” La risposta è serafica, precisa, professorale: “Cleo è troppo iperattiva e agitata per poter stare ferma a rispondere alle vostre domande”.

Per BookAvenue, Silvia Belcastro

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