Le parole della pioggia

"pioggia" di ©marinaandruccioli
   Tempo di lettura: 6 minuti

Ci sono molte, moltissime cose che mi affascinano della terra su cui tutti poggiamo i piedi: le interazioni tra le persone, la capacità delle piante di produrre ossigeno, le aurore boreali, il vento e la sua capacità di trasportare suoni, oltre che profumi.
Poi c’è la pioggia. Di per sé, l’acqua è l’elemento più sorprendente di tutti per come prende, ad esempio, la forma del recipiente che la contiene; o la meraviglia di guardarne le mutazioni: dal solido ghiaccio all’etereo vapore. E ancora. Muovendosi per continenti, realizzare quella meraviglia che chiamiamo nuvole e da cui cade di nuovo.
Ancora acqua, ancora pioggia.
Da quanto non guardiamo in alto?

Nonostante non sia mai stata in Giappone, la cultura di questo paese esercita un forte ascendente su di me. Non fosse che per un insieme di delicata spiritualità.
Da giovane ho coltivato bonsai, attratta oltre che dalla bellezza da quella curiosa necessità di potare le chiome a forma triangolare inclinate in avanti. Una manualità che si fa simbolo: i tre angoli rappresentano Dio, la Natura e il terzo l’uomo. Ho progettato tante varianti di un piccolo giardino Zen solo per dare vita e corpo alla pace che vi aleggia.

Ho scritto Haiku affascinata dal fatto che non sono delle vere e proprie poesie, non sono degli aforismi o dei proverbi: sono semplicemente gioielli che raccolgono in 17 sillabe un’emozione, un componimento dell’anima. Leggere i versi è come ricevere una carezza.

Non ultimo, sono incredibilmente affascinata dalla scrittura giapponese sia per la bellezza visiva degli ideogrammi, sia perché, per comporre una parola, si usano più fonemi. Un esempio è la parola komorebi, che non ha traduzione in italiano se non mediante una spiegazione. Essa descrive i raggi di luce che attraversano la chioma degli alberi e il gioco di luce tra i rami e le foglie, viene fuori: filtrare, luce e albero, con i rispettivi ideogrammi accanto; un sintagma in una sola parola. Questa parola diventa perimetro di un significato; evoca la serenità e la bellezza che si provano osservando questi giochi di luce.

Vedere e sentire, dunque. Un connubio magico. Che per me, che da sempre scrivo per cercare di rispondere alla domanda “a cosa serve leggere un libro?”, è come cercare di ridurre all’essenziale lo spazio tra le parole. Una sottrazione di voci. Un recuperare simbologia e muovere il sentire interiore. Animare.

Ecco allora l’acqua prendere la forma del contenitore che la ospita. Le parole della pioggia, di Laura Imai Messina, diventano quelle del mio sentire espresso due righe sopra. Una ragione forte – di per sé bastante – a convincervi a fare lo stesso.

“Sono nata in un giorno di pioggia”, esordisce Aya quando si presenta davanti al cliente che ha chiesto i suoi servizi. Lei, per mestiere, accoglie viandanti sotto il proprio ombrello in un qualsiasi giorno di pioggia, accompagnandoli a destinazione, quale che sia. Un tempo sospeso dove tutto rallenta. Una Tokyo che scompare sotto lo spazio ristretto del telo in un adattarsi al passo dell’altro, in un modo morbido di accogliere al fianco, in un delicato guardarsi e ascoltarsi di lato.

Poi, c’è la poesia. L’esercizio di attribuire nome ai diversi tipi di pioggia: perché in Giappone la pioggia ne ha molti. C’è quello che riconosce la pioggia violenta, quella delicata, quella che ha un suono tutto suo, quella che profuma, quella che sembra un pianto dalle tante lunghe lacrime.
È il nonno di Aya che fa notare alla nipote gli innumerevoli modi per dire “pioggia”. La ragazza crede che suo nonno ne conosca tanti perché scrive haiku per un giornale. Componimenti che richiedono un vocabolario di termini così: parole strette, che dicono una cosa soltanto, molto speciale e piccolissima.

Questo libro mi è parso proprio così: un insieme di tante cose, bellissime e strette strette. Un flettersi a specchio di righe dove le singole parole, una a una, declinano i diversi tipi di gocce di pioggia. Una a una a loro volta.
A proposito di fonemi. Il mio preferito, emerso da quel recipiente di cui l’inizio di questo articolo, è: nureiro, il colore quando è bagnato. Racconta ciò che accade a un qualunque colore quando l’acqua o la pioggia lo bagnano, quando la rugiada gli si posa sopra o la neve gli si scoglie dentro. È precisamente quell’aggiunta, quella patina che rende lucida ogni cosa e aumenta l’intensità del tono di partenza, qualunque esso sia, come se sopra vi fosse stata puntata addosso una luce inedita.

Forse la risposta alla mia domanda è proprio questa: darsi urgenza di scrittura, dopo una lettura così piena di cose essenziali, è come aggiungere una patina artificiale, mai artificiosa, ad aumentare l’intensità del tono di partenza, qualunque esso sia.

Marina Andruccioli


Il libro

Laura Imai Messina,
Le parole della pioggia,
Einaudi
ed.2025, pp.145


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