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Mercoledì, 11 Novembre 2015 02:05

Podcast. L'uomo che visse due volte. Ray Charles

fotoCos'altro dire di questo straordinario testimone del secolo? Quali parole usare per raccontare la sua indimenticabile voce, il suo enorme talento, la sua monumentale reputazione di artista? Poco. Davvero molto poco. Su Ray Charles molti, meglio di me, hanno saputo raccontare di come abbia aperto la strada alla musica "soul", nata sperimentando la fusione dei generi Rhythm & blues, gospel, e blues. Le sue registrazioni sono tutte, e dico tutte, magnifiche e sempre caratterizzate dalle sue grida e urlate che hanno pervaso la cultura musicale di tutto il mondo.

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Giovedì, 22 Maggio 2014 11:57

Podcast. Suonala ancora Chuck!

Da più di cinquant'anni la storia d'amore tra Chuck Mangione con la musica è stata caratterizzata dalla sua infinita energia, l'entusiasmo e la gioia pura che si irradia dal palco ogni benedetta volta che qualche fortunato abbia la fortuna di vedere un suo concerto, (io al Blue Note di Milano c'ero!, ne parlo dopo). Oggi CM ha 72 anni.

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Nascere nel 1930 a Fort Worth in Texas, in pieno regime razziale, non deve essere stato facile per quella generazione (e anche per le successive, come sappiamo). La musica, si sa, ha rappresentato per molta gente di colore molto di più che una fuga: è stata una speranza. Coleman ha imparato a suonare il sax a 14 anni e a 15 ha formato la sua prima band. Ma il clima di quegli anni non lo aiutò, ecco perchè a soli 19 anni se ne andò a Los Angeles in cerca di lavoro. Non fu molto facile: il suo proverbiale carattere controverso e le sue idee in fatto di musica di certo non lo aiutavano a trovare una band dove suonare.

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foto autoreQuando è arrivato il pacchetto da Milano (in gergo si dice “passaggio interno”), sono stata molto, molto contenta. A Roma non ero proprio riuscita a trovare questo disco: Novas Bossas, la cui recensione, letta su una rivista jazz, mi aveva talmente colpita da obbligarmi all’acquisto. Sto parlano di Milton Nascimento e mi scuserete se, alla ripresa della mia rubrica, parlerò di un artista che con il blues ha poco da scambiare mentre nella sua musica jazz si trova moltissimo dell’influenza della musica popolare brasiliana e molte tracce del pop,del rock ma anche della …samba.
Lo dico subito: il disco è be-lli-ssi-mi-ssi-mo. Dentro ci trovate pezzi come Dias Azuis o come, O vento, e altri come Checa de Saudade, che mi hanno ricordato alcune melodie di Let’s let lost del grande Chet Baker.

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Domenica, 20 Maggio 2012 09:54

Podcast. Tributo a Donna Summer

fotoInterrompo le faticose faccende di casa per il dovuto tributo a Donna Summer, scomparsa qualche giorno fa a 63 anni. Le brutte notizie, amici miei, quest'anno non mancano. Chiedo a Qualcuno lassù un pò di tregua.
Troppo giovane per essere la mia musica, ma gli echi di "Love to Love You Baby", con i suoi gemiti, il primo successo estivo del '75 (!) e uno dei brani più scandalosi mai incisi sul poliestere, sono arrivati fino alla mia età da adulta. La canzone fu in seguito mixata da decine di interpreti e ballata da più di una generazione, me compresa.

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fotoUna delle cose che mi farà sempre arrabbiare moltissimo della mia scomparsa, sarà sempre la rinuncia a prestare l'orecchio alle cose che il mondo ha da dire. Non mi riferisco solo alla letteratura naturalmente, ma soprattutto alla musica senza la quale nessun essere umano è in grado di aprirsi la propria strada sulla terra. E' il caso della scoperta della cantante che vi propongo oggi.
Sandra Nkaké è una cantante-cantautrice-compositrice che è cresciuta tra Yaoundé (Cameroun) e Parigi. E' rimbalzata avanti e indietro sulla base di queste due diverse culture e climi, e si è confrontata con la maggior parte avversa dei codici sociali che queste culture le hanno offerto. Cinema, letteratura e musica sono diventate le sue fonti primarie di rifugio.

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Una sera di qualche tempo fa, mentre parlavamo di musica, a cena con degli amici, ho chiesto al mio due di coppia di raccontare quella volta che al Blues Halley di Georgetown nel '88 si mise in ginocchio davanti ad un sassofonista. I suoi racconti hanno sempre l'effetto saporifero di una fiaba che si legge ai bambini per farli addormentare; corsi il rischio sapendo però che il suo amore per il jazz avrebbe potuto rianimare una serata piuttosto moscia. Raccontò che, guidato dalla Lonely Planet, alla ricerca di un locale dove ascoltare musica, capitò di imbattersi in questo locale e riconoscere l'autore di un paio di dischi già in suo possesso. Entrò mentre il tizio suonava Winelight. Alla fine del concerto gli si avvicinò e, non so con quale inglese si espresse, gli raccontò da dove veniva, del viaggio e della fortuna di averlo trovato per caso. La foto-polaroid, decisamente vecchia a guardarla oggi, suggellò l'incontro: la conserva come un cimelio. Per la cronaca: a fine racconto, metà delle persone si erano addormentate sul tavolo.

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Quando un mese e mezzo fa il mio due di coppia mi ha dato la notizia della sua morte, mi sono sentita come di una perdita personale. Lui ha usato una certa delicatezza a dirmelo sapendo che l'avrei presa molto male: è  andata così.  Etta James è stata, a giusta ragione, considerata una delle voci più importanti del secolo scorso. La signora del blues è morta a pochi giorni dal suo 73mo compleanno e, ironia della sorte, quasi in contemporanea con il suo maestro Otis Regis scomparso a 90 anni.

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Martedì, 28 Febbraio 2012 10:53

Podcast. I cento anni di Gil Evans

Ian Ernest Gilmor Green, detto Gil Evans, nato casualmente a Toronto, nel 1912. da padre sconosciuto e da una ragazza madre scozzese-irlandese (che girava il mondo come ragazza alla pari/governante), resta una delle figure più incomprese della storia del jazz. Largamente autodidatta, apparve all'improvviso sulla scena newyorchese del jazz nei primi anni quaranta, ma aveva alle spalle già una lunga attività di capo-orchestra e un mestiere affinato in duri anni di apprendistato in California, nel corso di una carriera che spesso e volentieri si era intersecata con quella di un suo celebre coetaneo Stan Keaton (che invece aveva esordito come pianista proprio in una delle orchestre di Evans).

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Mercoledì, 15 Febbraio 2012 10:43

Podcast. Tributo a Whitney Houston

La sua voce sembra essere quasi sospesa, una breve pausa di silenzio che è un tutt'uno con le note di prima e di dopo. E' "I will always love you", la canzone con la quale Whitney Houston sarà ricordata per sempre. Se non l'avete ascoltato prima quel silenzio, tornate indietro e ascoltatelo; si tratta di "buco" seguito dalle parole: la "I" (io) all'inizio del ritornello e "you" (tu) alla fine, tenute a bada quasi a fil di voce con una lunghezza di tono superiore a qualsiasi altro/a cantante abbia mai provato a sostenerle. Lei con un controllo pazzesco della voce canta quelle sillabe una ad una che da sole valgono un Grammy. Canta le parole in modo diverso da tutto il resto; in un primo momento è con amore, poi con convinzione, poi con disperazione. Un dramma che dura quattro minuti. L'esplosione che ha trasformato una storia d'amore in una storia di solitudine. Whitney Houston sapeva di avere una voce.

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