Si deve sempre perdere una parte di sé perché la vita continui.
Avevamo conosciuto secoli di grandezza, fortuna e potere. Tempi eroici in cui le fabbriche producevano a pieno ritmo e le città si spingevano fino ai piedi delle montagne, innalzando ponti sopra i fiumi. Avevamo case traboccanti si tesori allora, occhi, tasche stomaci gonfi di ricchezze, figli già sazi appena venuti al mondo.
In quel momento sublime della nostra storia, niente ci faceva paura. Fertili pianure si estendevano a perdita d’occhio tutt’intorno a noi. Le nostre bandiere sventolavano conquistatrici in cima alle torri altissime che avevamo costruito e, accecati dal nostro stesso trionfo, eravamo certi che ogni pietra sarebbe rimasta dov’era in eterno.
Ma un giorno la ruota girò, portandosi via le nostre antiche glorie.


Il successo del 30° Salone del Libro di Torino, che si chiude oggi al Lingotto, è un dato acclarato, schiacciante, non insidiabile. Ieri alle 20, penultimo giorno, i visitatori erano già 126 mila: gli stessi registrati nell’intera edizione del 2016, «tenuto oltretutto conto del fatto che quest’anno si chiude alle 20 anziché alle 22», come ha precisato la Fondazione.Forte di questo risultato, oggi Torino annuncerà le sue date: il periodo più probabile è dal 3 al 7 maggio. Al massimo si scivolerà in avanti di una settimana, ma una cosa è certa: maggio non si tocca e si cerca anzi di anticipare il più possibile Un modo per battere sul tempo Milano, se Tempo di Libri avesse davvero l’intenzione di scegliere il mese in cui, da 30 anni, va in scena il Salone torinese.
C’è qualcosa di molto raro e accurato e lucido in questo libro il cui tema cercato è la ricerca della felicità. Un tema trattato in un modo molto delicato che è come una rugiada benefica che ammanta l’erba di una mattina d’estate quando l’aria è pervasa da odori diversi come quello del grano che inverdisce i campi o il profumo acre e pungente delle fronde bagnate e la fragranza dei fiori tutt’intorno.
Un bambino come una stella spugnosa vaga dentro le sue paure, le sue ansie. Cade da una scala, apre una scatola, rema controcorrente, abbraccia amorevolmente un cane. Il bambino è immerso in una atmosfera porosa, un po’ azzurra un po’ grigio perla. Gli occhi sono attenti, la pelle tirata, la testa in un gran subbuglio.
Pro captu lectoris habent sua fata libelli: se l’abbiamo trovata in latino, questa celeberrima citazione, potrebbe significare anche che i premi letterari esistono da tantissimo tempo: che un riconoscimento a opere o autori da parte di un collegio di lettori cosiddetti qualificati – giuria tecnica, si dice oggi – c’è dal tempo dei classici o medievali. Ogni libro ha il suo destino, dunque, e la traduzione dell’incipit ci porta alla modernità, ai primi del Novecento, con le apparizioni dei grandi allori letterari tipo Nobel, Goncourt, Fémina, Pulitzer e così via.