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Una porta aperta sul laboratorio del pensiero

   Tempo di lettura: 16 minuti

tre giorni per ritrovare il senso del raccontare

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A parte il talento, ci sono molti modi per imparare a scrivere. Si possono studiare le tecniche narrative, analizzare i manuali di stile, frequentare corsi accademici, ascoltare professionisti, autrici e scrittori che raccontano il proprio mestiere. Tutto serve. Ma esiste un’altra possibilità, forse meno ordinata e proprio per questo immensamente più feconda: entrare nel cuore di una redazione, osservare come nasce un’idea, come viene formulata una proposta, come la si discute, la si mette alla prova, la si corregge, qualche volta la si accantona e altre volte la si trasforma in una riflessione capace di parlare al lettore.

È da questo spirito che nasce il BookAvenue Storytelling Camp, in programma dal 12 al 14 ottobre. Non un semplice webinar, né un corso di scrittura nel senso tradizionale e nozionistico del termine. È piuttosto un invito ad attraversare per tre giorni il laboratorio di uno spazio culturale che ha trent’anni di storia alle spalle, osservandone da vicino le dinamiche quotidiane, le domande di fondo, le scelte di campo e persino i dubbi fecondi che guidano il lavoro redazionale.

Perché una redazione culturale non è soltanto una catena di montaggio in cui si assemblano testi. È, anzitutto, il luogo critico in cui si decide che cosa merita davvero di essere raccontato.

La responsabilità della scelta contro l’editoria dei “giornaletti”

Viviamo nell’epoca che produce la più imponente quantità di parole, immagini e racconti della storia umana. Ogni minuto la rete viene inondata da articoli, video, commenti, podcast, inserzioni. L’informazione e i contenuti non mancano. Accade semmai l’opposto: siamo immersi in una sovrabbondanza indistinta che rende quasi impossibile separare ciò che possiede una reale rilevanza culturale da ciò che è mero intrattenimento passeggero o semplice rumore di fondo.

Negli ultimi decenni abbiamo assistito a una trasformazione profonda del panorama editoriale e mediatico. Molti spazi d’informazione e approfondimento hanno progressivamente smarrito la propria vocazione originaria, cedendo alle logiche del consumo rapido, della mercificazione e dell’algoritmo. Più che libri o approfondimenti capaci di sollevare interrogativi e stimolare il pensiero critico, si moltiplicano prodotti editoriali concepiti per il consumo veloce: strillati nei titoli, intercambiabili nei contenuti, destinati a essere sostituiti poche ore dopo da altri contenuti altrettanto effimeri. L’editoria e il giornalismo culturale rischiano così di perdere la propria anima, omologandosi a una produzione seriale in cui conta solo il volume delle pubblicazioni e la frequenza delle uscite.

Per chi fa cultura in modo indipendente, dunque, la vera sfida contemporanea non è trovare qualcosa di cui parlare. Il problema fondamentale è scegliere.

Perché recensire questo libro e non quello su cui puntano tutti i riflettori del marketing? Perché dare spazio a una voce marginale o fuori dal coro anziché all’autore dell’ennesimo caso editoriale costruito a tavolino? Quando un fatto sociale, politico o letterario diventa culturalmente significativo e quando, invece, non è altro che un diversivo promozionale?

Ogni articolo contiene una scelta politica e culturale ancora prima di contenere delle parole. Decidere di raccontare qualcosa significa affermare che quel tema merita minuti preziosi dell’attenzione di chi legge. È un gesto di responsabilità. Per questo, al BookAvenue Storytelling Camp, non partiremo da astratte regole sintattiche, ma da ciò che viene prima della scrittura: lo sguardo e la posizione che decidiamo di assumere nel mondo.

Imparare a guardare: l’eredità dei trent’anni di BookAvenue

Raccontare significa anzitutto accorgersi. Accorgersi di un’opera pubblicata in silenzio, di un passaggio rilevante nascosto tra le righe di un saggio, di una trasformazione sociale che avviene nelle periferie del mondo e del pensiero.

Nel tracciare la rotta per i prossimi trent’anni di storia di BookAvenue, l’obiettivo fondante rimane chiaro: fare del lavoro di redazione un presidio di resistenza culturale. Il progetto non è nato per essere uno specchio passivo del mercato librario, ma un luogo di indagine.

Sul sito, da trent’anni, sono soprattutto i libri a rappresentare la nostra porta d’accesso al mondo. Anche quando abbiamo affrontato questioni sociali, politiche o geopolitiche, abbiamo cercato quasi sempre di farlo partendo da una pubblicazione: un romanzo, un saggio, il pensiero di un autore. È un vincolo che ci siamo dati e che continua a definire l’identità editoriale di BookAvenue: partire dai libri per andare oltre i libri.

Negli ultimi tempi, tuttavia, a questo percorso se ne è affiancato un altro. Con la sezione Think Tank dell’app di BookAvenue abbiamo voluto aprire uno spazio nel quale alcune questioni che in passato avevamo affrontato soltanto lateralmente potessero diventare direttamente oggetto di riflessione. Qui il pensiero geopolitico, la critica delle trasformazioni prodotte dalla globalizzazione e, con crescente attenzione, il pensiero decoloniale possono essere interrogati senza dover necessariamente prendere le mosse da una novità editoriale.

Non si tratta di abbandonare la centralità della letteratura, ma di allargarne lo sguardo. Se il sito continua a partire prevalentemente dai libri per interrogare la realtà, il Think Tank può compiere anche il percorso inverso: partire dalla realtà, dalle sue fratture e dai suoi rapporti di potere, per cercare gli strumenti culturali necessari a comprenderla.

In questa prospettiva anche il pensiero decoloniale trova il suo spazio naturale: non come nuova etichetta ideologica di BookAvenue, ma come uno degli strumenti attraverso cui provare a comprendere come si costruiscono le egemonie culturali, come alcuni saperi diventano dominanti e come popoli e culture abbiano rivendicato — e continuino a rivendicare — il diritto alla propria narrazione e alla propria identità.

Una recensione o un articolo di approfondimento, allora, non dovrebbero mai ridursi a un Bignami della trama corredato da un voto di gradimento. Devono essere un’incursione critica, una domanda rivolta all’opera e al presente: che cosa ha da dirci questo testo oggi? Quale parte del mondo ci permette di vedere meglio?

Il Camp si propone di trasmettere proprio questa buona pratica: sviluppare uno sguardo capace di andare oltre la superficie della notizia o della novità editoriale, legando il fatto letterario alle dinamiche reali che muovono la storia.

Opporsi all’oblio del senso: il tempo contro la velocità

Una delle malattie più insidiose della nostra epoca è quella che possiamo definire l’oblio del senso. Immersi come siamo nella frenesia della produzione continua, in una corsa ad ostacoli fatta di scadenze social, clic e interazioni immediate, abbiamo finito per perdere il significato profondo di ciò che facciamo e diciamo. La velocità ha sostituito la comprensione; la reazione istintiva ha preso il posto del pensiero.

Nel contesto editoriale e digitale, questo oblio si traduce nella tentazione deleteria di confondere la “creazione di contenuti” con l’atto dello scrivere. Sembra ci sia un imperativo categorico: riempire ad ogni costo gli spazi vuoti. Pubblicare ogni giorno, commentare ogni polemica, intervenire su ogni tendenza per dimostrare di esistere.

Una redazione che voglia conservare una funzione culturale, invece, deve riappropriarsi del diritto al silenzio e all’attesa. Deve saper dire: su questo tema non abbiamo ancora studiato abbastanza per esprimere una posizione rilevante.

Non tutto deve diventare un testo pubblicabile. Non ogni dibattito social merita un’opinione. Non ogni libro stampato merita di essere recensito. L’oblio del senso si combatte rallentando il ritmo e restituendo profondità alla parola. La velocità può servire alla cronaca immediata; la conoscenza e la maturazione critica, invece, richiedono tempo, studio, decantazione. BookAvenue vuole continuare ad abitare esattamente questo spazio di confine: la distanza meditata tra ciò che accade e il tentativo rigoroso di comprenderlo.

La redazione come laboratorio del dubbio critico

C’è un aspetto del lavoro redazionale che chi legge spesso non vede: la presenza costante e fondamentale del dubbio.

Quando un pezzo viene pubblicato, appare compatto, definitivo, ordinato. Dà l’illusione di essere nato così come lo si legge. Ma la realtà della bottega artigiana del testo è diversa. Prima di raggiungere il lettore, un articolo viene smontato, riscritto, tagliato, dubitato. Si verificano le fonti, si controlla il contesto storico, si mette in discussione la tesi di fondo. Si chiede: siamo davvero certi di non aver ceduto a una semplificazione accomodante? Questa parola descrive la realtà o sta solo compiacendo le nostre convinzioni precostituite?

Imparare a scrivere in una redazione significa imparare a diffidare dei propri automatismi e delle proprie certezze immediate. Non per debolezza, ma per accuratezza. Il pensiero critico nasce sempre da una revisione, da una limatura, da un dubbio sollevato da un collega o da un editor.

Durante i tre giorni dello Storytelling Camp abiteremo questo laboratorio e quello delle nostre amiche scrittrici e professioniste della scrittura. Affronteremo questioni pratiche e metodologiche fondamentali:

  • Come si passa da un’intuizione o da un fatto di cronaca a una proposta editoriale strutturata?
  • Come si conducono la verifica delle fonti e l’inquadramento storico-critico?
  • Come si costruisce un titolo che sia incisivo senza cedere al clickbaiting o alla banalizzazione?
  • In che modo chi scrive può esprimere la propria voce e la propria posizione senza scivolare nell’egocentrismo o nel narcisismo?

L’obiettivo del Camp non è distribuire ricette standardizzate per il successo, ma condividere un metodo di lavoro etico e rigoroso.

Il lettore come interlocutore, non come metrica

L’editoria ridotta a logica commerciale e il giornalismo digitale hanno trasformato l’atto della lettura in una metrica da monetizzare. Chi legge viene continuamente categorizzato con vocaboli presi a prestito dal gergo aziendale: utente, follower, impression, target, clic.

Quando lo strumento analitico prende il posto della considerazione umana, la scrittura perde il suo valore relazionale. Dietro ogni numero di una schermata analitica c’è una persona in carne e ossa che ha scelto di concederci un bene inestimabile e non restituibile: il proprio tempo e la propria attenzione.

Rispettare il lettore significa non ingannarlo con titoli a effetto che il testo smentisce o disattende. Significa non diluire le argomentazioni per accumulare righe. Ma significa anche, e soprattutto, non sottovalutare la sua intelligenza. Rispettare chi legge vuol dire considerarlo capace di cogliere la complessità, di affrontare argomentazioni articolate, di rifiutare le scorciatoie ideologiche.

BookAvenue nasce da questa forma di rispetto. E lo Storytelling Camp vuole ribadire che la buona scrittura è sempre una forma di alleanza e di dialogo critico con il lettore.

L’algoritmo, l’intelligenza artificiale e la responsabilità umana

Oggi qualsiasi percorso formativo sulla narrazione e sull’editoria deve fare i conti con un contesto radicalmente mutato dall’avvento delle tecnologie d’intelligenza artificiale. Una macchina è in grado di elaborare in pochi istanti un testo corretto dal punto di vista grammaticale, produrre una sintesi, suggerire una sequenza di titoli, tradurre un passaggio o stendere la bozza di un commento.

Di fronte a questa trasformazione, la risposta meno lungimirante sarebbe quella di barricarsi dietro un rifiuto nostalgico, tracciando una linea di demarcazione puramente difensiva tra l’umano e il tecnologico.

La questione reale è di altra natura. Se i software possono aiutarci nel recupero dei dati, nella correzione formale, nella sistemazione sintattica o nell’organizzazione dei materiali, diventa ancora più urgente e decisivo sapere che cosa vogliamo dire e perché.

La tecnologia può moltiplicare l’efficienza formale della scrittura, ma non può farsi carico della responsabilità della scelta culturale, politica ed etica. Può suggerire la struttura di una frase, ma non può decidere se quella frase merita di esistere, se porta con sé una carica di verità o se contribuisce a contrastare l’oblio del senso. Imparare a governare questi strumenti senza lasciarsene eterodirigere è una delle sfide che una redazione contemporanea deve saper affrontare con consapevolezza.

Una porta aperta sul laboratorio del pensiero

Il BookAvenue Storytelling Camp durerà tre giorni, dal 12 al 14 ottobre. Ma l’auspicio è che questo appuntamento non venga vissuto come una parentesi che si chiude al termine dell’ultima sessione.

L’intento è piuttosto quello di aprire più di una porta. Nostra è quella delle nostre amiche scrittrici e professioniste della scrittura. Dietro quella di queste ultime, ci sono persone che aiutano altre persone a scoprire il loro talento o a dissuaderle dal provarci. La scrittura ha bisogno di anima prima di altro. Nasce da una inquietudine che muove la penna. Esserne privi non è una sconfitta: è sapere che non è quella la strada giusta da fare. Dopotutto non si può delegare tutto alla tecnica. Si faccia altro.

Non abbiamo bisogno di nuovi scrittori: abbiamo bisogno di nuovi lettori.

Poi, c’è la porta di una redazione dietro la quale da trent’anni si lavora, si discute, si sbaglia, si corregge e si interroga sul ruolo della cultura nella società contemporanea. Ci sono percorsi di lettura ancora da tracciare, saggi da analizzare, punti di vista da decolonizzare e questioni aperte a cui dare risposte non banali.

Chi sceglierà di varcare quella soglia non troverà un’aula scolastica pronta a dispensare formule magiche per “diventare scrittori”. Troverà una comunità di lavoro e di confronto: un luogo in cui esercitare una lettura più attenta, imparare a coltivare il dubbio come strumento di precisione, scegliere le parole con responsabilità e consapevolezza etica e restituire valore al racconto del mondo.

In un’epoca saturata da messaggi istantanei e da una produzione editoriale che spesso somiglia a un flusso ininterrotto di “giornaletti”, imparare a scrivere significa prima di tutto recuperare il senso di una domanda essenziale e rivoluzionaria: perché questa storia merita di essere raccontata?

Il BookAvenue Storytelling Camp comincia esattamente da qui.

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Michele Genchi


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