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Leggo dalla Gazzetta della Pennsylvania una di quelle storie letterarie che scaldano il cuore dei lettori. È la storia dell’amicizia tra la poetessa Jill Haber Pallone e Philip Roth.
La morte di Philip Roth arrivò come un colpo inatteso. Per chi lo aveva conosciuto molti anni prima, quando Jill Haber Pallone era ancora una giovane studentessa alla University of Pennsylvania, Roth apparteneva a quella ristretta categoria di persone che sembrano destinate a rimanere per sempre. Non soltanto perché era diventato uno dei maggiori scrittori americani del Novecento, ma perché per oltre quarant’anni la sua presenza aveva continuato ad abitare i ricordi.
Molto è stato scritto sul carattere difficile di Roth, sulla sua impazienza, sulla bruschezza dei suoi modi e sulla provocazione che accompagnava tanto la sua personalità quanto la sua letteratura. Ma esisteva anche un altro Philip Roth, assai meno conosciuto: ironico, generoso, capace di attenzione e, soprattutto, di una fedeltà sorprendente nei confronti delle persone alle quali si era affezionato.
Tutto era cominciato negli anni universitari. Le lezioni di scrittura creativa di Roth non assomigliavano semplicemente a un corso. Tra il professore e alcuni studenti si era formata una piccola comunità intellettuale, quasi una complicità. Si parlava naturalmente di letteratura, ma anche di Kafka, di politica, di Nixon, della vita privata e delle sue contraddizioni. E soprattutto si rideva molto.
Poi l’università finì e cominciò la vita vera.
Per la giovane Jill iniziò un periodo molto difficile. Il trasferimento a Stanford, l’ansia crescente, il senso di estraneità e, infine, una profonda crisi personale trasformarono progressivamente quella che avrebbe dovuto essere una nuova esperienza accademica in un’esperienza dolorosa. Roth, intanto, continuava a scriverle.
La incoraggiava a non abbandonare la scrittura. Le raccontava anche il proprio spaesamento giovanile, quando aveva lasciato i luoghi familiari per andare a studiare a Chicago. Scrivere, sembrava suggerirle, poteva diventare una forma di radicamento quando tutto il resto appariva instabile.
Ma le cose peggiorarono. La giovane donna tornò a Filadelfia e venne ricoverata nel reparto psichiatrico dell’ospedale dell’University of Pennsylvania. Ed è proprio qui che il Roth privato emerge con maggiore forza.
Lo scrittore del Lamento di Portnoy, l’autore scandaloso che i genitori della ragazza guardavano con sospetto senza averlo mai letto, si presentò in ospedale per farle visita. Rimase con lei a lungo. Nessuna posa letteraria, nessun atteggiamento da celebrità: semplicemente un amico venuto a fare compagnia a una persona che soffriva.
Il rapporto continuò attraverso le lettere. Roth le spediva libri, piccoli doni, parole di incoraggiamento. La invitava alle sue lezioni e continuava a ricordarle che desiderava rivederla. Nei momenti in cui lei si percepiva ormai come l’ombra della persona che era stata, lui continuava invece a riconoscerla.
Seguirono anni ancora più tormentati, segnati da crisi, ricoveri e comportamenti autodistruttivi. Anche allora Roth rimase una delle poche presenze capaci di parlare senza giudicare. Non minimizzava il dolore, ma rifiutava di trasformarlo in una condanna morale.
Quando la situazione diventò ancora più grave, la esortò a cercare cure adeguate e un ricovero più lungo. E quando si rese conto che le loro lettere rischiavano di trasformarsi in un interminabile resoconto della sofferenza, ebbe un’intuizione tipicamente rothiana: inventò una sorta di università clandestina a distanza, la “Underground University”.
Il progetto era semplicissimo. Lui avrebbe scelto dei libri; lei li avrebbe letti e gli avrebbe inviato le proprie riflessioni; Roth avrebbe risposto discutendole. Il primo testo scelto fu Reparto cancro di Aleksandr Solženicyn. Non proprio una lettura consolatoria. Ma forse era proprio questo il punto: la letteratura non doveva necessariamente distrarre dal dolore; poteva aiutare ad attraversarlo.
L’esperimento ebbe vita breve. Lei divorò il romanzo e gli spedì pagine e pagine di osservazioni scritte con una grafia talmente minuta che Roth confessò ironicamente di non riuscire quasi a leggerle. La gloriosa “Underground University” terminò così prematuramente.
La vita, invece, continuò.
Dopo altri anni difficili arrivarono finalmente le cure giuste, una psichiatra capace di accompagnarla con pazienza e intelligenza, e poi l’incontro con l’uomo che sarebbe diventato suo marito. La donna che per tanto tempo aveva creduto di non riuscire più a trovare un posto nel mondo costruì infine una vita diversa. Si trasferì in Svizzera, continuò a scrivere poesie e ritrovò quella possibilità di vivere che negli anni più bui era sembrata irraggiungibile.
Con Philip Roth, però, i contatti si erano ormai interrotti.
Molte volte pensò di scrivergli. Avrebbe voluto raccontargli che alla fine ce l’aveva fatta. Avrebbe voluto dirgli che quella ragazza alla quale aveva scritto, mandato libri, fatto visita in ospedale e assegnato romanzi nella loro improbabile università clandestina era finalmente “tornata”.
Non lo fece. Temeva di disturbarlo, forse ricordando con imbarazzo la quantità sterminata di lettere che gli aveva inviato durante gli anni della crisi.
Quando Roth morì, tornò a quelle lettere.
Rileggendole, comprese ancora una volta che dietro il grande scrittore, dietro l’autore controverso e l’uomo dalla fama difficile, era esistito per lei soprattutto un amico. Un uomo che, quando quasi tutti vedevano una persona problematica, aveva continuato a vedere una persona.
Avrebbe voluto ringraziarlo.
Questa volta, però, era troppo tardi.
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per BookAvenue, Valeria Belledi
Jill Haber Pallone è una scrittrice che vive a Lugano, in Svizzera, con il marito, Robert Pallone. Si è laureata alla Penn e ha avuto celebri insegnanti come il poeta William Jay Smith e Philip Roth, con il quale ha mantenuto un’amicizia per tutta la vita. Il suo libro di poesie, I Am Not Myself Today , è stato pubblicato nel 2019. Il suo sito è : www.jillpallonepoetry.com

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