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Martedì, 23 Luglio 2013 08:56

Premio Campiello. La scomparsa dello scrittore Ugo Riccarelli

Scritto da redazione

Il suo ultimo romanzo L’amore graffia il mondo, pubblicato da Mondadori, è tra i cinque finalisti del Premio Campiello 2013; ha vinto il premio Strega nel 2004 con "Il dolore perfetto" e ora potrebbe vincere in maniera postuma il 51mo del premio letterario più celebrato del nostro Paese. Lo scrittore Ugo Riccarelli è morto domenica sera, in un ospedale di Roma dove era ricoverato da tempo. Riccarelli aveva subìto un trapianto di cuore e polmoni tempo fa' in Inghilterra. La giuria del celebre premio ha deciso di onorare la memoria confermando - secondo regolamento - la sua presenza nella cinquina dei finalisti. "La Fondazione Il Campiello e il Comitato di Gestione del Premio - si legge in una nota stampa - esprimono profondo cordoglio per la morte di Ugo Riccarelli, scrittore tra i più originali e profondi della narrativa italiana contemporanea". >>

"Siamo vivamente colpiti dalla scomparsa di Ugo Riccarelli, che aveva partecipato a Roma, appena martedì 9 luglio scorso, a uno degli Incontri con gli Autori promossi dal Campiello - ha aggiunto Piero Luxardo -. Con Riccarelli scompare una significativa figura del panorama letterario italiano, uno scrittore appassionato di storie, sentimenti ed umanità". Con "L'amore graffia il mondo" (Mondadori), selezionato dalla Giuria dei Letterati del Premio, Riccarelli concorre alla 51^ edizione del Premio Campiello assieme a "La caduta (Nutrimenti)" di Giovanni Cocco, "Geologia di un padre" (Einaudi) di Valerio Magrelli, "Tentativi di botanica degli affetti" (Bompiani) di Beatrice Masini e "L'ultimo ballo di Charlot" (Sellerio) di Fabio Stassi. "Desidero inoltre sottolineare - conclude Luxardo - che, come da regolamento, il libro rimane in concorso. Il regolamento del Premio Campiello non prevede infatti che il libro venga ritirato. E' l'opera narrativa, non l'autore, che sottoponiamo alla Giuria dei 300 Lettori, e la Giuria saprà scegliere quella migliore".

Nel 1995 ha pubblicato con Feltrinelli il suo primo libro, Le scarpe appese al cuore (Mondadori 2002) al quale sono seguiti Un uomo che forse si chiamava Schulz (Piemme 1998) premiato con il Selezione Campiello 1998 e, nella traduzione francese, con il Prix Wizo 2001, Stramonio (Piemme 2000 e Einaudi 2009), Il dolore perfetto (Mondadori 2004) vincitore del Premio Strega 2004 e, nella traduzione spagnola, del Campiello Europeo nel 2006; Un mare di nulla (Mondadori 2006), Comallamore (Mondadori 2009), Ricucire la vita (Piemme 2011) e L’amore graffia il mondo (Mondadori 2012), oltre alle raccolte di racconti L’Angelo di Coppi (Mondadori 2002), Pensieri crudeli (Perrone 2006) e Diletto (Voland 2009). Nel 2010 ha scritto assieme a Marco Baliani La Repubblica di un solo giorno, testo dedicato alla stupenda storia della Repubblica Romana del 1849, messo in scena dallo stesso Baliani e uscito anche sotto forma di romanzo per Mondadori nel 2011.

il libro

di Giulia Mozzato

Il primo strillo di Signorina alla sua nascita "non fu, come ebbero a credere i presenti, il grido rituale di un essere offeso dall’obbligo di nascere, ma l’espressione di disappunto per l’urlo della locomotiva, che da quel momento l’avrebbe inquietata per tutta la vita". Figlia di ferroviere, Signorina doveva il suo strano nome proprio a un treno, quel treno che le fece capire immediatamente che venire al mondo non era tutto rose e fiori. Del resto la famiglia, umile ma dignitosa, in cui era nata non poteva darle molto. Due fratellastri (figli della prima moglie del padre morte da parto) Leone e Ada, e due fratelli Severo e Olmo, l'avevano anticipata affacciandosi alla vita prima di lei. Vivevano tutti nella casa in mezzo ai binari della piccola stazione costruita per servire soprattutto le vicine terme "quando queste erano diventate la meta preferita di un onorevole lombardo gottoso e biliare.

Le acque puzzolenti del Belvedere fin dai tempi dei Romani avevano fama di toccasana per quei tipi di disturbi, anche se forse i miglioramenti dei villeggianti erano soprattutto dovuti alla buona cucina, alle camminate e a un regime di vita più tranquillo rispetto alle loro abitudini". Ma nel tempo quella stazioncina era diventata snodo importante verso il mare, mentre il padre di Signorina faceva un po' di carriera, troncata in seguito da una scelta d'orgoglio. Un padre ingombrante come abitualmente lo erano quei padri (siamo negli anni immediatamente antecedenti alla seconda guerra mondiale) un padre-padrone non violento, ma misogino e incapace di comprendere come una bambina così sensibile e intelligente meritasse qualcosa di più nella vita di un semplice diploma elementare. "Signorina ha quanto le serve per essere una buona moglie. Si sposerà, avrà dei figli, penserà a loro e al marito": ecco la condanna inflitta dal padre alla figlia, inutilmente difesa dalla maestra - "Signorina ha qualità per fare buone cose. Ha l’oro nelle mani e una fantasia che è un delitto soffocare". E neppure in punto di morte riuscirà a chiedere scusa alla figlia per quella scelta imposta.

La madre? "La Maria non sapeva né leggere né scrivere e di quelle attività aveva un concetto sospettoso e persino peccaminoso. Le ore, il tempo, tutte le giornate che, incollate insieme, componevano la vita, per lei non erano altro che un susseguirsi di atti necessari". Signorina cresce in questo mondo. Aiuterà la sorella Ada, dopo il suo matrimonio sbagliato; andrà "a bottega" per diventare una grande sarta (un lavoro, a detta del padre, "perfetto per una femmina"); resterà a casa coi genitori durante la guerra mentre tutti i fratelli combatteranno sui vari fronti aperti; vedrà distrutto il suo piccolo mondo antico ("le bombe che cadevano dal cielo se ne infischiavano dei giochi dei bambini e dei balli, del muretto vicino alla chiesa, della discesa prima del canale e dei tavolini di metallo del caffè, non gli importava nulla della chiesa e del municipio, del macellaio, del panettiere, della rotonda dove si fermava la corriera che andava e veniva dal Belvedere, perché stavano facendo a pezzi la stazione e i binari e la sartoria che adesso aveva i muri aperti come una vecchia ciabatta"); riaprirà la sartoria dopo la guerra; si sposerà e andrà a vivere altrove con un figlio da crescere bene. Riccarelli descrive tutto ciò con un linguaggio contemporaneo, ma verista. Sradica gli elementi più tradizionali facendoli rivivere nel contesto nuovo di una società in crisi, ma anche in grande cambiamento. Non perde di vista tutti i suoi protagonisti, anche se li abbandona per qualche pagina.

La famiglia e il suo piccolo mondo restano al centro del racconto, corale e individuale al tempo stesso. Le tragedie si alternano con equilibro alle buone notizie, come in ogni normale esistenza. E adesso che noi sappiamo cosa la vita ha riservato allo scrittore, sappiamo anche perché ha scelto di creare un personaggio, Ivo, il figlio di Signorina, segnato da un particolare destino che lo avvicina al suo creatore. L'esistenza è fatta di bene e male, di sollievi e difficoltà, di speranza e di delusioni. L'amore graffia il mondo, ma il mondo ha sempre la meglio. «"L’amore graffia il mondo" è un romanzo - scrive Riccarelli alla fine -. Personaggi, luoghi, situazioni che a qualche lettore potessero sembrare veri o accaduti sono solo il frutto di una sintesi letteraria tra realtà e fantasia, di quella particolare capacità che appunto la letteratura possiede di fornire una verità altra raccontando storie. In altre parole, come ha scritto Antonio Tabucchi, al cui ricordo questo libro è dedicato, raccontando menzogne.»

(wuz.it)

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