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Lunedì, 23 Settembre 2013 13:19

Alberto Bevilacqua e io

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E' difficile scrivere il sentimento di duplicità tra mancanza affettiva personale e la perdita che in genere provoca, in specie per chi è del mestiere,  la notizia della scomparsa di un grande italiano come è stato Alberto Bevilacqua. Io gli ho voluto un bene di figlio: l'ho amato senza chiedere niente in cambio e ricevendone altrettanto amore.

La mia, è stata una amicizia ereditata dai miei genitori. Loro, lo avevano incontrato alle terme di non so dove. I due uomini si ritrovarono tra i vapori di una sauna e il breve dialogo, che segue, è divertente:
l'uno chiese all'altro: che lavoro fai?, 
-il pescivendolo,
rispose, e tu?, chiese di rimando:
-lo scrittore, disse.
-Ma si guadagna?, chiese il pescivendolo che non capiva come si facesse a campare di scrittura e parole.
Lui glielo spiegò e, da quel momento, diventarono amici. Non stretti, intendiamoci, ma amici. Di quelli che chiami alle ricorrenze per gli auguri e ogni tanto per sapere come va. Ed è nel 1988 con l'uscita di Una misteriosa felicità che venne a Bari, cosi che il pescivendolo presentò il famoso scrittore al figlio, giovane direttore di una nuova grande libreria.

Il sodalizio è di allora. E sono stati tutti anni formidabili. Con il mio arrivo a Roma l'amicizia ha trovato anche i luoghi degli affetti. Ed erano sere semplici, fatte di un piatto di pasta e di parole. Ho sempre avuto una gran fame di apprendere e Lui, paziente, mi ha guidato come un Virgilio alla scoperta dei suoi autori più amati: Celine prima di altri. Mi ha insegnato a leggere Borges e Savinio, rimproverandomi sempre di non aver completato la mia conoscenza dei russi. Mi ha interrogato ogni volta. Mai sazio, mi ha fatto leggere di tutto e per questo, gliene sarò grato sempre.

Ho amato il suo rigore di scrittore. Come un qualsiasi altro lavoratore si alzava all'alba per un caffè e poi, con il sigaro in bocca, seduto alla scrivania a preparare la giornata. E con calma, dopo l'esercizio di raccolta delle idee, la scrittura. A mano, il più delle volte, o alla macchina da scrivere Olivetti, quella con i tasti neri, meccanica, che si fa fatica a trovare - anche dai rigattieri - il rollino inchiostrato. Quando lo si trova, è quasi una festa. Chi usa più queste cose? Quante volte in Mondadori ha battuto i pugni sul tavolo; e la Mondadori lo ha amato e sostenuto. Lo ha posto, da tempo, nei Meridiani, la collana che celebra solo la grandezza di pochi.  In Casa Editrice lo abbiamo amato tutti: dal primo all'ultimo perchè, il nostro, è un mestiere di destini incrociati. Il suo nome è finito più di una volta nelle relazioni di bilancio: i suoi libri hanno dato una mano ai conti, infatti, in più di un occasione.

Alberto Bevilacqua è stato un grande italiano. Molto presente nella vita pubblica, grande tifoso di calcio e polemista oltremodo, fino alla verbosità. La politica è sorda, si sà; farebbe bene a riannodare i fili e ascoltare i propri intellettuali come invece ha smesso di fare: sono loro che indicano la strada.
E' di qualche anno fa, molti ricorderanno, la vicenda a proposito del "mostro di firenze"; ad avanzare l'ipotesi che non fosse uno solo ma molti mostri, fu lui. E fu una intuizione intellettuale.
Il pre-giudizio di una magistratura incapace di vedere un pò più in là, si scontrò con il buon senso e la lucidità con cui lo scrittore offriva nuove ipotesi investigative, finendo invece nel tritacarne delle polemiche che seguirono. La poetessa (?) Maria Ragni indicò Bevilacqua come il mostro di Firenze. Si finì in tribunale con lo scrittore che accusò la poetessa e la giornalista Gabriella Carlizzi che le fece l'intervista di calunnia ma la cosa finì lì. Bevilacqua ne uscì a pezzi; fu un periodo difficile e doloroso. Ricordai in pubblico questa cosa una sera, durante una presentazione di Lui che ti tradiva: Alberto mi volle con lui.

Lo scrittore ha fatto i conti con il suo dolore più grande solo con l'età adulta.  Lo ha affrontato con due libri: Tu che mi ascolti e, già citato, Lui che ti tradiva. Dopo, ne è uscito un uomo emancipato anche da se stesso. E' la storia della sua famiglia. E' la storia di sua madre. Ho visto quella donna anziana in foto a fianco di Michela.
Chissà se Amelia Bacchini, la nonna di Alberto Bevilacqua, con i suoi poteri sovrannaturali, avesse già percepito che quel bambino, che fu Lui, troppo intelligente, quel nipote che considerava il figlio a cui lasciare il proprio testamento spirituale, sarebbe diventato uno tra gli scrittori e  poeti contemporanei più letti e amati. Chissà se avesse già intuito che l'Alberto che portava al cinema a vedere i film di Charlotte, Stanlio e Ollio, Buster Keaton, sarebbe diventato un regista cinematografico capace di riscuotere successi internazionali con film come La Califfa, da un capolavoro di romanzo civile come il libro che scrisse. Ho visto con Michela le foto di quel bambino che fu Alberto: è ritratto con la sua classe ed è giovanissimo. Molto bello, i capelli chiari, ha lo sguardo accigliato, serio già allora. Alberto Bevilacqua non ha avuto tempo di essere ragazzo; chi conosce la sua storia lo sà. 
La commozione è stata tanta.

I suoi nuovi libri li ho sempre avuti in foglio prima di tutti e ogni volta è stato un'esercizio da togliere il fiato.  Mi chiedeva di leggere con distacco e scrivere le note al lato del foglio. Mai sopra, mai sotto: lo spazio era suo per altre note prima della stesura definitiva.  Una volta ebbi qualche perplessità su una pagina che conteneva una scena, per me, discutibile. Non ebbi il coraggio di affrontarlo ma chiamai l'Editore. Non mi fece finire: aveva la stessa, la sola, obiezione al libro; gli chiesi di parlargli. Il libro uscì senza nessun taglio. L'Autore aveva difeso il suo lavoro con mano ferma. Quando finiva di scrivere, usciva spossato, esausto; come se ogni nuovo libro togliesse la scorta delle parole a disposizione. Smetteva di parlare per settimane. E poi l'ansia, l'attesa del riscontro dei lettori prima che dei critici, le notizie sulle vendite dalle librerie. Sempre in testa alla fila, raccoglievo i commenti e le notizie dai miei colleghi; sollecitando lo sforzo di tutti alla rinnovata missione di vendita del "nostro" Autore..

E a questo proposito: siamo stati una coppia irresistibile. Ogni settimana prima Natale l'abbiamo passata insieme in libreria. Io ad invitare i lettori, lui ad accoglierli alla poltrona per due chiacchiere e una firma al suo ultimo libro, ma anche agli altri suoi libri. Non ha mai troppo amato le presentazioni. Aveva una voglia inesausta di abbracciare uno ad uno chi gli pagava lo stipendio, diceva. E così,  abbiamo venduto libri a centinaia. Una copia per volta, un lettore alla volta.

Dei suoi, ho amato La Califfa: uno dei romanzi civili più belli che la letteratura del secondo dopoguerra abbia regalato ai suoi lettori e il Gengis che, per chi non lo sapesse, rappresenta il potente di oggi, l’uomo che ha e vuole tutto. Qualcuno nel leggerlo vi ha trovato i tratti di Silvio Berlusconi e forse è così. 
La pastorale dedicata alla sua famiglia nei due libri citati prima. Il suo primo libro che Einaudi ha pubblicato qualche anno fa: La polvere sull'erba, un libro amato da Sciascia e Pasolini e rimasto inedito fino al 2000 perchè troppo scottante per un Paese che non ha mai saputo fare i conti con la tragedia della sua guerra più intima: quella contro se stessa. Poi c'è, Misteriosa felicità: un libro cui devo un debito di riconoscenza, un libro magnifico.

Qualcuno, qualche critico, un giorno, scriverà di Alberto perchè ora abbiamo consegnato la sua opera alla storia della nostra letteratura recente.  Tocca a loro e questo è, sarà, il loro mestiere. 
Chi lo ha amato, invece, consegna il proprio affetto ai ricordi più cari, quelli che scaldano e commuovono. Oggi lo piango e la sua mancanza è dolorosamente intollerabile. Ma è il poeta, quello che mi mancherà più di tutto. Quello delle sillogi che portano il nome de "La camera segreta", salutato da gente importante come Testori, Miguel Asturias, Salinari, come un grandissimo libro. Le ho lette e rilette quelle parole. Una ad una. Forse, è il posto più intimo, più segreto, più privato di Alberto Bevilacqua che ho mai visitato. Un libro enorme nella brevità delle sue pagine.

Cosa rimane di Alberto Bevilacqua? Il Suo lascito alla nostra letteratura è enorme. A me rimane l'affetto di Michela della cui amicizia fraterna mi onoro. Mi rimangono le sue parole, i suoi consigli. Rimane l'amore e la gratitudine di figlio e di amico.

Grazie, Alberto.

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