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Domenica, 22 Agosto 2010 11:52

Straniero alla mia storia.

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Aatish Taseer è cresciuto da laico, in una India pluralista.
Questa affermazione, che più di tale, sembra il manifesto di un programma politico, spiega il resto di quest'articolo se avrete la pazienza di leggerlo.
E vi conviene secondo me, perchè sto parlando di una delle più belle esperienze di lettura che ho fatto quest'anno.
Il libro è: Strange to history. A Son's journay through Islamic Lands (tr.Einaudi, Straniero alla mia storia Il viaggio di un figlio attraverso le terre dell'islam)

Le prime influenze che hanno formato l'autore, inclusa quella di sua madre vicina al Sikhismo, sono stati: un collegio cristiano, e i cartoni animati di He-Man. Dietro questa fantasiosa abbondanza culturale, però, c'era un'assenza: quella di suo padre separato (già sposato e con un altra famiglia), il politico pakistano Salmaan Taseer.
Straniero alla mia storia è in definitiva quello che è già scritto nel sottotitolo in copertina: il viaggio del figlio verso il mondo del padre. Ma anche verso il padre stesso.
Ma andiamo con ordine.

Taseer jr è nato dall'incontro della madre giornalista-inviata indiana e l'uomo politico pakistano. Taseer jr descrive l'imbarazzo, la frustrazione e l'occasionale gioia di incontrare suo padre e i suoi fratellastri, sapendo pure di rivolgersi ad una identità nazionale, quella del Pakistan, e culturale che lo esclude dolorosamente.
Londinese di nascita, formatosi nelle migliori scuole, è giornalista free lance per il Time e, all'indomani delle tragiche stragi alla stazione metro di King Cross come pure in altri luoghi di Londra, ad opera di musulmani con passaporto britannico come la cronaca ricorderà successivamente, scrive un resoconto di quanto accaduto arricchito da un'analisi frutto di un'indagine presso i musulmani transnazionali di Beeston-Londra. Di qui una lettera molto dura del padre noto per la propria laicità e apertura che lo rimprovera di non rendere un buon servizio all'"Islam culturale" e di non fare un buon servizio per il suo paese d'origine.

Intraprende, così, un viaggio da Istanbul alla Mecca fino all'Iran e al Pakistan, dentro la realtà islamica attuale, alla ricerca di risposte ai quesiti che lo assillano: che cosa vuol dire essere musulmani? perché i musulmani si sentono così minacciati dalla modernità?... Il giornalista anglo-indiano percorre le strade nelle terre dell'Islam fino alla casa di suo padre a Lahore, alla ricerca di un'identità che gli è estranea e nello stesso tempo gli scorre nelle vene. Sulla strada di questo doppio viaggio, tra sentimenti e cronaca, Taseer osserva il grave disordine della fede e la distanza che la politica ha messo tra le liturgie proprie del credere e l'imbarbarimento della vita sociale.

In Pakistan Taseer si concentra su diverse particolarità, e qui la sua scrittura è particolarmente bella.
Le sue descrizioni del mondo rurale Sindh come il proprietario terriero feudale tormentato che trova sulla strada verso la casa del padre a Lahore sono indimenticabili. Raffigurando le case abbandonate dalla borghesia indù e il crollo dei santuari dove indù e musulmani hanno pregato insieme decenni prima, fa della separazione dei suoi genitori una immagine della rottura della "partizione": una delle due grandi pulizie etniche del 1947 i cui effetti sembrano esserci ancora per tutti.
Un'altra assenza, che il viaggio aiuta a spiegare, è la diversità dell'Islam. La religione, nelle sue varie manifestazioni, è stata un tempo "tutto un sistema di credenze completo con le idee della politica, il diritto e i codici comportamentali degli individui". Ciò che adesso osserva, e chi legge con l'autore, sia negli stati di polizia corrotti o nel "rivivere" i regimi islamici, è la perdita di tale vecchie società. La modernità islamica ha spesso portato una feroce omogeneizzazione della cultura e della fede. Taseer fa una diagnosi della perdita della tradizione e alcuni dei suoi sintomi - in realtà il libro è un lungo lamento di quanto è andato perduto.

Alcune riflessioni possono sembrare meno convincenti. Non sta certo a me spiegarle da lettore, trovo però un pò una forzatura dell'autore la sua visione occidentale dell'Islam i cui codici non sono del tutto spiegabili anche per un figlio di quelle terre: la ricerca più astratta dell'identità islamica del suo viaggio sembra essere un limite.

Più a est sulla sua ricerca dell' Islam transanazionale, Taseer sfiora le diversità che esistono ancora. L'arrabbiato e poco riflessivo islamismo che incontra in Siria è solo un aspetto della vita multiculturale del paese, e in nessun caso il solo aspetto della vita sociale e culturale di quel paese. Egli sembra presentare un quadro unidimensionale delle sue terre di transito, a volte al limite del paranoico. E' spesso "ricarburato" da ciò che sente, e salta a peggiori conclusioni. Ma che i siriani, gente che sa certamente come evitare i tabù politici, possa parlare di politica solo al chiuso della privacy di un automobile, sembra una forzatura anche per me e lontano dalla verità. Il Mufti siriano a cui è aggiudicato l'epiteto di "feroce", è una forzatura: Mufti Badr Hassoun è un liberale Sufi musulmano che ha condannato ripetutamente il terrorismo, il settarismo e ha sostenuto con forza le campagne contro l'omicidio "d'onore". E criticato ferocemente nel suo paese per le sue convinzioni.
Ironia della sorte, la prospettiva laica di Taseer trarrebbe beneficio da uno sguardo ulteriore verso quel mondo.

Tra gli incontri che l'autore compie a beneficio della sua ricerca si imbatte in personaggi che, certo, non lo aiutano a spiegare il mondo islamico: Un interlocutore in Iran spiega le cause della rivoluzione islamica un pò troppo sbrigativamente: "non avevamo niente di meglio da fare", dice. Ma di contro, è lo stesso paese in cui si vede non rinnovare il suo permesso di soggiorno a causa delle domande poste alle persone sbagliate. Il sistema di polizia che governa i gangli della vita della gente e di come l'autore ne fa le spese in prima persona, è la riprova delle grandi contraddizioni che esistono.
Come pure c'è, talvolta, un certa goffaggine a trovare per forza alcune definizioni del tipo: è un'ossessione il problema dei musulmani verso negazione della storia? Si sa qual'è l'atteggiamento diffuso da una parte dell'islamismo verso Israele e la Shoah. Ma è possibile separare le ragioni della nascita dello stato di Israele con la verità storica della tragedia occorsa al suo popolo? (Per capirci: il presidente iraniano a più volte negato l'una e l'altra).
Queste debolezze non aiutano il bisogno di sapere e o più semplicemente di conoscere l'Islam da parte di coloro che abitano a nord del Mediterraneo e non fanno del bene all'editoria conosciuta. Dopo tutto, scrittori come Pankaj Mishra e William Dalrymple o, il molto tradotto Housseni, offrono spunti molto più interessanti sull'impatto crudele della modernità sull'Islam tradizionale, ma il libro è decisamente più bello quando Taseer si concentra su ciò che conosce meglio: la cicatrici della storia nel subcontinente indiano, e le conseguenze che arrivano fino a lui in tutto il suo cuore.

Quando giunge al termine del suo viaggio, a Lahore, la notte dell'uccisione di Bénazir Bhutto, Taseer jr. racconta la storia della propria famiglia divisa e, come molti altri musulmani alla ricerca di un'identità, il suo destino di giovane intento nella difficile impresa di sbrogliare i fili della propria appartenenza culturale. E il Pakistan ha scelto con quel omicidio, l'essenza della religione che come tale incoraggia lo smantellamento delle forme esistenti della vita intellettuale fino al dettato costituzionale. L'urgenza della preghiera si sostituisce al panorama sociale facendo di esso una landa sconsolata priva di ogni pulsione.
Se le condizioni favorevoli alla fede debbano passare per l'iniquità dell'assenza di tutto il resto, come se da sola bastasse alle ragioni dell'esistere, è l'eterna domanda con cui continueremo ad interrogarci.

per BookAvenue, Michele Genchi

 

copertina

 

Aatish Taseer
Straniero alla mia storia
Viaggio di un figlio nelle terre dell'Islam
Einaudi

 

 

Riproponiamo l'articolo di Michele Genchi su questo bellissimo libro di Aatish Tasser pubblicato sul nostro sito in Agosto del 2010. Qualche tempo dopo Michele ebbe modo di scrivere ancora a riguardo, in particolare sulla questione siriana affrontata con lungimiranza - a ben vedere - dall'Autore. PM

ndr
La nazione che oggi è il Pakistan, è stata parte dell'India fino al 14 agosto 1947.
I primi proponenti l'indipendenza di una nazione musulmana iniziarono ad apparire al tempo dell'India coloniale britannica. Tra essi vi era lo scrittore e filosofo Allāma Muhammad Iqbal, che argomentava che una nazione separata per i musulmani era essenziale in un subcontinente altrimenti dominato dagli Indù. La causa trovò una guida in Mohammad Ali Jinnah, che divenne noto come Padre della nazione e riuscì a convincere i britannici a dividere la regione in due parti: il Pakistan, a maggioranza musulmana, e l'India, a maggioranza indù.
Dal 14 agosto 1947 fino al 1971, la nazione fu costituita dal Pakistan occidentale e dal Pakistan orientale, essenzialmente bengalino, i cui territori erano però separati dal Bengala indiano. Nel 1971 il Pakistan orientale si ribellò e, con l'aiuto di truppe indiane, divenne lo stato indipendente del Bangladesh, anche se l'India non concesse mai al suo Stato del Bengala di riunificarsi col Bangladesh. Dall'indipendenza, il Pakistan è anche sempre stato in disputa con l'India sul territorio del Kashmir, portato "in dote" dal suo sovrano hindu all'Unione Indiana, al momento della divisione del sub-continente, malgrado la netta prevalenza musulmana della popolazione che teoricamente avrebbe dovuto comportare l'adesione al Pakistan della regione.

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