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Domenica, 05 Settembre 2021 10:27

Ci si può fidare della scienza?

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È stato particolarmente interessante seguire l’ International Booker Prize di quest'anno poiché i libri selezionati adottano tutti un approccio creativo alla forma, al genere e alla narrativa nel raccontare le loro storie.  Non sono sorpreso, intendiamoci, il premio ha acquisito una tradizionale capacità di stupire anche i lettori più raffinati confermato con il giusto premio riconosciuto quest’anno al libro: At night all blood is black, del francese di nascita e senegalese di crescita, David Diop già vincitore, tra l’altri, del più importante premio letterario francese, il Goncourt, con Frère d'âme (tr. Fratelli d’anima, Neri Pozza 2019). Brevemente, la storia nel libro sconosciuta ai più, è quella dei senegalesi che combatterono per la Francia sul fronte occidentale durante la prima guerra mondiale. >>

 

La conferma ulteriore di una squisita selezione, a scorrere la cinquina finalista al premio, è "Quando cessiamo di capire il mondo" del cileno Benjamín Labatut, oggetto delle righe che seguono. Una lettura particolarmente originale che mescola in modo inventivo saggistica biografica e finzione per descrivere le scoperte fatte da diversi scienziati e matematici (maschi) del 21° secolo come Fritz Haber, Alexandre Grothendieck, Werner Heisenberg ed Erwin Schrödinger.  Dalla nascita del colore "Blu di Prussia", agli enigmi della meccanica quantistica, alle camere a gas dei campi di sterminio nazisti, passando per le terribili astrazioni della matematica, al cuore di un buco nero e, non ultimo, al silenzio sussurrante di Dio. “Sentieri”, come ha detto l'autore in un’intervista, “che portano a questi luoghi di meraviglia e disperazione e che fanno parte della storia dell’umanità”.

Le loro rivelazioni intellettuali hanno fatto progressi fondamentali nei loro campi di studio, hanno alterato la nostra percezione della realtà e hanno provocato innumerevoli cambiamenti nelle nostre vite in modi in cui spesso non pensiamo. Ma, come ogni progresso scientifico, questa conoscenza potrebbe essere utilizzata per conseguenze positive o negative come, per esempio, dall'alleviare la carestia al facilitare le uccisioni di massa in una scoperta sola. Anche la questione della relativa "bontà" di una tale scoperta è complicata perché, se il fertilizzante reso così prontamente disponibile porta alla sovrappopolazione del pianeta, è davvero da considerare un progresso positivo? A livello personale, queste scoperte hanno anche portato molti di questi intellettuali a vivere una crisi morale, spirituale o esistenziale. Sono stati così sopraffatti dalle conseguenze di ciò che hanno scoperto che alcuni hanno voltato le spalle alla società per diventare solitari e/o hanno cercato attivamente di impedire che le loro scoperte venissero utilizzate.

Una testimonianza diretta di questo dubbio è descritta nella domanda che si pone Grothendieck, uno dei più grandi del XX secolo, che si chiede ansiosamente quali nuovi orrori sarebbero scaturiti dalla comprensione totale che cercava? Labatut drammatizza i dettagli della vita di questi uomini concentrandosi sul tributo che tale genio e conoscenza prende sull'individuo. Non attenendosi al fatto biografico in sé, l'autore arriva alla verità emotiva dei dilemmi che accompagnano tale “progresso” intellettuale. Labatut, rende questi racconti separati, e talvolta sovrapposti o inscatolati come in una Matrioska, leggibili in modo compulsivo. Tuttavia, certi abbellimenti narrativi dell’autore possono diventare un po' troppo fantasiosi, dove questi scienziati si consumano con compulsioni sessuali o allucinazioni indotte dalla droga. Capisco che la mania che accompagna il genio può anche essere sentita, e spesso coincidere, con tali esperienze estreme ma è quasi lo stesso anche quando Labatut plasma la narrazione in una storia la cui necessità di un arco poetico supera la materia della realtà.

Proprio come l'affascinante libro “Il cigno nero” che alterato il mio modo di pensare alla casualità di certe tragedie, il libro ugualmente riflessivo di Labatut mi ha fatto riconsiderare il valore della conoscenza. Spesso sentiamo che se possiamo comprendere scientificamente ogni aspetto dell'ignoto saremo in grado di controllare le nostre vite e il mondo che ci circonda. Ma esistere coinvolge tanti fattori caotici e tante sono le sfaccettature della realtà che rimarranno di là della nostra comprensione. Labatut mostra con esempi estremi ma molto eloquenti come il passaggio a una conoscenza più completa della vita può facilmente portare alla follia come pure all'illuminazione.

Finisco. Ci si può fidare della scienza? Labatut, sollecita la riflessione con il racconto della casualità con cui si è arrivati a fare scoperte importantissime per la storia dell’uomo con alcune riflessioni di carattere filosofico e sociale.  Il sano distacco che innerva queste pagine permette all’autore di aprire la porta a una richiesta di fiducia del tutto razionale, concessa alla scienza come processo sociale e non solo agli scienziati come individui giacché tali.

Non abbiamo la risposta; nessuno, credo, l’abbia. La risposta al perché fidarsi della scienza si trova, forse, proprio in questa dimensione sociale, un fattore su cui si basa la valutazione critica dei risultati e delle loro interpretazioni e che funge da filtro per errori, o derive d’interessi personali ed economici. È possibile che una teoria scorretta superi comunque lo scrutinio sociale? Probabilmente sì, ma l’esperienza e l’osservazione su cui si fonda la storia della scienza suggeriscono che il procedimento, preso nel suo complesso, funziona con una costante e inesauribile indagine sospetta sempre che dietro ogni sua scoperta giaccia qualcosa di più profondo.

Per dire l’inesauribilità di sapere.

 

Per BookAvenue, Michele Genchi

 

L'Autore:

Benjamin Labatut è nato a Rotterdam nel 1980 ed è cresciuto tra L'Aia, Buenos Aires e Lima. Ha all’attivo due opere di narrativa prima del successo internazionale di When We Cease to Understand the World, che è il suo primo libro ad essere tradotto in inglese. Adelphi pubblicherà “La pietra della Follia” a breve.
Labatut vive con la sua famiglia a Santiago, in Cile.

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