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Miles DAvis. In a silent way

Podcast Unplugged. Storia di “In a Silent Way”

   Tempo di lettura: 8 minuti

Quando Miles Davis inventò il futuro in punta di piedi.

Alla fine degli anni Sessanta il jazz attraversa una stagione difficile. Le nuove generazioni ascoltano Hendrix, Cream, i Beatles, i Rolling Stones. Il rock è diventato il linguaggio della modernità, mentre il jazz rischia di apparire sempre più un’arte destinata agli intenditori.

Miles Davis percepisce prima di tutti questo cambiamento. Non vuole che il jazz si trasformi in un museo. Non gli interessa difendere una tradizione se quella tradizione smette di parlare al presente. Da anni ascolta James Brown, rimane affascinato dall’energia di Sly & The Family Stone, osserva con curiosità la libertà sonora di Jimi Hendrix. Non pensa di imitare il rock. Vuole assorbirne l’energia per portare il jazz oltre se stesso. È la stessa intuizione che aveva avuto Charlie Parker vent’anni prima con il bebop: quando un linguaggio rischia di cristallizzarsi, occorre inventarne un altro.

Ci sono dischi che cambiano il corso della musica facendo rumore. E poi ce ne sono altri che lo cambiano quasi senza farsi accorgere della propria presenza.

In a Silent Way, pubblicato il 30 luglio 1969, appartiene a questa seconda categoria. Non è un album che travolge l’ascoltatore con la forza di una rivoluzione dichiarata. Lo conquista lentamente, quasi sottovoce. Eppure, a distanza di oltre mezzo secolo, è impossibile immaginare la storia della musica contemporanea senza quelle trentotto minuti sospesi tra jazz, rock, musica ambient e improvvisazione.

Ci sono dischi che cambiano il corso della musica facendo riunore. E poi ce ne sono altri che lo cambiano quasi denza farsi accorgere della propria presenza.

È il disco con cui Miles Davis apre definitivamente il suo periodo elettrico. Ma definirlo semplicemente il primo grande album di jazz fusion significa ridurne la portata. In realtà In a Silent Way è il momento in cui il jazz smette di interrogarsi soltanto sul linguaggio e comincia a ripensare il modo stesso in cui la musica può essere costruita.

Il 18 febbraio 1969 Miles entra negli studi della Columbia di New York con una formazione che oggi fa impressione anche solo a leggerne i nomi: Wayne Shorter, Herbie Hancock, Chick Corea, Joe Zawinul, Dave Holland, Tony Williams e un giovane chitarrista inglese quasi sconosciuto, John McLaughlin. Più che una band, sembra una riunione di futuri giganti.

A McLaughlin Miles rivolge una delle indicazioni più celebri della storia del jazz: «Suona come se non sapessi suonare la chitarra». Non è una provocazione. È il manifesto della sua poetica. Davis vuole musicisti capaci di dimenticare ciò che sanno, di liberarsi dalle abitudini tecniche per cercare un suono nuovo.

Il cuore dell’album nasce da una composizione di Joe Zawinul, scritta durante una giornata di neve a Vienna. Miles ne conserva soltanto la melodia essenziale, la spoglia di ogni ridondanza e costruisce intorno ad essa uno spazio sonoro fatto di silenzi, respiri e improvvisazioni collettive. Il risultato è una musica che sembra non avere né un vero inizio né una vera fine: semplicemente accade.

Ma la vera rivoluzione avviene quando i musicisti lasciano lo studio.

Per la prima volta nella carriera di Davis, il disco viene costruito al tavolo di montaggio. Il produttore Teo Macero prende ore di improvvisazioni, taglia i nastri, sposta sezioni, ripete frammenti, elimina passaggi, ricompone l’intero materiale fino a ottenere due lunghe suite: Shhh/Peaceful e In a Silent Way/It’s About That Time. È una tecnica che oggi definiremmo editing, ma nel 1969 era un gesto quasi sacrilego per il jazz, genere che aveva sempre fatto dell’esecuzione dal vivo e della spontaneità il proprio fondamento.

In questo senso, In a Silent Way non è soltanto un album: è uno dei primi esempi in cui lo studio di registrazione diventa uno strumento musicale tanto importante quanto la tromba di Miles o il pianoforte elettrico di Hancock.

Un disco che nessuno aveva capito.

Quando arriva nei negozi, il 30 luglio 1969, molti critici lo accolgono con diffidenza. Troppo elettrico per gli appassionati del jazz. Troppo jazzistico per chi ascolta rock. Troppo lento per chi si aspetta virtuosismi. Troppo meditativo per chi cerca energia. È il destino delle opere che arrivano prima del loro tempo. Solo negli anni successivi diventa evidente quanto quel disco abbia cambiato la storia della musica. All’epoca molti critici storsero il naso. Accusarono Davis di tradire il jazz per inseguire il rock e il mercato. Non avevano capito che stava accadendo esattamente il contrario. Miles non stava rincorrendo il futuro: lo stava creando.

Senza In a Silent Way probabilmente non esisterebbero i Weather Report di Zawinul e Shorter, la Mahavishnu Orchestra di McLaughlin, una parte fondamentale del rock progressivo degli anni Settanta e, più avanti, molta della musica ambient di Brian Eno. Persino il modo in cui oggi concepiamo la produzione in studio — il montaggio, il loop, la costruzione del brano in post-produzione — trova in questo disco uno dei suoi antenati più illustri.

Senza In a Silent Way il Paradiso non sarebbe lo stesso.

L’anno successivo arriverà Bitches Brew, più lungo, più aggressivo, più famoso. Ma la vera svolta era già avvenuta. Bitches Brew è l’esplosione. In a Silent Way è la scintilla.

Ed è forse proprio questo il suo fascino più grande. Miles Davis non cambia la storia della musica alzando la voce. La cambia, come suggerisce il titolo, in silenzio.

Per ascoltarlo oggi.

Non aspettatevi un disco che vi venga incontro. In a Silent Way chiede l’opposto: che siate voi ad avvicinarvi a lui.

Ascoltatelo possibilmente in cuffia, dall’inizio alla fine, senza interruzioni. Non cercate il virtuosismo, perché Miles Davis lo nasconde. Non aspettatevi assoli spettacolari: qui il protagonista è il suono d’insieme, il respiro collettivo della musica.

Lasciate che il tempo rallenti. Noterete come ogni strumento entri quasi senza chiedere il permesso, come le tastiere si sovrappongano senza invadersi, come la tromba di Miles non domini mai il gruppo ma lo accompagni, suggerendo più che affermando.

Se conoscete già Bitches Brew, fate uno sforzo: dimenticatelo per quaranta minuti. In a Silent Way non è il fratello minore di quel capolavoro. È il luogo in cui tutto ha avuto inizio.

E forse, al termine dell’ascolto, vi sorprenderete a fare una scoperta. Il silenzio evocato dal titolo non è assenza di suono. È lo spazio che la musica lascia dentro di noi quando ha finito di parlare.


Da ascoltare subito dopo

Bitches Brew (1970) – per capire dove quella rivoluzione diventa esplosione.
Weather Report – Sweetnighter (1973) – l’eredità di Joe Zawinul.
Brian Eno – Music for Airports (1978) – quando il silenzio diventa paesaggio sonoro.
John McLaughlin – Extrapolation (1969) – il chitarrista che Miles volle “come se non sapesse suonare”.

Non è una playlist. È un percorso culturale. Vi invito a proseguire il viaggio, che è esattamente ciò che dovrebbe fare uno spin-off di una rubrica come questa: non limitarsi a recensire un’opera, ma aprire una porta su un mondo.

Per BookAvenue, Francesca Schirone

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