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La svolta accessibile dei Weather Report
Per gran parte della loro prima fase di carriera, i Weather Report sono stati considerati l’emblema di una jazz fusion cerebralmente complessa, raffinata fino al limite dell’intransigenza. Fin dalla loro fondazione, il tastierista Joe Zawinul, il sassofonista Wayne Shorter e i loro compagni d’avventura avevano impostato la propria cifra stilistica su una perizia tecnica impeccabile, stratificazioni sonore ardite e metodi improvvisativi di grande ampiezza.
Tuttavia, per quanto sontuose ed entusiasmanti fossero le loro esibizioni dal vivo e le loro incisioni in studio, apprezzare appieno quella musica richiedeva all’ascoltatore un impegno quasi accademico. Tra strutture sghembe, sonorità non convenzionali e una ricerca ostinata dell’originalità a ogni costo, gli album del gruppo rischiavano spesso di alienare il pubblico. Invece di potersi semplicemente abbandonare al flusso delle note, chi ascoltava si trovava costretto a decifrare il “concetto” matematico o concettuale nascosto dietro ogni eccentricità. Un’esperienza indubbiamente stimolante, ma talvolta faticosa.
È con lavori come Sweetnighter e Mysterious Traveller che si intuiscono i primi segnali di un cambio di rotta: la band comincia ad affascinarsi alle armonie orecchiabili e ai ritmi del funk. Ma è nel 1976, con la pubblicazione di Black Market, che i Weather Report compiono il vero salto di qualità, compiendo il gesto più coraggioso per un gruppo progressive e avanguardista: imparare a lasciarsi andare.
In Black Market, i Weather Report mettono per la prima volta l’ascoltatore al centro dell’esperienza musicale. Se nel precedente Tale Spinnin’ la band aveva continuato ad accumulare complessità incorporando strumentazioni africane ed orientali nel proprio arsenale fusion, in questo lavoro sceglie deliberatamente la via della sintesi.
Tutte le ridondanze vengono tagliate. Non ci sono più assoli superflui né divagazioni autoreferenziali inserite solo per mostrare “quanto si è bravi”. Gli elementi centrali tornano a essere la sostanza del jazz e l’energia viscerale del funk, declinati con una lucidità e un’immediatezza compositiva inedite.
Paradossalmente, proprio perché la fusion è storicamente stereotipata come un genere fondato su virtuosismi e trame chilometriche, rinunciare all’ostentazione diventa il gesto più sperimentale e controtendenza che i Weather Report potessero compiere. Black Market si rivela così non un semplice “antipasto” al celeberrimo Heavy Weather (che uscirà l’anno successivo), ma un capolavoro autonomo, compiuto e perfettamente bilanciato.
Un viaggio geografico ed emotivo: Il paesaggio sonoro dell’album
La forza di Black Market risiede nella sua capacità di trasformare le tracce in veri e propri paesaggi esotici e tridimensionali. La band impara a padroneggiare l’uso dei suoni ambientali, una tecnica rara nel contesto jazzistico dell’epoca, trattando ogni brano come una destinazione di viaggio. “Black Market” (l’apertura): La title track si apre con i rumori di un mercato rionale e lancia subito un’ouverture solare e memorabile. Il dialogo tra il sintetizzatore arioso di Joe Zawinul, il basso pulsante di Alphonso Johnson e gli inserti acuti di Wayne Shorter crea uno degli arrangiamenti più iconici e accattivanti della storia della band. “Cannon Ball”: Un brano morbido, un soul cangiante, per meglio dare al termine un’espressione solare di Andrea Camilleri quando parla del mare da calmo ad agitato. È un’esplorazione delicata che evolve gradualmente tra l’esplosività psichedelica delle tastiere di Zawinul e il lavoro versatile del batterista Narada Michael Walden. “Gibraltar” è una traccia di ampio respiro che si apre letteralmente con il suono della sirena di una nave prima di immergere l’ascoltatore in una dialettica di conforto e conflitto. Qui la malinconia delle lunghe note si intreccia con interiezioni spigolose, sfumando sottilmente il confine tra i fiati di Wayne Shorter e i sintetizzatori di Zawinul.
“Elegant People” e “Three Clowns”: Quando Shorter prende le redini compositive, il ritmo rallenta verso una cadenza più elegante. Il sassofonista si allontana momentaneamente dalle spigolature fusion per riavvicinarsi a una sensibilità jazz più tradizionale e sentimentale, arricchita da percussioni vivaci e avvolgenti.
“Herandnu”, firmata da Alphonso Johnson, è la traccia di chiusura di un’opera agile, cosmica e raffinata. Una melodia inebriante che trasporta l’ascoltatore come “una foglia al vento” prima di atterrare nel cuore della narrazione musicale.
La staffetta leggendaria: Alphonso Johnson e l’esordio di Jaco Pastorius
Un altro elemento che rende Black Market un documento storico affascinante è il suo carattere di album di transizione sul piano della formazione. Il gruppo era costantemente segnato da cambi di line-up, specialmente nella sezione ritmica (che qui vede alternarsi alle “pelli” Chester Thompson, Don Alias e Narada Michael Walden). Ma è nel ruolo di bassista che si consuma una staffetta destinata a fare la storia. Spesso oscurato dalla fama del suo successore, Alphonso Johnson firma in questo album alcune delle sue migliori prestazioni di sempre. La sua presenza in “Gibraltar” ed “Herandnu” infonde un’intensità elettrizzante e un groove muscolare che costituiscono la vera spina dorsale del disco.
Black Market segna l’esordio con la band di colui che diventerà il bassista più celebrato e carismatico della fusion. Jaco Pastorius appare solo in due brani: in “Cannon Ball”, dove sceglie un profilo sobrio ed elegante al servizio del pezzo; e soprattutto in “Barbary Coast”, da lui composta. Anticipata dal fischio e dal rombo di un treno, “Barbary Coast” introduce ufficialmente il suo marchio di fabbrica: una linea di basso elastica, eufonica e pazzamente funky, condita da passaggi tecnici fulminei che dialogano con i clangori meccanici delle tastiere di Zawinul.
Conclusioni: Perché riascoltare Black Market oggi
Black Market dimostra come l’eccellenza tecnica e l’ambizione artistica non debbano necessariamente tradursi in un’esperienza d’ascolto ostica o cervellotica. Rifiutando le trappole dell’autocompiacimento virtuosistico, i Weather Report hanno saputo costruire un ponte perfetto tra la ricerca avanguardistica e la bellezza immediata delle melodie funk e jazz.
Senza mai rinunciare alla propria anima sperimentale, la band ha scelto di “lasciarsi andare” alla gioia pura del suono e del ritmo. Per chiunque desideri avvicinarsi al mondo della jazz fusion o alla discografia dei Weather Report, Black Market rimane ancora oggi la porta d’ingresso ideale: un viaggio esotico, accessibile e senza una singola nota sprecata.
I brani:
- Black Market (6:30)
- Cannon Ball (4:40)
- Gibraltar (7:49)
- Elegant People (5:03)
- Three Clowns (3:27)
- Barbary Coast (3:10)
- Herandnu (6:38)
Tracce bonus nella ristampa del cofanetto del 2014 “The Columbia Albums”:
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Il gruppo
- Joe Zawinul / pianoforte a coda Yamaha, pianoforte elettrico Rhodes, sintetizzatori polifonici ARP 2600 e Oberheim, orchestrazioni, co-produttore
- Wayne Shorter / sassofoni soprano e tenore, Computone Lyricon, co-produttore
- Alphonso Johnson / bassi (1,3-5,7)
- Jaco Pastorius / basso fretless (2,6,8-10)
- Narada Michael Walden / batteria (1,2)
- Chester Thompson / batteria (3-7)
- Don Elias / congas e percussioni (1,6)
- Alejandro “Alex” Acuña / congas, percussioni (2-5,7)
Con la collaborazione di:
- Manolo Badrena / percussioni (9)
- Wayne Shorter / sassofoni (9,10)
- Peter Erskine / batteria (10)
Cosa ascoltare dopo Black Market
Jaco Pastorius e il suo album omonimo (1976)
Weather Report – Sweetnighter,(1973) l’eredità di Joe Zawinul: imperdibile
“The Inner Mounting Flame” della Mahavishnu Orchestra (1971) con un giovanissimo John McLaughlin
Joe Henderson, Multiple (1973)
e perchè no, Pat Metheny Group, PMG (1978)
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per BookAvenue, Francesca Schirone
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