Podcast. Naná Vasconselos. Lo sciamano che ha insegnato al mondo ad ascoltare il Brasile

nana vasconselos
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Dieci anni senza Naná Vasconselos. Il 9 marzo 2016, all’ospedale Unimed di Recife, il silenzio ha preso il posto di uno dei battiti cardiaci più influenti della musica contemporanea. Naná Vasconcelos, percussionista, compositore e “architetto del suono”, se ne andava all’età di 71 anni, lasciando un vuoto incolmabile non solo nella cultura brasiliana, ma nell’intero firmamento del jazz e della world music. Nato nel 1944 nel Pernambuco, terra di maracatu e di sincretismi religiosi, Naná non è stato solo un musicista: è stato un ambasciatore dell’anima afro-brasiliana, capace di elevare strumenti considerati “poveri” a vette di complessità sinfonica.

Dalle Radici del Nordeste alle Avanguardie Globali

La carriera di Vasconcelos è un intreccio inestricabile di tradizione e sperimentazione. Dopo i primi passi a Recife e il trasferimento a Rio de Janeiro negli anni ’60 — dove collaborò con giganti come Gilberto Gil, Gal Costa e Milton Nascimento — la sua curiosità lo spinse oltre i confini nazionali. Fu l’incontro con il sassofonista Gato Barbieri a portarlo in Europa, ma è negli Stati Uniti che il suo nome divenne sinonimo di una rivoluzione ritmica.

Il segreto di Naná risiedeva nella sua capacità di far parlare gli oggetti. Non si limitava a percuotere; egli “abitava” lo strumento. Celebre è il suo lavoro sul berimbau, l’arco sonoro monocorda di origine angolana legato alla capoeira. Prima di lui, il berimbau era visto come uno strumento folcloristico, quasi un reperto antropologico. Nelle mani di Naná, è diventato una voce solista, uno strumento d’avanguardia capace di dialogare con i sintetizzatori di Ryuichi Sakamoto o con la chitarra cristallina di Pat Metheny.

Un Patrimonio Mondiale tra Jazz e Rock

Scorrere la lista delle sue collaborazioni è come leggere un’enciclopedia della musica del XX secolo. Da un lato, il sodalizio con Don Cherry e Colin Walcott nei Codona, un trio che ha ridefinito il concetto di improvvisazione globale, liberando potenziali ibridi che il jazz non aveva ancora osato esplorare. Dall’altro, la sua presenza discreta ma fondamentale nei dischi di icone pop e rock: Paul Simon, i Talking Heads di David Byrne, Brian Eno e persino i Penguin Cafe Orchestra.

L’Italia ha goduto di un rapporto speciale con Naná, grazie anche all’amicizia con il promoter Isio Saba. Le sue sessioni con Antonello Salis o gli scambi di “strumenti autocostruiti” con Peppe Consolmagno testimoniano una generosità artistica che non conosceva gerarchie. Che suonasse in uno stadio con Pino Daniele o in un piccolo club jazz, l’intensità era la medesima.

“Saudades” e l’Eredità della Bellezza

Se dovessimo scegliere un’opera per riassumere la sua poetica, l’album Saudades (ECM, 1979) resterebbe il punto di riferimento assoluto. In brani come la sublime “Ondas (No ólhos de Petronila)”, Vasconcelos utilizza il corpo, la voce e l’acqua per creare un paesaggio sonoro che sembra fluttuare tra il sogno e la realtà; o come “Luz de Candeeiro” con Vinicius Cantuaria (in coda all’articolo per l’ascolto). È musica che non si limita all’ascolto, ma richiede un’immersione sensoriale totale.

Oltre agli otto Grammy e ai numerosi riconoscimenti di Downbeat, il vero lascito di Naná risiede nella sua missione pedagogica e sociale. Tornato a vivere a Recife alla fine degli anni ’90, si è speso instancabilmente per la sua comunità, guidando ogni anno l’apertura del Carnevale di Recife con centinaia di percussionisti di maracatu.

L’allora ministro della cultura brasiliano, Juca Ferreira, lo salutò dicendo che Naná «ci ha insegnato ad ascoltare il Brasile». Ma l’insegnamento è andato oltre: ci ha insegnato che non esiste gerarchia tra una mandibola d’asino (queixada) e un pianoforte a coda, purché ci sia un’anima a farli vibrare. Naná Vasconcelos ha preso il battito del cuore della sua terra e lo ha reso il ritmo del mondo, trasformando la percussione in una forma di preghiera laica e universale. Oggi, quando ascoltiamo il vento tra le corde di un berimbau, sappiamo che è ancora lui a indicarci la strada verso quel “paese profondo” che chiamiamo musica.

per BookAvenue, Francy Schirone



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