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Mercoledì, 14 Settembre 2016 01:47

Harry Potter e la maledizione dell’erede

Scritto da Livia Rocchi

Harry Potter e la maledizione dell’erede

È  stato presentato e pubblicizzato come l’ottavo capitolo della saga di Harry Potter. Lo è davvero? Per certi versi sì, per altri no. Proviamo a capirlo con un ragionamento/recensione quasi rigorosamente spoiler-free >>

Perché sì:

 

-        Perché i fans appassionati e nostalgici ritrovano molti dei personaggi amati tra il 1997, anno in cui uscì “Harry Potter e la pietra filosofale”, e il 2007, anno in cui la saga si è conclusa. Ne troveranno molti più di quanto si potrebbe immaginare tenendo conto che la nuova storia inizia esattamente dove e quando era finita la prima, con Harry, Ginny, Ron e Hermione, che accompagnano i loro figli ormai cresciuti all’Espresso per Hogwarts. Certo non si può dire che l’espediente usato per realizzare questa magia, ossia il “viaggio nel tempo” sia una novità. Tuttavia non si può nemmeno pretendere  il totale abbandono di un tema che tanto ha donato a grandi capolavori della letteratura degli ultimi secoli, solo perché l’ha già usato Mark Twain in “A Connecticut Yankee in King Arthur's Court” nel 1889, o Charles Dickens in “A Christmas Carol” nel 1843... e indietro di questo passo. Altrimenti dovremmo anche pretendere di eliminare tutta la letteratura di viaggio dall’Odissea in poi perché “uomo-a-bordo-di-nave: già visto, grazie”. Quello che importa è se la scelta di fare uno o più salti indietro nel tempo sia interessante, motivata e sviluppata in maniera coerente con il resto della saga. In questo romanzo, a mio parere, sono soddisfatte le due prime condizioni. Per la terza… vi rimando ai “perché no”.

-        Perché c’è una delle peculiarità della Rowling che abbiamo tanto amato: la sua capacità di inserire un particolare o un personaggio apparentemente insignificante in un libro, per poi dargli qualche libro più in là altri particolari, altre sfaccettature, altre funzioni, motivazioni, emozioni. Una capacità molto sviluppata nell’autrice che tante volte ci hanno fatto esclamare: “WOW! Non avrei mai pensato che”. Anche se siamo molto lontani dai livelli di Piton o del topo Crosta, c’è di che stupirsi in più di un’occasione.

-        Perché ritroveremo temi profondi e potenti come l’amicizia, la complessità del rapporto genitori/figli, la morte, il pregiudizio, la necessità di affrontare e superare i propri limiti ma anche quella di mettere un freno all’ambizione e all’impulsività quando possono condurre a conseguenze catastrofiche. Ai lettori più appassionati capiterà anche la gioia inaspettata di trovare un momento di profonda risonanza tra il giovanissimo Harry davanti allo Specchio delle Brame, il maturo Draco Malfoy di questo testo teatrale e la Rowling stessa. Chi ci riesce avrà colto il senso e il motore dell’intera saga.

Perché no:

-        La saga di Harry Potter è composta da sette romanzi. La Rowling ha sempre detto di averne concepiti e pensati sette, e solo sette, fin da quando le è venuta l’idea per il primo, definendola con grande autoconsapevolezza “un idea piuttosto arrogante per un’esordiente”. “Harry Potter e la maledizione dell’erede” è lo script di una rappresentazione teatrale. Non è ragionevole aspettarsi che siano la stessa cosa, come non sono la stessa cosa un sottomarino e un elicottero. Un mezzo di trasporto è fatto per portare, lentamente, in profondità. L’altro garantisce la leggerezza e la velocità del volo. È importante esserne consapevoli: se pretendiamo di salire in aereo indossando le pinne, almeno cerchiamo di non accusare il pilota di non averci fatto nuotare tra i pesci tropicali (anzi, ringraziamolo!).

-        La saga è stata concepita, progettata e sviluppata da J.K. Rowling. “Harry Potter e la maledizione dell’erede” è scritto a sei mani dalla Rowling, il regista Jack Thorne e John Tiffany. Per forza di cose è per un terzo (anche meno) Rowling, per il resto fan fiction. E in certi momenti, nell’evoluzione a volte interessante ma inattesa, in un caso maldestra, in un caso decisamente improbabile dei personaggi, le quattro mani e le due anime estranee si sentono pesantemente.

-        È superfluo dire che un romanzo è autosufficiente, un copione no. Un’opera teatrale non è solo dialoghi e didascalie. È recitazione, voci, pause, espressioni, regia, costumi, scenografie, musiche, trucco, effetti speciali (in questo caso, dati i frequentissimi e spettacolari cambi di scena, quasi dei co-protagonisti, o forse i veri protagonisti della storia, quanto meno per “continuità di presenza”). Tutte cose che non ritroveremo minimamente aprendo “Harry Potter e la maledizione dell’erede”, come non ritroveremo il minuzioso, maniacale, stratosferico worldbuilding che ha reso unica e geniale l’opera della Rowling, capace di immergere totalmente il lettore nel mondo da lei creato prima che potesse dire “sospensione temporanea dell’incredulità”.

-        Voldemort… no dai! Già gli mancava il naso, ma adesso… non sta in piedi [più di così non posso anticipare: leggete e capirete].

Tirando le somme: vale la pena leggere “Harry Potter e la maledizione dell’erede”?

Se si vuole reimmergersi in un mondo meraviglioso che abbiamo tanto amato e che ci manca moltissimo, e che continuerà a mancarci alla fine di questa nuova storia: sì.

Se si vuole a tutti i costi l’ottavo romanzo della saga scritta dalla Rowling… fate voi. Ma ricordatevi che la nostra scrittrice preferita si è sempre espressa in maniera piuttosto netta contro tutti i pregiudizi.

Titolo: Harry Potter e la maledizione dell’erede – Parte 1 e 2

Autori: John Tiffany, Jack Thorne, J.K. Rowling

Editore: Salani

ISBN: 9788869187490

Pagine: 368

Età: 10/12 +

Prezzo indicativo: € 19,80

 

 

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