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Come l’IA trasforma il lavoratore dell’informazione in curatore della conoscenza

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Quando parliamo oggi di lavoro dell’informazione, non stiamo semplicemente discutendo di una trasformazione tecnologica. Stiamo interrogando un cambiamento molto più profondo: il modo in cui produciamo conoscenza, prendiamo decisioni e strutturiamo il potere.

Per lungo tempo, il lavoratore dell’informazione è stato concepito come un soggetto autonomo: raccoglieva dati, li analizzava e produceva contenuti. Oggi questa figura non scompare, ma cambia radicalmente. Siamo entrati in una fase in cui il lavoro cognitivo è sempre più il risultato di un’interazione tra esseri umani e sistemi intelligenti. L’intelligenza artificiale non è più un semplice strumento: è diventata un ambiente operativo, un interlocutore.
Una trasformazione concreta? Sono già evidenti alcune dimostrazioni dal lavoro quotidiano. Per capire la portata di questo cambiamento, possiamo partire da esempi concreti: dal giornalista al consulente, dalle organizzazioni complesse alla singola attività amministrativa e, non ultimo, dalla geopolitica all’utilizzo dell’AI come mezzo di disinformazione, fino alle distorsioni della guerra.

Pensiamo, dunque, al lavoro giornalistico. Oggi una parte significativa delle notizie economiche, politiche o sportive viene già generata automaticamente da sistemi AI, che elaborano dati e producono articoli in pochi secondi. Il giornalista non scompare e non scomparirà del tutto, ma si sposta verso altro: la verifica delle notizie, l’interpretazione che cerca di spiegare e, infine, la costruzione narrativa.
Oppure, pensiamo al mondo della consulenza: un analista oggi può utilizzare sistemi di intelligenza artificiale per sintetizzare centinaia di documenti in pochi minuti, generando report preliminari che prima richiedevano giorni di lavoro.
In entrambi i casi, il lavoro non è scomparso: è cambiata la sua natura epistemica.

Un nuovo ruolo, dunque: orchestrare i sistemi cognitivi. Questa evoluzione si può comprendere meglio se la sintetizziamo così: il lavoratore dell’informazione non produce più direttamente conoscenza, ma coordina i sistemi che la producono.

Ancora un esempio: nelle aziende globali, le riunioni vengono oggi trascritte automaticamente, sintetizzate e trasformate in liste di azioni. Il manager non prende più appunti: riceve una struttura già organizzata e deve, semmai, validarla, interpretarla per prendere decisioni. Questo è il passaggio decisivo: dalla produzione alla curation (mi si passi il termine tra cura e azione) e alla validazione della conoscenza.

La polarizzazione del lavoro è un dato reale; questa trasformazione genera anche tensioni concrete. Nel settore amministrativo, ad esempio, molte funzioni di back office vengono oggi automatizzate tramite l’AI e sistemi ERP avanzati. Compiti come l’inserimento dei dati, la gestione documentale, il reporting standard sono sempre più spesso eseguiti da macchine. Allo stesso tempo, cresce la domanda di lavoro di figure capaci di analizzare dati complessi, progettare sistemi informativi o integrare strumenti diversi.
Un esempio evidente è il boom delle figure ibride come i data analyst, gli AI specialist e gli esperti di governance; figure professionali che non esistevano nella stessa forma solo pochi anni fa, che rappresentano il cuore dell’offerta di nuovo impiego oggi e che richiedono competenze non solo tecniche ma anche di interpretazione. Anche qui possiamo usare esempi concreti. Un ricercatore oggi può interrogare un sistema AI per ottenere in pochi secondi una sintesi di articoli scientifici, un confronto tra teorie e/o una prima bozza di analisi.
Ma questo output ha valore solo se viene verificato, contestualizzato, interpretato. Il vero vantaggio competitivo non è più “avere informazioni”, ma saperle leggere criticamente. Per questo assistiamo a un ritorno, non più paradigma di una competenza scientifica e tecnica, della rinnovata centralità di quelle umanistiche: interpretazione, narrazione, costruzione di senso.
I laureati in Filosofia e Comunicazione (sic!) sono salvi.

Parliamo di geopolitica: un paio, anzi, tre, di esempi.

Fin qui, tutto potrebbe sembrare un fenomeno interno alle organizzazioni. Ma non è così. Il lavoro dell’informazione è oggi al centro di una competizione globale.

Caso 1: Stati Uniti e Cina

La competizione tra Stati Uniti e Cina sull’intelligenza artificiale non riguarda solo la tecnologia, ma il controllo della conoscenza.

•Gli Stati Uniti dominano nello sviluppo dei modelli linguistici avanzati

•La Cina sta costruendo un ecosistema autonomo, con piattaforme, dati e regolazioni proprie.

Per chi lavora con le informazioni, questo significa una cosa molto concreta: l’accesso agli strumenti e alle fonti non è più neutrale, ma geopolitico.

Caso 2: la guerra in Ucraina

Non siamo certamente ai livelli di Skynet, l’AI della serie Terminator che raggiunge l’autocoscienza ribellandosi all’umanità, ma la guerra in Ucraina rappresenta un esempio paradigmatico della trasformazione del lavoro informativo. Come, cioè, gli analisti utilizzano immagini satellitari commerciali e piattaforme digitali open source con cui diffondono, con l’utilizzo dell’AI, informazioni in tempo reale alle truppe utili a combattere. Dimostrando, se ve ne fosse bisogno, che è l’Europa ad avere bisogno degli ucraini e non viceversa in fatto di come si fanno le guerre oggi.

Un singolo analista può oggi produrre intelligence sfruttando i dati pubblici con l’ausilio degli strumenti AI e delle reti digitali: una cosa semplicemente impensabile solo dieci anni fa.

Caso 3: l’Unione Europea e la regolazione dell’AI

Il grande filosofo Edgar Morin nel suo celebre saggio “Come uscire dal XX secolo” esplorava le crisi e le speranze dell’età contemporanea, applicando il pensiero della complessità ai problemi politici e sociali. L’obiettivo dell’autore era quello di superare le ideologie e le “false alternative” che hanno caratterizzato il ventesimo secolo (come l’eterno scontro tra modernità e antimodernità), per costruire una nuova alleanza tra le ragioni della scienza, accettandone i paradigmi tecnologici con cui fare i conti, e quelle del dubbio.

Oggi stiamo già pensando a come uscire dal XXI. L’Unione Europea, con regolamenti come l’AI Act, sta cercando di costruire una propria via al prossimo secolo per proteggere i suoi cittadini (sempre che non scoppi una guerra con lo zar russo nel frattempo) e per la creazione di nuovi standard applicabili al lavoro e alla ricerca. Questo ha un impatto diretto sul lavoro di oggi: ne definisce i limiti, introduce controlli, crea nuovi ruoli di compliance, l’auditing e, non ultima, l’etica dell’AI.

Informazione e conflitto: un esempio quotidiano

Un altro esempio concreto riguarda la disinformazione. Durante eventi politici o crisi internazionali, assistiamo a una produzione massiva di contenuti generati artificialmente, di video manipolati attraverso specifiche campagne coordinate di comunicazione fake.

Per chi lavora nell’informazione, questo significa dover verificare le fonti in tempi sempre più rapidi, distinguere tra contenuto autentico e falso e accettare di vivere e operare in un ambiente di incertezza permanente. Il lavoro si sposta quindi verso una dimensione quasi “forense”: analizzare, verificare, ricostruire.

Se mettiamo insieme questi esempi, emerge chiaramente una trasformazione più ampia.

Viviamo in un sistema in cui la produzione di conoscenza è automatizzata, la circolazione è accelerata in una competizione globale. Lo abbiamo visto: un contenuto può essere creato da un’AI negli Stati Uniti, rielaborato in Asia, diffuso in un fake social africano e interpretato in Europa. Tutto in poche ore. Questo è il livello di integrazione e complessità che caratterizza il nostro tempo.

C’è un punto che mi sta particolarmente a cuore: come tradurre, cioè, queste nuove forme di sapere in un’ecologia della conoscenza.

Se osserviamo tutti questi esempi — dal giornalismo alla geopolitica — emerge un dato chiaro: il problema non è più produrre informazioni, ma governarle. E questo ha implicazioni concrete.

Significa che chi lavora con l’informazione oggi prende decisioni che hanno impatti reali sui processi globali cui partecipa. Contribuisce, direttamente o indirettamente, alle dinamiche di potere e per questo, la vera questione non è se l’AI sostituirà il lavoro umano: la questione è chi sarà in grado di controllare, interpretare e orientare i sistemi che producono conoscenza. In questo senso, il lavoro dell’informazione diventa un nodo centrale della contemporaneità.

Finisco con una riflessione che, forse, sintetizza tutto ciò che vi ha trattenuto fin qui.

Stiamo vivendo un’epoca in cui l’informazione non è mai stata così abbondante, così veloce, così accessibile. Eppure, paradossalmente, non è mai stata così fragile.

Fragile perché manipolabile. Fragile perché automatizzabile. Fragile perché, sempre più spesso, prodotta da sistemi che non comprendono ciò che generano. In questo contesto, la vera questione non è più sapere di più: la vera questione, è capire meglio.

E questo cambia tutto.

Perché significa che il valore non sta più nella quantità di informazioni che possediamo, ma nella qualità del giudizio che sappiamo esercitare. Significa che il futuro non apparterrà a chi accumula dati, ma a chi sa interpretarli. Non a chi produce contenuti, ma a chi sa distinguere tra verità e simulazione. Non a chi usa l’intelligenza artificiale, ma a chi è in grado di governarla senza diventarne dipendente.

E allora, forse, possiamo dirlo con chiarezza: il lavoro dell’informazione non sta scomparendo, sta diventando qualcosa di molto più importante. Sta diventando una funzione strategica. Una funzione critica. Una funzione, mi si consenta, politica. Perché informare qualcuno è un atto politico. È un atto politico, perché riguarda la capacità stessa di una società di comprendere il mondo, orientarsi nel tempo che vive e prendere decisioni libere.
Ecco perché, oggi più che mai, il lavoratore dell’informazione non è solo un professionista. È un presidio. Un presidio di senso, un presidio di razionalità, un presidio — in ultima istanza — un presidio di libertà.

Se questo è vero, allora la responsabilità che abbiamo non è soltanto tecnica. È culturale. È etica. È storica.

E non riguarda il futuro. Riguarda il presente.

Per Bookavenue, Michele Genchi

ndr. L’immagine in testata è stata generata con l’IA Gemini

fonti:
EU AI Act. First regulation on artificial intelligence
BBC.com / From AI to interceptors. Ukraine is trying to drone-proof its skies
NYT. Andrew Kramer, Enter the Killer Robots: The Ukrainians Forging the Future of Warfare
Edgar Morin, Il gioco della verità e dell’errore. Rigenerare la parola politica. Ed.Erickson


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