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Mai innamorarsi del potere

   Tempo di lettura: 8 minuti

Il libro di Michel Foucault, Introduzione alla vita non fascista edito nelle “Idee” Feltrinelli, è una riflessione profonda sulla persistenza del fascismo nella società contemporanea, suggerendo che esso non sia solo un fenomeno storico o un’etichetta politica, ma una forma mentis radicata nel nostro quotidiano. Oggi si parla costantemente di fascismo: da un lato ci sono i nuovi movimenti che ne rivendicano l’identità, dall’altro le sinistre che lo usano come accusa verso gli avversari. Questo sovrautilizzo rischia di svuotare il termine di significato, facendoci perdere di vista la sua vera natura. Il breve saggio del grande intellettuale francese, evidenzia come il fascismo sia un’ideologia estremamente tenace. Non è qualcosa di esterno a noi, ma un insieme di “modalità di pensiero” che portiamo con noi inconsciamente, influenzando i nostri comportamenti anche quando ci dichiariamo antifascisti.

Il valore attuale di questo testo risiede nella sua capacità di interrogare la nostra quotidianità iper-connessa. Spesso le strutture digitali e sociali odierne tendono a canalizzare i nostri desideri verso forme di conformismo estremo o di aggressività polarizzata.

Foucault ci sfida a chiederci: in che modo, oggi, stiamo alimentando il “piccolo fascista” che risiede nei nostri giudizi morali o nella nostra ricerca di sicurezza a scapito della libertà altrui? È un testo fondamentale per chiunque voglia esplorare il legame tra soggettività e controllo sociale, superando le vecchie dicotomie tra destra e sinistra per guardare alla struttura profonda del potere.

La critica al “Militante Triste”

Uno dei punti più feroci e attuali della critica di Foucault riguarda la figura del rivoluzionario dogmatico. Foucault attacca l’idea che per fare politica seriamente si debba essere tristi, ascetici o pronti al sacrificio totale. La critica è rivolta a chi, pur professandosi liberatore, utilizza metodi repressivi, gerarchici e inquisitori. Questo “fascismo di sinistra” (o delle buone intenzioni) è ciò che Foucault vede come un pericolo costante: l’idea che la verità autorizzi a dominare gli altri. L’alternativa? Una politica “gioiosa”, che non significa superficiale, ma capace di produrre nuove forme di vita anziché limitarsi a distruggere quelle vecchie.

Il Fascismo come “Passione di Massa”

La riflessione si sposta su un terreno psicologico e sociale. Se il fascismo storico è un regime, il fascismo molecolare è una passione. La ricerca di sicurezza: Criticamente, possiamo osservare come le società contemporanee, spinte dall’ansia e dall’incertezza, cerchino costantemente un “capo”, un confine o una norma rigida che rassicuri. Auto-sorveglianza: oggi, questa analisi si sposa perfettamente con la critica ai social media. Il bisogno di uniformarsi al “trend”, di denunciare pubblicamente chi devia dalla norma del gruppo o di cercare costantemente la validazione esterna, sono per Foucault manifestazioni di quel desiderio di sottomissione che rende la vita “fascista” senza bisogno di un dittatore visibile.

Decolonialità e Micro-Potere

Se applichiamo questa griglia critica alla decolonialità, l’intuizione di Foucault diventa esplosiva. La “colonialità del sapere” non è solo un’imposizione esterna; è un processo che ha colonizzato l’immaginario dei soggetti, portandoli a desiderare i modelli estetici, economici e intellettuali dell’oppressore.
Come sradicare la colonialità interna. Una “vita non fascista” in senso decoloniale significa smettere di usare le categorie del colonizzatore per interpretare la propria libertà. Non basta cacciare il colono; bisogna “decolonizzare la mente” per evitare che il nuovo potere locale riproduca le stesse strutture gerarchiche e violente del precedente.
Il parallelismo tra le “micro-prigioni” di Foucault e l’attuale erosione delle democrazie da parte delle autocrazie appare estremamente lucido. Se Foucault parlava di un fascismo che ci abita, le autocrazie moderne hanno imparato a ingegnerizzare quel desiderio, trasformando la democrazia in un guscio vuoto attraverso la manipolazione del sapere e della percezione. L’Europa, in questo scenario, appare come un laboratorio fragile: un esperimento di civiltà che rischia di diventare “carne da macello” proprio perché non riesce a sciogliere il nodo della sua eredità coloniale, che è alla base delle tecniche di dominio oggi usate dagli autocrati.

Il Fascismo come Prodotto da Esportazione (e Re-importazione)

Il fascismo e le tecniche di controllo totale non sono nate nel vuoto, ma sono state spesso “sperimentate” nelle colonie prima di essere applicate nel cuore dell’Europa. Né più né meno dell’effetto boomerang teorizzato da Aimé Césaire e ripreso dagli studi decoloniali: il fascismo è il procedimento coloniale applicato all’Europa stessa. Oggi, le autocrazie moderne non usano più solo la forza bruta, ma esportano modelli di “saperi imposti” (disinformazione, controllo digitale, nazionalismo identitario) che agiscono come una nuova forma di colonizzazione mentale, interna ed esterna. Una colonialità epistemica, per dirla con Anibàl Quijano.

Decolonialità come Epistemologia della Resistenza

Quando si dice che decolonialità significa “scrollarsi di dosso i saperi imposti”, si tocca il cuore della disobbedienza epistemica. Il sapere occidentale si è spesso presentato come l’unico “universale” possibile. Le democrazie europee sono in crisi anche perché non riescono a immaginare forme di convivenza che non passino per l’assimilazione o il dominio.
La pratica decoloniale non è solo una lotta politica, ma una pratica foucaultiana di “vita non fascista”. Significa smettere di guardare il mondo attraverso le lenti prodotte dai centri di potere (che siano vecchi imperi o nuovi autocrati) per riscoprire saperi locali, plurali e non gerarchici.
La deriva autocratica trasforma il cittadino in “carne da macello” in due modi: il primo materialmente, attraverso conflitti per procura e politiche estrattive che sacrificano i corpi e i territori in nome della potenza nazionale. Secondo, psicologicamente, chiudendo la mente in una prigione di risentimento e paura. Qui il “fascismo molecolare” di Foucault diventa lo strumento perfetto: l’autocrate non deve più convincerti, gli basta che tu sia troppo spaventato o troppo rassegnato per immaginare un’alternativa.
Se l’Europa vuole restare una possibilità per la civiltà umana, deve forse operare quel “salto” che il pensiero decoloniale suggerisce: passare dal dominio della “Ragione Coloniale” (che classifica, separa e gerarchizza) a una “Politica della Relazione”.
Il rischio, è che la democrazia diventi solo un paravento per nuove forme di autocrazia tecnocratica o populista. In questo senso, il libro di Foucault non è più una prefazione a un testo di filosofia, ma una bussola per non perdersi nelle nebbie di questa “carne da macello” contemporanea.

Finisco. L’attualità del “Non Innamorarsi del Potere”. La critica foucaultiana ci dice che la battaglia più difficile non è quella contro il sovrano, ma quella contro la parte di noi che trae piacere dall’obbedienza o dal comando. In un’epoca di polarizzazione estrema, l’invito a diventare “nomadi”, a non fissarsi in identità rigide e a sospettare di ogni forma di autorità che si presenta come “naturale”, rimane l’unico vero antidoto alla cristallizzazione del potere.

Il testo di Foucault agisce come uno specchio: ci obbliga a guardare quanto spazio concediamo, nelle nostre vite private e nelle nostre battaglie ideologiche, a quella rigidità che è l’essenza stessa del fascismo.

per BookAvenue, Michele Genchi

fonti:
Aimé Césaire, Dicorso sul colonialismo, ed.Ombre Corte;
Anibàl Quijano, Foundational Essays on the Coloniality of Power, Duke Univ.Press
M.Foucault. Sorvegliare e punire. Nascita della prigione. ed. Einaudi


Il libro:

Michel Foucault,
Introduzione alla vita non fascista,
Idee Feltrinelli ed.2025,
pp.144


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