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L’Occidente e il problema dell’altro.

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Il libro di Walter Mignolo e Catherine Walsh costituisce una riflessione fondamentale che spiega le ragioni della nascita del pensiero decoloniale e, al tempo stesso, denuncia la persistenza di forme di dominio culturale e intellettuale dell’Occidente sul resto del mondo. Gli autori partono dalla propria esperienza personale e generazionale per mostrare come la fine della Guerra Fredda e l’affermarsi della globalizzazione abbiano trasformato profondamente gli equilibri internazionali senza però eliminare le logiche di superiorità occidentale. Al contrario, secondo il loro punto di vista, tali logiche si sarebbero semplicemente adattate ai nuovi contesti storici, assumendo forme più sofisticate e meno esplicite. 

L’analisi prende avvio dal contesto storico degli ultimi decenni del Novecento. Gli autori ricordano di essere cresciuti in un periodo segnato dalla conclusione della lunga contrapposizione ideologica tra Stati Uniti e Unione Sovietica. La caduta del bipolarismo sembrava annunciare una nuova fase della storia mondiale, caratterizzata da una maggiore integrazione economica e politica. Parallelamente, nuovi protagonisti internazionali come Brasile, Cina e India iniziarono a modificare gli equilibri economici globali, riducendo il monopolio occidentale nella gestione del potere mondiale. Tuttavia, questa trasformazione non produsse una società più aperta e inclusiva. Al contrario, soprattutto dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 alle Torri Gemelle, si diffuse una propaganda fortemente antimusulmana che contribuì a rafforzare stereotipi molto antichi nei confronti dell’Oriente e della civiltà islamica. Secondo Mignolo, il mondo occidentale reagì alla globalizzazione con una contraddizione evidente: mentre il capitale poteva circolare liberamente oltre ogni frontiera, gli Stati costruivano nuove barriere materiali e culturali per limitare la mobilità delle persone e difendere i propri privilegi. 

Accanto a questa dimensione politica globale, gli autori richiamano la propria esperienza quotidiana. Ricordano la loro giovinezza dove i bambini di origini differenti condividevano spontaneamente gli stessi spazi senza attribuire particolare significato alle differenze etniche o religiose. Concetti oggi fortemente politicizzati, come immigrazione clandestina, integrazione o diversità culturale, apparivano allora quasi privi di significato concreto nella vita di tutti i giorni. L’esperienza diretta della convivenza sembrava infatti neutralizzare le contrapposizioni ideologiche che successivamente sarebbero diventate centrali nel dibattito pubblico. Solo crescendo, gli autori si rendono conto che l’ambiente culturale nel quale erano stati educati trasmetteva implicitamente un messaggio molto diverso: appartenere all’Occidente, essere bianchi e cristiani significava essere considerati portatori di una civiltà superiore. Questo sentimento di superiorità non veniva espresso apertamente, ma si costruiva attraverso i messaggi provenienti dalle istituzioni, dai mezzi di comunicazione e dall’intero sistema culturale. 

Secondo gli autori, i media occidentali contribuirono in modo decisivo a consolidare questa rappresentazione. Le informazioni diffuse insistevano continuamente sull’idea che la civiltà occidentale dovesse difendersi da minacce esterne provenienti da altre aree del pianeta. Si alimentava così una cultura dell’assedio che giustificava la costruzione di confini sempre più rigidi e la chiusura nei confronti dell’altro. Gli autori ritengono paradossale questa posizione, considerando che proprio l’Occidente aveva costruito la propria storia moderna attraverso secoli di colonialismo, conquista e dominio su altri popoli. In altre parole, chi aveva storicamente invaso e controllato altri continenti si rappresentava ora come vittima di presunte invasioni e minacce esterne. 

Una delle riflessioni più importanti del libro riguarda il fatto che queste forme di superiorità non si limitano al discorso politico, ma permeano anche il sapere scientifico e accademico. Gli autori osservano che oggi nessuno giustifica più apertamente il razzismo ricorrendo a teorie biologiche sull’inferiorità delle razze. Tuttavia, il vecchio razzismo non sarebbe scomparso: avrebbe semplicemente cambiato linguaggio. I popoli del cosiddetto Terzo Mondo vengono spesso descritti come realtà arretrate, incapaci di sviluppo, economicamente inefficienti o politicamente immature. La loro presunta inferiorità non viene più spiegata attraverso caratteristiche naturali, ma mediante criteri economici, politici e culturali. Secondo gli autori, si tratta comunque della riproduzione della stessa logica gerarchica che aveva caratterizzato il colonialismo classico. Il razzismo continua quindi ad operare, ma si presenta come un sapere neutrale, scientifico e oggettivo. 

Da questa constatazione nasce la necessità di interrogarsi sulle radici profonde della superiorità occidentale. Gli autori comprendono progressivamente che i rapporti di dominio costruiti dall’Europa nei confronti dell’Africa, dell’America Latina e di altre regioni del mondo non derivano soltanto dalla forza militare o economica, ma anche da una particolare concezione della conoscenza. È la stessa cultura occidentale, attraverso le proprie categorie interpretative, a produrre continuamente rapporti asimmetrici con gli altri popoli. Anche quando si dichiara tollerante o aperta al dialogo, essa continua a considerare se stessa come il punto di riferimento universale rispetto al quale tutte le altre culture devono essere valutate. Da qui nasce l’esigenza di ricercare le origini filosofiche ed epistemologiche di questo modo di pensare. 

L’indagine conduce gli autori verso la storia della filosofia occidentale. Essi sostengono che molte grandi costruzioni filosofiche hanno accompagnato e legittimato l’espansione coloniale europea. Pur precisando che nessuna teoria filosofica possa essere ritenuta direttamente responsabile delle violenze coloniali, gli autori evidenziano come numerosi sistemi di pensiero abbiano fornito le categorie culturali attraverso cui l’Occidente ha giustificato la propria pretesa di superiorità. In questo senso viene citata Hannah Arendt, secondo la quale esiste una distanza tra le idee e la brutalità concreta delle pratiche politiche; tuttavia, gli autori ritengono che tra le concezioni filosofiche della superiorità occidentale e le pratiche coloniali esista comunque una relazione significativa. Un esempio emblematico viene individuato nelle Lezioni sulla filosofia della storia di Hegel, dove Africa e America vengono rappresentate come realtà prive della piena dignità storica attribuita invece all’Europa. Queste interpretazioni filosofiche avrebbero contribuito a consolidare l’idea che l’Occidente fosse il naturale protagonista della storia universale. 

Proprio da questa critica nasce il cosiddetto contro-discorso decoloniale. Mignolo e Walsh precisano che esso non intende sostituire una nuova teoria totalizzante a quella occidentale. Il suo obiettivo è piuttosto quello di aprire lo spazio della conoscenza a una pluralità di esperienze, prospettive e culture fino ad allora escluse. Il pensiero decoloniale vuole dare voce ai soggetti storicamente marginalizzati dalla narrazione eurocentrica, mostrando che quella che viene comunemente presentata come “Storia Universale” è in realtà una particolare interpretazione prodotta dall’Europa. La storia ufficiale, secondo questa prospettiva, seleziona alcuni eventi e alcune esperienze considerandoli universali, mentre rende invisibili le vicende di gran parte dell’umanità. Il progetto decoloniale cerca quindi di recuperare tutto ciò che è stato sistematicamente silenziato, trasformando coloro che erano semplicemente oggetti del sapere occidentale in soggetti capaci di produrre autonomamente conoscenza. 

I due studiosi insistono sul fatto che non esiste più un unico soggetto universale incaricato di interpretare l’intera realtà mondiale. Al suo posto deve emergere una molteplicità di soggetti, ciascuno portatore della propria esperienza storica, linguistica e culturale. Per questa ragione diventa necessario costruire nuove categorie interpretative, capaci di comprendere realtà differenti senza costringerle entro gli schemi elaborati dall’Occidente. Solo in questo modo sarà possibile sviluppare una conoscenza realmente pluralista e rispettosa delle differenze. 

Un concetto fondamentale introdotto nel testo è quello di colonialità. Gli autori distinguono accuratamente tra colonialismo e colonialità. Il colonialismo rappresenta il dominio politico e militare esercitato dalle potenze europee sulle colonie, formalmente conclusosi con i processi di decolonizzazione del Novecento. La colonialità, invece, indica la sopravvivenza delle strutture mentali, culturali ed epistemologiche create durante il colonialismo. Anche dopo la fine dell’occupazione diretta, continua infatti ad operare una concezione del mondo che pone l’Occidente come misura di tutte le cose e considera le altre culture incomplete, arretrate o bisognose di essere guidate. Secondo gli autori, questa mentalità ha radici antichissime e continua ad agire inconsapevolmente nel pensiero collettivo contemporaneo. 

Nella conclusione il libro assume un tono programmatico. Sia Mignolo che Walsch, affermano di credere nella possibilità di costruire relazioni umane nuove, fondate sul riconoscimento reciproco e sull’effettiva apertura all’alterità. Per raggiungere questo obiettivo, però, è necessario intraprendere un difficile processo di “disapprendimento”: occorre mettere in discussione molte delle categorie culturali acquisite durante la formazione occidentale. Questo percorso richiede due operazioni complementari. Da un lato bisogna analizzare criticamente le strutture epistemologiche che hanno alimentato per secoli forme di razzismo e di esclusione; dall’altro è indispensabile imparare ad ascoltare realmente l’altro, lasciando che siano le altre culture a esprimere se stesse attraverso i propri linguaggi e le proprie categorie, senza essere continuamente reinterpretate secondo gli schemi dell’Occidente. Solo così, concludono gli autori, sarà possibile superare definitivamente la colonialità ancora presente nel pensiero contemporaneo e costruire una convivenza fondata sul dialogo autentico e sul riconoscimento della pari dignità di tutte le culture. 

per BookAvenue, Michele Genchi


Il libro:

Walter Mignolo, Catherine Walsh,
Decolonialità
Concetti, Analisi, Prassi
Castelvecchi editore
ed. 2024 pp.400


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