Per una critica dell’industria del nulla letterario
(e sul perché abbiamo deciso di promuovere un “Campo” sulla scrittura).
Da molti anni mi accompagna una convinzione che, col tempo, è diventata sempre più difficile mettere da parte: la narrativa contemporanea, almeno quella che ambisce a essere letteratura, sta attraversando una crisi che riguarda molto meno il talento degli scrittori di quanto non riguardi l’idea stessa di scrittura.
Abbiamo progressivamente sostituito la ricerca con il metodo, il rischio con la tecnica, la voce con il manuale. Abbiamo finito per credere che un romanzo possa essere costruito come si assembla un mobile seguendo un libretto di istruzioni. Così la scrittura, che nasce dall’inquietudine, dall’esperienza e dallo sguardo sul mondo, è stata trasformata in una sequenza di procedure, schemi, regole e formule.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Non assistiamo soltanto a una crescita del numero dei libri pubblicati. Assistiamo soprattutto alla moltiplicazione di libri che si somigliano. Cambiano i personaggi, cambiano le ambientazioni, ma la struttura narrativa, il linguaggio, perfino le emozioni sembrano uscire dalla stessa officina.
In questo processo un ruolo decisivo lo hanno avuto le scuole di scrittura. Non tutte, naturalmente. Sarebbe ingiusto sostenerlo. Esistono esperienze serie e docenti di grande valore oltre ai molti professionisti e professioniste che aiutano le persone a scoprire se hanno talento o meno. Ma accanto a queste esperienze si è sviluppata un’industria che promette ciò che nessuno può promettere: insegnare a diventare scrittori. E fa soldi a palate.
Qui nasce un grande equivoco.
Scrivere non è una competenza che si trasferisce come si insegna una lingua straniera o un programma informatico. Si possono affinare strumenti, discutere la costruzione di una scena, ragionare sul ritmo, sulla sintassi, sulla voce narrativa. Ma il nucleo della scrittura rimane altrove. Abita nella capacità di osservare il mondo, di trasformare un’esperienza in linguaggio, di trovare una forma personale e irripetibile.
Uno scrittore può raccontare come lavora. Può spiegare i propri dubbi, i propri errori, i propri fallimenti, le proprie scelte. Può aprire la porta del proprio laboratorio creativo. Ma non può consegnare a qualcun altro la propria voce.
È una differenza sostanziale.
Sono stato un libraio per molti anni e continuo, in qualche modo, a guardare i libri con gli occhi di chi li ha venduti e consigliati. Mi capita sempre più spesso di imbattermi in operette, persino ben costruite, ma prive di utilità. Libri che sembrano aver seguito diligentemente tutte le regole e che, proprio per questo, non lasciano alcuna traccia nella memoria del lettore. Il Romance, nelle ormai diverse declinazioni, è il punto di arrivo più in basso e più pervasivo di questo fenomeno. Qualche editore ci ha messo perfino i peperoncini – da uno a quattro – sulla quarta di copertina: un ammiccamento fin troppo allusivo e di basso profilo.
Forse il problema dell’editoria italiana non è che si pubblica troppo. È che troppo spesso si pubblica senza chiedersi se quel libro abbia davvero bisogno di esistere.
Ma c’è altro.
Intorno a questa produzione si è sviluppato un ecosistema che sembra vivere soprattutto per alimentare se stesso: festival, premi, presentazioni, rassegne, laboratori, corsi, masterclass. Una macchina imponente che mobilita risorse pubbliche e private, genera visibilità, produce relazioni, ma non riesce a incidere sul dato che dovrebbe preoccuparci più di ogni altro: il numero dei lettori continua a diminuire.
Non abbiamo bisogno di altri aspiranti scrittori. Abbiamo bisogno di nuovi lettori.
Forse è arrivato il momento di cambiare domanda.
Non abbiamo bisogno di altri aspiranti scrittori. Abbiamo bisogno di nuovi lettori.
Non abbiamo bisogno di insegnare formule narrative. Abbiamo bisogno di ricostruire un rapporto profondo con la letteratura.
È da questa convinzione che nasce l’evento (gratuito, vivaddio) che BookAvenue propone: il Storytelling Camp.
Non è un corso per imparare a scrivere. Sarebbe una promessa che non ci appartiene. Piuttosto un percorso per entrare nel laboratorio degli scrittori. Per capire come nasce un articolo, un libro, come si forma uno sguardo, come si affrontano i dubbi, le riscritture, gli errori, le ossessioni che accompagnano ogni autentico processo creativo.
Per questo abbiamo deciso di selezionare soltanto quindici giovani.
Non perché crediamo nelle élite, ma perché crediamo nel tempo. La scrittura richiede tempo. L’ascolto richiede tempo. Anche il dialogo richiede tempo.
Vogliamo costruire un’esperienza nella quale gli incontri con gli autori non siano passerelle, ma occasioni di confronto. Dove conti più una domanda sincera che cento ricette su come scrivere un bestseller.
Se alla fine di questo percorso qualcuno avrà deciso di scrivere, ne saremo felici. Se qualcuno avrà deciso di leggere di più, lo saremo ancora di più.
Perché la letteratura comincia sempre da lì.
Michele Genchi
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