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Giovedì, 30 Giugno 2011 14:23

Stefano Lorefice, poeta della notte

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Una “notte” che è opposizione tra percezione interiore, intima e realtà fisica, esteriore. Una notte quindi “psichica”, squisitamente mentale, e un’altra intesa come “luogo di eventi straordinari”. Ci leggo un riferimento a Novalis, per me, fin troppo chiaro: ma se, in Novalis – che, seppure eterno, è autore moderno, la notte del fronte assume una connotazione a piena luce quasi da giorno, diventando luogo di corruzione di smarrimento; in Lorefice, osservatore privilegiato del nostro tempo, la notte diventa metafora dell’esistenza e “luogo” a tutti gli effetti, inteso come “stare al mondo” e quindi “città”, scorrere del tempo, e mai ridicola quotidianità.
Non c’è nulla in questi vicoli di “oscuro”, “selvaggio”, “aspro”, “forte”, “amaro”: vi si legge, semmai, una lirica sotto forma di difficoltà alla relazione con l’altro: che sia esso una donna, un amico, il proprio alter ego o con un luogo: quello del giorno.

Il bagaglio di parole, scelte una ad una, permette al poeta una spaziatura diacronica che, a conti fatti, può considerarsi uno iato tra il passato e il presente: le immagini e i ricordi si fanno materia di poesia, i modelli diventano “numi tutelari” (magnifico il tocco della mano tra i i capelli del nonno) e le parole tornano al valore originario, atomico, ancestrale.

La forza di questa silloge è proprio nel dosaggio degli elementi linguistici e culturali, accomunati tutti da un bisogno viscerale di musicalità. L’autore tenta la via della cantilena, poi segmenta il verso creando rapide inversioni strutturali, mettendo in luce un’influenza di una certa poesia nordamericana del secondo novecento: ci vedo un certo Stephens, quello di "Mattino Domenicale". Azzarda, in alcuni casi, schemi fissi come il sonetto cogliendo nel segno – almeno per quanto riguarda la melodia e la forza immaginifica – e creando una armonia piacevole tra la fronte e la sirma.
C’è tanto amore nella poesia di Lorefice, un amore pervasivo che non è solo amore per una donna ma amore per la poesia, per la vita, per se stessi (senza però mai sfociare nel narcisismo). Un amore che è indistricabilmente legato e contrapposto alla delusione: elementi al vertice di un binomio vorace, al tempo stesso benigno e matrigno.

L’energia vitale della conoscenza e quella della passione sviluppano un rapporto dialettico eternamente in tensione: il bisogno d’amore, cosi chiaro nelle sillogi della serie "manutenzione degli amnti" si contrappone ad una forma innata di negatività, la ricerca estetica si contrappone alla dura realtà dello scorrere del tempo “dilatato e precario” e all’immobilismo del proprio io-poetico. Condizione umana e “scenario” – mai surreale e sempre iper-realista, – subordinando l’universale al particolare, diventano un tutt’uno, un’unica particella nell’ordinato caos della vita quotidiana. Ma più che ad una reale scissione avvenuta e assimilata, assisto ad un processo che non appare mai irreversibile, talvolta persino spurio.
Il “bisogno poetico” è troppo immediato, impellente: ogni elemento diventa metafora di se stesso. Non stupisce l’assenza di una poetica civile o sociale che, ben intesi, non è rifiuto nei confronti dell’impegno civile e politico ma volontario allontanamento dalla cronaca.

per BookAvenue, Michele Genchi


Stefano Lorefice è nato verso la fine degli anni settanta in provincia di Sondrio, si è trasferito a Roma, poi in Francia per diverso tempo. Ha pubblicato la raccolta di poesie L’esperienza della pioggia (Campanotto Editore, 2006), le plaquettes Prossima fermata Nostalgiaplatz(Clinamen, 2002) e Budapest Swing Lovers(Edizioni Clandestine, 2004). Nel 2010 è uscito il suo primo romanzo Il giorno della Iena(Eumeswil Edizioni), dopo la raccolta di raccontiCosmo Blues Hotel (Edizioni Clandestine, 2004).

 

Stefano Lorefice

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