Al-Aswani ‘Ala, Palazzo Yacoubian

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foto autoreE’ la saga degli abitanti di un palazzo costruito al Cairo negli anni trenta da un miliardario armeno che era riuscito a creare un impero dal nulla. Hagub Yacoubian lo fece costruire nel 1934: dieci piani in stile europeo, balconi decorati di statue, colonne e scale di marmo, persino un moderno ascensore Schindler. Un palazzo talmente bello e signorile che il suo proprietario ha voluto incidere il suo nome sul portone d’ingresso, a futura memoria: Palazzo Yacoubian. Un palazzo che esiste per davvero al numero 34 di viale Talaat Arb, a due passi dalla sinagoga del Cairo, dalla mitica pasticceria Groppi e dal cafè Riche.

“Palazzo Yacoubian”, è una “comédie humaine”. Simbolo di una società e di una economia in rapida espansione, parla di un Egitto in crisi d’identità : dapprima gli abitanti del palazzo erano stati il fior fiore della società, poi ci fu la rivoluzione del 1952. Proprio per questo, la decadenza dell’edificio, dai fasti degli inquilini della belle époque sino al lento e inarrestabile assedio da parte degli umili che si infiltrano in ogni spazio abitabile, dal sottoscala al terrazzo, finisce per diventare la metafora delle occasioni perdute dal paese: Busayna, la ragazza che per mantenere la famiglia si prostituisce con il suo boss, un commerciante d’abbigliamento. E che poi, invece, sposerà un uomo cortese, anziano ed elegante, Zaki bey, nostalgico e decadente amante della Cairo che fu. Taha, un tempo il fidanzatino di Busayna: diventerà un islamista radicale, e poi un terrorista perché il suo sogno di diventare poliziotto è stato bruciato in pochi minuti solo perché suo padre era un portiere. E Souad, la donna che sposa con un matrimonio segreto (urfi) Hagg Azzam, il simbolo del businessman corrotto che diventa deputato ed entra nell’ingranaggio del potere. E infine Hatim, il giornalista gay con la passione per gli uomini nubiani che vive i suoi amori proibiti, neanche così clandestinamente, e la sua tragica storia d’amore con Abduh.

Dai poveri che vivono sul tetto dell’edificio e sognano una vita più agiata, al signore aristocratico poco timorato di Dio e nostalgico dei tempi di re Faruk che indulge in piaceri assolutamente terreni, all’uomo d’affari senza scrupoli del pianterreno che vuole entrare in politica. Storie parallele, vite che scorrono una accanto all’altra. Le vite degli inquilini scorrono parallele, si intersecano, a volte si uniscono per poi separarsi e prendere percorsi diversi. Come in uno scassato e affollato ascensore, salgono verso il piano del proprio destino. Un palazzo che contiene in sé tutto ciò che l’Egitto era ed è diventato da quando l’edificio è sorto in uno dei viali del centro. Ogni personaggio interpreta una sfaccettatura del moderno Egitto dove la corruzione politica, una certa ricchezza di dubbia origine e l’ipocrisia religiosa sono alleati naturali dell’arroganza dei potenti, dove l’idealismo giovanile si trasforma troppo rapidamente in estremismo.

Oltre ai numerosi protagonisti, in questo romanzo campeggia la denuncia della società, della politica egiziana e dei movimenti islamisti. Al-Aswani racconta magistralmente le piccole storie private, le tragedie e le gioie dell’Egitto che meno si conosce, un Egitto plurale, un Egitto fatto di persone che si divertono, che vivono e che vanno ben al di là dell’immagine stereotipata che si ha dell’altra sponda del Mediterraneo. Infatti tutte le informazioni sul mondo arabo vengono sempre più di seconda, se non di terza mano, creando un’idea stereotipata di un mondo che è pur vicinissimo all’Europa, e molto meno distante da essa, per tradizione e aspettative. Alcune figure sono di una poesia incantevole, altre di una spietatezza estrema. E la misura, ancora, con cui l’autore trama le tessere della corruzione politica, della sessualità – o dell’omosessualita nel mondo arabo/musulmano – o delle torture, spingono pure la contraddizione sulla via della maturità democratica (nel modo in cui noi rileviamo questa parola) che il Paese va conquistandosi. Ma, in ultima analisi, la democrazia è una prassi: la capacità di una civiltà di essere moderna la si misura dalla libertà con cui i cittadini possono esprimersi. Anche con un magnifico libro come questo.


per Bookavenue Lucia Agrotti


copertinaAla Al-Aswani
Palazzo Yacoubian
Feltrinelli

 

 

 

 

nota della redazione:
Lucia Agrotti Smith, 62 anni libraia storica di Genova e co-fondatrice di Bookavenue, è venuta a mancare al nostro affetto durante le festività di Pasqua del 2009. Era nella sua casa al mare di San Ilario. Se ne è andata come ha vissuto: senza disturbare. La sua mancanza è per noi intollerabile. (mg)

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